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Lettori fissi

Un piccolo diario che ha come filo conduttore il mio amore per la montagna e per i viaggi in genere... ma anche pensieri e riflessioni su quello che mi circonda perché il vero esploratore è colui che non ha paura di spogliarsi delle ipocrisie e aprirsi all'ignoto.

mercoledì 6 agosto 2008

Il Monte Forno

Uno dei luoghi più ricchi di significato delle Alpi Orientali è sicuramente quel punto in cui Italia, Austria e Slovenia si toccano. Pensate che su tutto il pianeta i punti in cui i territori di 3 stati si uniscono sono quasi 130; in Europa 43. Di questi ultimi, tre si trovano al confine con l'Italia, ovviamente sull'arco alpino: il primo è in Valle d'Aosta sul Monte Dolent e segna il confine con Francia e Svizzera; il secondo si trova in Alto Adige vicino al Passo Resia in Val Venosta e definisce i confini con Svizzera e Austria. Il terzo punto si colloca nel Tarvisiano e segna il punto di incontro con Austria e Slovenia e sarà la meta di questa uscita: il Monte Forno nelle Caravanche.
C'è la possibilità di arrivarci dall'Italia imboccando uno dei sentieri che si sviluppano sul versante settentrionale della Valromana poco prima del valico confinario di Fusine oppure si può arrivare dall'Austria prendendo la comoda seggiovia Dreilandereck che da Arnoldstein porta rapidamente in quota. La mia meta però prevede la salita dal versante sloveno.
La giornata si presenta calda e serena con l'aria sufficientemente tersa. Partenza con comodo alle 9,30 diretto verso il valico di Fusine. Attraversato il confine, si procede per un centinaio di metri e, superato un distributore di carburante sulla sinistra, si arriva ad un grande incrocio con le indicazioni a destra per la valle Planica con i suoi trampolini per il salto con gli sci e sulla sinistra per Ratece dove svolteremo. Entrati subito nel paesino proseguiamo sulla strada fino ad arrivare ad un incrocio a T dove svolteremo sempre a sinistra; il tempo di goderci questo paesino dalle architetture carinziane e dai ritmi lenti e ci troviamo ad un bivio preceduto da una trattoria sulla destra. Al centro del bivio una piccola costruzione con tetto a spioventi all'ombra di un grande albero ed una indicazione in legno con la scritta Tromeja. Seguiamo questa indicazione che ci porta a prendere la stradina sulla destra che si arrampica velocemente e dopo poco diventa sterrata. Occorre fare attenzione perché sono presenti alcuni tratti sconnessi; fortunatamente sono a bordo di un SUV e procedo sicuro entrando in un bel bosco di conifere. Dopo circa 4 km. da Ratece mi trovo davanti ad un caratteristico bivio indicato nella foto.
Sulla destra c'è un parcheggio dove sistemo l'auto, metto lo zaino in spalla e prendo da strada di sinistra in salita. Quella di destra invece porta ad un agriturismo dopo poche centinaia di metri. In realtà si potrebbe ancora proseguire con la macchina sulla stessa strada che stiamo percorrendo arrivando a qualche decina di metri dalla vetta ma, per quello che mi riguarda, non c'è gusto ad arrivare in alto senza un minimo di movimento per cui continuo a salire all'ombra del fitto bosco sulla strada che incrocia qualche sentiero che taglia i tornanti e che, con tutta evidenza, si dirige più rapidamente verso la mia meta. Io non ho fretta e, pertanto, mi godo la passeggiata che, dopo un'ora abbondante, mi porta a lasciare il bosco e ad incontrare sulla destra alcuni impianti di risalita per la pratica dello sci. Ancora un centinaio di metri e sono arrivato alla mia meta. Si passa rapidamente dall'ambiente raccolto della foresta a quello aperto di un luminoso pascolo che si spinge fino alla cima erbosa del Monte Forno, proprio davanti a me, con l'inconfondibile cippo che è diventato il simbolo della fratellanza tra i tre popoli confinari. A questo punto non c'è che l'imbarazzo della scelta: sul pianoro erboso si aprono delle passeggiate con splendide vedute sulle valli sottostanti.
Io mi dirigo al cippo per immortalarlo con la fotocamera e per stendermi successivamente sul prato a rimirare l'ampia valle austriaca del Gaital con la città di Villach e di fronte la Villacher Alpe.
Sono a 1508 metri s.l.m., la temperatura è piacevole ed una debole brezza proveniente da nord-est contribuisce ad eliminare ogni traccia di stanchezza. Il luogo in cui mi trovo è l'emblema di come queste terre siano il punto d'incontro di tre grandi culture: la latina, la slava e la germanica. Culture che spesso si incontrano in questi angoli alpini dando vita ad un coacervo di tradizioni, costumi, stili di vita e dialetti pur conservando l'orgoglio di appartenenza e le proprie peculiarità.
Girate le spalle alla parte austriaca, superato il cippo monumentale ed una palizzata in legno, rientro in territorio sloveno ed in leggera discesa mi dirigo verso il vicino belvedere; durante il breve percorso si incontra una specie di obelisco triangolare con alcune iscrizioni nelle tre lingue del posto; ne riporto qualche passo:
"Le montagne rappresentano la tranquillità e la pace interiore.
L'umanità ha bisogno di questi valori per raggiungere l'armonia universale.
La pace non significa assenza di guerra,
pace vuole dire presenza di armonia, amore, soddisfazione e unità".
Dopo un attimo di riflessione proseguo fino a raggiungere un plastico in fusione di bronzo che riproduce i rilievi che si sviluppano davanti a noi; il panorama non è ampio come nella parte austriaca, alcuni abeti fanno da contorno alla Valle di Planica che si allunga davanti a noi sovrastata in lontananza dallo Jalovec e dal Mangart.
Altra breve sosta ad osservare alcuni bambini austriaci che sono più interessati a far correre delle macchinine sul plastico che non a godersi il panorama e ritorno sui miei passi. Il versante italiano non offre un grande spettacolo solo perché è coperto dalla fitta vegetazione, mi dirigo, allora, verso est puntando in direzione della stazione a monte della funivia che porta in quota gli escursionisti da Arnoldstein.
Occorre scendere di quota per una cinquantina di metri e risalire una piccola altura. I prati sono carichi di fiori multicolori, il sole scalda ma senza ferocia, la passeggiata è gradevole e i polmoni fanno il carico di ossigeno. L'arrivo della funivia è una costruzione anonima che ospita una tavola calda self service ma ha il merito di essere linda (come tutto in Austria) e di offrire un magnifico terrazzo panoramico protetto da alcune lastre in plexiglas trasparente in funzione antivento. Una generosa razione di würstel con crauti ed uno strudel di mele concludono la mia visita a queste alture. Il ritorno avviene per lo stesso percorso dell'andata.
Un'ultima curiosità, questo monte è un simbolo di fratellanza ma ogni popolo lo ha chiamato con nomi diversi: Forno per gli Italiani, Dreilanderek per gli Austriaci e Pec per gli Sloveni.
Itinerario da compiersi senza fretta, godendo delle bellezze della natura e dell'emozione di trovarsi con un unico piede in tre nazioni diverse nello stesso momento.
Come cartografia di riferimento possiamo usare il foglio 019 della Tabacco anche se parte dell'itinerario è fuori carta (ma non si può sbagliare).

martedì 5 agosto 2008

Il Pyramidenkogel e Maria Worth

Trovandomi in vacanza a Tarvisio, un luogo di confine con paesi così diversi tra di loro; avendo già dedicato attenzioni alla parte italiana e slovena, rivolgo il mio interesse al versante austriaco puntando alla sponda meridionale del grande lago glaciale di Worth (Worthersee) in Carinzia.
E' quasi un' "operazione nostalgia" in quanto ero già stato in questi luoghi 22 anni fa quando, per una settimana intera, ho battuto a tappeto quasi tutta la Carinzia che, quindi, conosco molto bene.
Anche in questa circostanza, dopo una serata con un leggero temporale, la giornata si presenta tersa e quindi ideale per affacciarsi a qualche belvedere per consentire allo sguardo di spingersi lontano.
Dopo aver acquistato, prima del vicino confine, la vignetta adesiva per poter transitare sulle autostrade austriache, imposto sul mio navigatore Garmin la parola "Pyramidenkogel" e seguendo le sue indicazioni (ma non ne avevo bisogno), sono pronto a partire. Entro in autostrada a Tarvisio; è sufficiente seguire le indicazioni autostradali (verdi) per l'Austria. Se siete già in autostrada provenienti da Venezia o Trieste proseguite senza uscire ma ricordate di acquistare la vignetta nell'ultima stazione di servizio.
Attraversato il confine a Coccau, si prosegue in autostrada e nei pressi di Villach occorre seguire le chiare indicazioni per Klagenfurt e Vienna (Wien) trascurando quelle per Spittal e Salisburgo (Salzburg). Si esce dall'autostrada a Velden che è il paese più occidentale che si affaccia sul Worth. A questo punto si seguono le indicazioni per il Worthersee ed in seguito (ad una rotonda) quelle per Keutschach che ci consentono di evitare la strada che costeggia il lago; si prosegue fino a Keutschach am See dove nei pressi troviamo le indicazioni per il Pyramidenkogel. Se, invece, avete saltato l'indicazione per Keutschach e vi trovate sul lago di Worth dirigetevi sulla sponda meridionale (lo specchio d'acqua deve essere alla vostra sinistra) e proseguite fino a circa metà del lago prestando attenzione alle indicazioni; alla località di Reifnitz girate a destra abbandonando il lago e proseguite in salita fino ad arrivare a Keutschach dove troveremo quelli che invece hanno evitato il lago.
Qui, come scrivevo prima, ci sono chiare indicazioni per arrivare alla nostra meta che è oramai vicina; si imbocca una bella strada in discreta salita che, attraversando un bosco di pini neri, ci porta in poco tempo ai parcheggi dove lasciamo la nostra auto.
La giornata è splendida, con poche nubi candide che si rincorrono ma lo sguardo viene subito catturato dalla silhouette impressionante del Pyramidenkogel: una torre alta 54 metri con delle piattaforme in cima da cui si vedono affacciate alcune persone che salutano. Dal parcheggio saliamo a piedi il breve tratto che ci separa dalla base dell'edificio e siamo subito immersi in un allegro mercatino con alcuni locali per la ristorazione dove pochi biondi turisti, vestiti in maniera improponibile, ingurgitano quantità industriali di birra (non sono ancora le 10 del mattino).
Mi appresto alla cassa per acquistare il biglietto di accesso che costa 6 Euro; il cassiere mi propone, per ulteriori 2 Euro, anche l'acquisto di un bel pieghevole plasticato con l'illustrazione di ciò che si vede lassù, a giro d'orizzonte, con tutti i nomi dei punti caratteristici; lo stesso contenuto è riproposto in ingrandimento su una delle piattaforme della torre per cui, se non vi interessa avere un ricordo della visita, potete evitare questa piccola spesa. La torre è aperta da aprile ad ottobre con orari che vanno dalle 9,00 (Aprile e Ottobre 10,00) fino al pomeriggio inoltrato (in Luglio e Agosto fino alle 21,00).
Lasciata la cassa ci avviciniamo alla base della torre in attesa di entrare nell'ascensore che ci porterà in cima in poco tempo. Un ultimo sguardo in alto all'ardita e impressionante costruzione ci fa sentire piccoli ed insignificanti ma la porta scorrevole si apre e noi entriamo nel ventre della base della torre. Veniamo accolti, con della musica classica, in un elevatore che può ospitare fino a 16 persone e che in 24 secondi percorre i 43 metri che portano alla prima piattaforma aerea. Arrivati a destinazione la porta scorrevole si apre ed una intensa luce invade il cubicolo dell'ascensore, usciamo e ci affacciamo con meraviglia agli alti parapetti; lo spettacolo lascia senza fiato e non è possibile rendergli giustizia con una sommaria descrizione;
dopo aver contemplato per un attimo quanto si stende sotto i nostri piedi, lo sguardo si rivolge verso l'alto, dietro di noi, infatti, ci sono altri 11 metri con ulteriori due piattaforme raggiungibili da sicure scale aeree. Punto immediatamente alla piattaforma più elevata dove credo di essere rimasto per oltre un'ora ad ammirare la verde Carinzia.
La singolare costruzione è stata edificata tra il 1966 e il 1968 e le tre piattaforme aeree hanno una superficie complessiva di circa 250 mq. La zona in cui ci troviamo è situata nel cuore della regione dei laghi della Carinzia, tra il Worther See a nord e la valle dei laghi di Keutschach a sud. Aiutati dal pieghevole acquistato alla cassa (voi potete cliccare qui) riconosciamo a sud le pareti rocciose delle Caravanche dietro le quali si riesce addirittura ad individuare la lontana punta del Triglav, e poco sotto il lago Keutschach, ad ovest la Villacher Alpe, il gruppo del Goldeck e ancora oltre le Dolomiti di Lienz; a nord le montagne Nock e le Alpi della Gurktal, sotto il lungo lago alpino di Worth con in primo piano il paese di Portschach riconoscibile per la caratteristica isoletta di Schlangeninsel unita alla terraferma da un ponte, al centro del lago l'isolotto verde dei Cappuccini, poco più in basso, sulla sponda meridionale la pittoresca e minuscola penisola di Maria Worth che accoglie due linde chiesette e sulla estrema sponda orientale riconosciamo Klagenfurt, il capoluogo della Carinzia.
A questo punto faccio alcuni calcoli speditivi: alla base della torre abbiamo una quota di 851 mt. che aggiunti ai 54 della torre stessa fanno 905 mt.; il punto più basso del paesaggio credo sia la superficie del lago Worth che si trova mediamente a 439 metri s.l.m. per cui l'ultima piattaforma sulla quale ci troviamo domina la zona circostante per 466 metri. Niente male.
Tra foto, riprese con le videocamera e ulteriori riflessioni sono trascorse circa due ore: è tempo di tornare sulla terra. Riprendiamo l'ascensore e scendiamo per immergerci nell'atmosfera gioiosa del mercatino. Il tempo di curiosare tra le cianfrusaglie in vendita e mi raggiunge il profumo tentatore dei vicini ristoranti; mi accomodo ad un tavolaccio ed ordino speck, salame e formaggio alla piastra annaffiato dalla ottima Villacher Marzen (una birra chiara dal delicato aroma di malto) e concludo con uno strudel di mele.
Ritornato alla macchina, avendo tutto il pomeriggio davanti, decido di visitare la penisoletta di Maria Worth vista dalla torre. Seguendo le indicazioni per il Worther See in breve scendiamo sulla sua sponda meridionale e all'incrocio con la strada costiera giriamo a sinistra e procediamo per pochi km. Prima di arrivare alla nostra meta, è già possibile ammirare in lontananza la chiesa maggiore che si specchia sulle placide acque del lago; una breve sosta su un parcheggio riservato di un hotel per qualche foto suggestiva e poi di nuovo verso la meta che raggiungiamo in pochi minuti voltando a destra alle indicazioni per Maria Worth.
Lasciata l'auto in un comodo parcheggio a pagamento, ci inoltriamo nel tranquillo e minuscolo borgo sorto attorno alle due chiese. Quì tutto è silenzio e pace; il santuario è soggetto a lavori di restauro interni e non è possibile visitarlo ma la sua storia è comunque interessante.
Verso la fine del IX Sec. venne costruita una chiesa consacrata a S. Maria che accolse subito dopo le reliquie di S. Primo e S. Feliciano provenienti dal Vaticano. Per questo motivo la chiesa divenne un importante centro missionario. Nel 1155 venne eretta anche la Rosenkranzkirche (chiesa del Rosario). Nel 1399 entrambe le chiese andarono a fuoco e furono ricostruite nel XV Sec.
Molto bello è il giro esterno attorno al santuario per tre lati affacciato sul lago; così come tutto il perimetro esterno della penisola che infonde grande serenità; sono presenti nella piccola località alcuni alberghi dotati di ristorante ed una affollata gelateria affacciata sul lago di fronte all'imbarcadero.
l tempo, però, cambia velocemente e scuri nuvoloni coprono d'improvviso il cielo, dopo poco comincia a piovere per cui mi dirigo velocemente verso l'auto non prima di aver rivolto un ultimo sguardo in alto, alla sagoma scura del Pyramidenkogel che domina questa parte di Austria.
Il ritorno in Italia, sotto una pioggia battente trasformata in grandine per un breve periodo, avviene percorrendo la strada costiera in direzione ovest verso Velden fino ad incontrare le indicazioni autostradali per Villach. Da qui la strada è la stessa fatta all'andata.
Anche questa gita è stata estremamente piacevole e distensiva.

lunedì 4 agosto 2008

Lo Sbarramento Val Rio del Lago

A margine del giro fatto in Slovenia, con rigeneratrice passeggiata sul monte Mangart,  ho avuto la possibilità di visitare alcune vestigia le cui pietre sono state testimoni di eventi dolorosissimi che sembrano essere stati dimenticati dalle generazioni più giovani... ma queste pietre riescono ancora a parlare a chi sa ascoltarle... a chi è curioso... a chi non si spaventa di raggiungere posti insoliti ed isolati.
Di buon mattino, partito da Tarvisio e percorsa la S.S. 54 per Cave del Predil, supero il paese ed il suo lago e proseguo in salita in direzione del valico del Predil; poco prima di entrare in territorio sloveno mi fermo sulla destra (comodo parcheggio) a visitare una fortificazione della prima Guerra Mondiale. 
E' la Batteria Sella del Predil (Predilsattel) la cui visita offre un gran bel panorama sul bacino del sottostante lago;  è sconsigliabile entrare al suo interno per il pericolo di crolli della struttura ma la mia curiosità mi ha, comunque, portato a visitarla nella sua interezza, con estrema prudenza, e a sbucare sulla sua parte superiore da cui il panorama è fantastico (per scattare foto del sottostante lago consiglio il mattino in quanto il sole è alle spalle e quindi ideale per riprendere lo specchio d'acqua in condizioni di luce ottimale). 
Questa batteria di fabbricazione austriaca è stata progettata nel 1892 per ovviare alle carenze strutturali e di armamento del sottostante Forte Lago Predil ai fini di un combattimento a lunga distanza contro un nemico che fosse penetrato in Val Rio del Lago attraverso la Sella Nevea. I lavori si conclusero il 1899 ma il progetto originale risultò oramai superato di fronte all'evoluzione delle artiglierie e degli esplosivi.  All'inizio del conflitto la batteria disponeva di 3 cannoni M80 da 120 mm di calibro (due provenienti dal Forte Hensel di Malborghetto ed uno dalla Chiusa di Plezzo), alcune mitragliatrici Schwarlose M7 e la fucileria della guarnigione che trovava posto in una apposita galleria.  
L'opera, per le sue casematte debolmente corazzate e per il ridotto spessore delle coperture, poteva al massimo resistere al cannoneggiamento di obici o cannoni da 105. La gittata massima dei suoi cannoni era di poco inferiore ai 7 km. La guarnigione era composta da 5 ufficiali e 107 uomini. Ben presto la batteria si dimostrò un facile bersaglio anche da lontano. Si cominciò, allora, a scavare nella roccia sottostante una batteria in galleria con due caverne per cannoni, depositi per munizioni ed altre opere ma la mancanza di perforatrici comportò gravi ritardi. Solo nella notte tra il 24 e il 25 maggio del 1915 il primo cannone con affusto fu trasferito dalla casamatta II e sistemato in caverna mentre gli altri pezzi continuavano a far fuoco sulle postazioni italiane dalle vecchie posizioni. Il 27 maggio dello stesso mese i mortai italiani da 210 bombardarono la batteria per la prima volta. 
Il 5 giugno tutti gli uomini, ad eccezione delle sentinelle, vennero ritirati, subito dopo il secondo cannone, prelevato dalla casamatta I, raggiunse la batteria in caverna assieme a tutti gli elementi trasportabili; le munizioni furono trasferite a mano dalla truppa. Il 12 giugno l'artiglieria italiana scatenò sugli austriaci il fuoco dei suoi pezzi da 305 con salve da due colpi. Tra il 16 ed il 21 giugno anche il terzo cannone del forte fu sistemato in posizione di riserva nella galleria di accesso alla batteria in caverna. Quando, in agosto,  gli Italiani si accorsero che i cannoni del forte sparavano dalle caverne, tentarono di centrare le aperture da cui spuntavano le volate delle bocche da fuoco austriache; 250 colpi sparati con cannoni da 149 non riuscirono nell'intento.
Più tardi, in vista dell'offensiva austriaca del 1917 (Caporetto), i cannoni entrarono a far parte dell'artiglieria mobile per essere pronti ad un più rapido inserimento nell'azione.
Questa fortificazione insieme al Forte Lago Predil e l'adiacente fortino nella gola del rio Aibl fanno parte del percorso museale esterno proposto dal Museo Storico Militare delle Alpi Giulie di Cave del Predil di cui ho già riferito. Della struttura su cui mi trovo se ne intuisce l'originaria estensione e si apprezza la posizione strategica (ma esposta all'osservazione avversaria) idonea per bloccare le avanzate italiane dalla sottostante Val Rio del Lago e da Sella Nevea.
Tornato alla macchina, mi appresto a superare l'ex confine e, appena cominciata la discesa dall'altro versante del passo mi si para davanti un'altra fortificazione; si tratta dello Sbarramento Passo Predil (Strassensperre Predil) che insieme alla precedente opera ed al forte Lago Predil costituiva lo Sbarramento Val Rio del Lago. Questo forte fu costruito dopo la cessione del Veneto all'Austria (1866) con la funzione di impedire il passaggio dall'Isonzo alla Carinzia; era costituito da un blocco principale cruciforme a nord della strada e dall'altro lato da una batteria di artiglieria collegati tra loro da un camminamento sotterraneo. 
Quando fu evidente che sarebbe stato più facile bloccare il nemico proveniente da sud già alla chiusa di Plezzo, quest'opera venne eliminata dal complesso delle opere fortificate nel 1898 e trasformata l'anno seguente in Deposito Oberbreth e ribattezzato Deposito Predil nel 1907; nella Prima Guerra Mondiale fu risparmiato dai bombardamenti in quanto ubicato sul versante est del passo e fu utilizzato per alloggiare le truppe, come stazione per i piccioni viaggiatori e come magazzino; i ruderi sono accessibili con la solita prudenza.
Ma c'è un altra pagina di storia legata a questo sito; al di sotto del forte si nota la presenza di un monumento quasi identico ad un opera vista a Malborghetto; si tratta del monumento commemorativo al Capitano del Genio Austriaco Johann Hermann von Hermannsdorf che nello stesso luogo eresse un forte rudimentale e, nel 1809, si oppose eroicamente ai Francesi di Napoleone morendo in combattimento insieme ad una guarnigione del Reggimento Guardie di Frontiera di Slunj. I francesi bruciarono il forte e tumularono i caduti nel sepolcro comune che si trova vicino alla fortezza al di sotto della strada. 
Il monumento nella forma di una piramide, fu eretto dagli austriaci nel 1848 per volere dell'imperatore Ferdinando I. 
La scultura del leone accasciato su un fascio di verghe fu aggiunto nel 1851. 
Per completare la serie di visite alle opere dello Sbarramento Val Rio del Lago occorre rientrare in Italia e arrivati al Lago di Predil svoltare a sinistra sulla provinciale per Sella Nevea; giunti a metà del lago si noterà sulla sinistra un piccolo promontorio e poco più avanti, sulla destra, quasi nascosta da una gola una costruzione con un cannone posto al suo ingresso. Il promontorio cui accennavo prima è quello che è rimasto del Forte lago Predil (Werk Raiblersee): solo alcuni lacerti di muro e una collinetta di rovine coperte di erba. 
Costruito nel 1885-1887, il forte fu ampliato e rafforzato negli anni successivi (in dotazione aveva 6 cannoni M.4 da 90), non fu molto usato nel conflitto a causa della sua posizione poco efficace nei combattimenti a lunga distanza. Fu invece privilegiata la Batteria Sella Predil che si trovava in una posizione migliore. 
Il fortino Gola Aibl che abbiamo visto nella adiacente rientranza nella roccia, fu costruito nel 1885 per fungere da supporto al forte Lago Predil. Si tratta di una costruzione su di un unico piano in muratura. Non fu necessaria una costruzione corazzata dato che il fortino si trovava in un angolo morto rispetto alle postazioni nemiche. Era collegato con il forte Lago Predil da un camminamento sotterraneo. 
Anche questo complesso di opere si venne a trovare circa 8 km. dietro le linee del fronte e fu bombardato già nel primo giorno di guerra (24 maggio 1915) ma con piccoli calibri che non provocarono grandi danni. I tiri delle artiglierie pesanti italiane cominciarono in luglio e costrinsero gli Austriaci a sistemare i pezzi all'esterno del forte. I comandi italiani ritenevano, a torto, i due forti talmente poderosi che non si arrischiarono ad attaccarli con la fanteria. Questo errore di valutazione concesse ai Carinziani ben cinque settimane di tempo sufficienti per ricevere rinforzi e approntare una valida resistenza su Sella Nevea dalla quale gli Italiani non tentarono mai di scendere per raggiungere Tarvisio. 
Il Forte Lago Predil fu comunque raso al suolo da un tiro di artiglieria italiano preciso ed efficace che lo trasformò in un tumulo di macerie.
La Batteria Sella  Predil vista dal lago
E' davvero un peccato che tali manufatti giacciano in uno stato di abbandono che ne sta lentamente, ma inevitabilmente, cancellando le tracce; e pensare che in queste costruzioni centinaia di uomini hanno sofferto, sperato, pensato alle proprie famiglie, hanno avuto paura, sono morte per servire il proprio paese. Le testimonianze di tante sofferenze e  vicende umane stanno per entrare definitivamente nell'oblio.
Cartografia di riferimento: foglio 019 della Tabacco.

Passeggiando sul Mangart

Fu nel lontano 1794 che un turista per primo mise piede sul monte Mangart (2678 m.), quarto monte per altezza della Giulie: si trattava del conte Hohenwarth, vicario del vescovo Salm di Gurk nella Carinzia austriaca. Le fonti scritte però non fanno riferimento a bracconieri e pastori che già secoli prima avevano percorso ogni palmo del Mangart. Il primo rifugio fu costruito dai Cechi seguito, più tardi, da un altro realizzato da alpinisti di Trieste e Villach e, infine, da quello attuale situato poco sotto la Sella del Mangart gestito dalla Associazione Alpina di Bovec.
Dopo una notte in cui la pioggia ha ripulito l'aria, decido di intraprendere un percorso (per gran parte automobilistico) che mi condurrà a risalire il fianco sloveno del Mangart sulla strada più elevata di tutta la Slovenia, in un severo paesaggio di alta montagna con la possibilità di ammirare panorami vasti e maestosi (ecco l'importanza dell'aria pulita). 
Parto di buon mattino da Tarvisio e percorro la S.S. 54 per Cave del Predil che ho visitato il giorno precedente, supero il paese ed il suo lago e proseguo in salita in direzione del valico del Predil; poco prima di entrare in territorio sloveno mi fermo sulla destra (comodo parcheggio) a visitare rapidamente una fortificazione della prima Guerra Mondiale. E' la Batteria Sella del Predil. Da questa posizione si  gode di un gran bel panorama sul sottostante lago; adesso, però, ho fretta di arrivare alla mia meta per anticipare il caldo che sento aumentare. Risalgo in macchina, supero le strutture dell'ex valico. 
In territorio sloveno incontro subito un'altra fortificazione che ignoro ripromettendomi di visitarla al ritorno e proseguo in discesa; a circa un km. dal valico incontro il primo bivio/incrocio e abbandono la strada principale prendendo quella che svolta a sinistra (presenti indicazioni turistiche); la quota in questo punto è di 1094 mt. Dopo poco la strada, pur conservando il fondo asfaltato per tutti i suoi 12 km, diventa molto stretta ed in salita pertanto occorre moderare fortemente la velocità e prestare la massima attenzione incrociando altri veicoli ma anche ciclisti e motociclisti. Per avere un'idea della strada date un'occhiata a questo filmatino di YouTube. La strada, costruita nel 1940 dai militari italiani si inerpica tra fitti boschi di larici, pini neri e silvestri, abeti rossi e bianchi; alcune indicazioni ci ricordano che siamo entrati nel Parco Nazionale del Triglav. 
A circa metà della strada è necessario fermarsi per pagare un pedaggio di 5 Euro e proseguire. Continuando a salire, il bosco lascia posto prima a mughete ed in seguito al classico paesaggio di alta montagna con rocce, prati e fiori. La strada si fa sempre più ardita e pittoresca; si attraversano cinque gallerie dopo le quali il percorso si fa più tranquillo. Si notano sui bordi della strada numerose aree di parcheggio, subito dopo il rifugio Koka na Mangrtum la strada procede ad anello (1986 m.) a senso unico per altri 60 m. di dislivello;
proseguo per il breve anello godendomi delle immagini luminosissime e, scendendo, parcheggio nei pressi del rifugio per potermi godere questa aria frizzante che mi costringe ad indossare una felpa antivento che avevo messo preventivamente nello zaino. 
La salita è andata bene, non ho incrociato veicoli in senso opposto; sono leggermente preoccupato per la discesa ma adesso che ho finalmente la montagna sotto gli scarponi risalgo un sentiero che mi riporta in breve al punto più alto della strada poc'anzi percorsa e da qui alla Forcella della Lavina, una sella erbosa a quota 2055 mt. a ridosso del confine con l'Italia. Lo spettacolo è da mozzare il fiato: alla mia sinistra le Cime Verdi, alla destra il Travnik e poco oltre la sagoma imponente del Mangart; 
davanti a me, verso nord, si apre la Valle della Lavina con i due laghi di Fusine circondati dalla foresta millenaria di Tarvisio che sembrano due smeraldi adagiati su un velluto verde; alle mie spalle si dispiega la strada appena percorsa con, sullo sfondo, la silhouette dello Jalovec. 
Dopo una buona mezz'ora di contemplazione, i miei passi mi portano a seguire il sentiero verso il Mangart (est) indicato da bollini rossi con centro bianco; dopo essere passato sotto lo spuntone roccioso del Travnik approdo alla forcella Mangart (m. 2273) da cui lo spettacolo è ancora più suggestivo. 
Da questa forcella partono i sentieri per la ferrata degli Italiani a nord (che però attualmente è chiusa) e per quella degli Sloveni ad est. Io mi fermo qui, mi stendo su un fresco prato e con il binocolo mi godo le superbe pareti rocciose del Mangart con i variopinti escursionisti che si affannano nella sua conquista attraversando anche un paio di residui di nevaio. 
Dopo aver sostato a lungo in questo posto ridiscendo al vicino rifugio per scattare ancora qualche fotografia; qui incontro parecchi escursionisti che hanno occupato i non tanto numerosi tavoli all'aperto e pertanto decido di "togliermi il dente" e di scendere a valle sperando di non incontrare sulla strada veicoli in risalita. La speranza si è purtroppo resa vana in quanto ho incrociato una mezza dozzina di auto che mi hanno costretto a delicate manovre per non finire fuori strada. 
Arrivato comunque al fondo valle senza ulteriori inconvenienti mi dirigo verso sud-ovest deciso a visitare l'uscita della galleria di Bretto di cui ho già riferito in un altro post. Sul breve tragitto, incassato in quella che gli Sloveni chiamano la valle delle cento cascate, raggiungo Log Pod Mangartom e mi fermo alla "gostilna" Mangart proprio al centro del paese sulla strada principale; una bella e solida costruzione di montagna il cui gestore Milan Crnigoj offre ai viandanti, reduci dalle vicine escursioni, i piatti della tradizione locale: polenta con pecorino e ricotta, gulash di selvaggina con gnocchi di pane farciti, rihta (polenta a strati farcita con verdure e formaggio e cotta al forno), sruklji di Log (involtini di pasta ripieni di mele, pere uva sultanina e noci conditi con burro di montagna), braciole di selvaggina con croccantini di semolino, gibanica (dolce a strati farcito con ricotta dolce casereccia), potica (versione slovena delle gubana friulana). 
Soddisfatto e satollo, senza alcun rimorso per la linea, all'uscita della locanda, in prossimità del torrente Koritnica il mio sguardo viene attratto da un segnale turistico che sembra indicare un percorso per raggiungere una cascata. Il sentiero è molto bello e dopo un lungo tratto tra bellissimi prati che regalano un paesaggio "svizzero" si inoltra in un fitto bosco di conifere sempre costeggiando il corso d'acqua; purtroppo, dopo due ore di cammino non ho trovato alcuna cascata ma l'itinerario è stato comunque piacevole e rilassante.
Ritornato alla macchina, con il sole che nel suo tragitto  celeste si prepara a celarsi dietro le cime circostanti, ritorno lentamente verso il Passo del Predil dove mi fermo per l'ultima sosta a visitare la fortificazione vista al mattino; si tratta dello Sbarramento Passo Predil ma, anche di questa opera, dirò in un altro post. Stanco ma soddisfatto rientro nei confini nazionali e mi fermo a rimirare il tramonto sul Lago di Predil con la mente che vaga libera nelle praterie dell'anima. 
Cartografia di riferimento: foglio 019 della Tabacco anche per la parte in territorio sloveno.

domenica 3 agosto 2008

Museo della tradizione Mineraria di Cave del Predil

Nel giugno del 1991 la più grande Miniera di piombo e zinco dell'arco alpino chiude non perché il giacimento di metallo fosse esaurito ma perché non più concorrenziale con altri impianti. 
I pochi abitanti di Cave del Predil per non disperdere un patrimonio di esperienze, cultura, tecnologia ed archeologia industriale ottengono dalla proprietà, a parziale risarcimento per la chiusura, che si realizzi un museo minerario con la possibilità di inglobare qualche galleria della miniera stessa. E' così che nasce questo interessante museo che testimonia un'epoca vicina ma ormai irrimediabilmente perduta. 
La struttura sorge in Via Garibaldi a fianco della chiesa antica, al pianterreno dell'edificio che era la sede della cooperativa di consumo dei minatori; in un ambiente raccolto vengono illustrate la scienza e la tecnologia impiegate nell'estrazione dei minerali ma anche lo stile di vita dei minatori. Sono presenti suggestive ricostruzioni degli ambienti sotterranei, uniformi da lavoro e di rappresentanza, telefoni, elmetti, lanterne, trenini originali e modelli dei macchinari che servivano per separare i minerali dalle rocce sterili. 
Il museo è aperto tutti i giorni, escluso il lunedì, dalle 09,00 alle 12,30 e dalle 14,30 alle 18,30; il costo del biglietto di ingresso è di 3 Euro per gli adulti e 2 Euro per i bambini. 
Ma il "piatto forte" della visita è rappresentato dalla possibilità di percorrere le antiche gallerie accompagnati da un ex minatore; è sufficiente essere in  almeno 5/6 persone per chiedere all'addetta al museo di accedere alla miniera. Il costo di questa "passeggiata" è di ulteriori 5 Euro per gli adulti e 3 euro per i bambini.  
Insieme ad altri occasionali compagni di viaggio, sono stato accompagnato da Bruno Micottis, Direttore della Cooperativa che gestisce il museo, verso l'ingresso della miniera che dista circa 100 metri dal museo; entrati nelle viscere della terra abbiamo indossato mantelline gialle e caschi. La temperatura si mantiene costantemente attorno ai 9° con una umidità del 98%. 
La nostra guida con grande passione e competenza ci ha spiegato la storia affascinante e spesso drammatica della dura vita in miniera.
Fonti storiche testimoniano l'attività estrattiva a partire dagli inizi del XI Sec. ma è possibile che già in tempi preromani il giacimento fosse sfruttato per la produzione di alcuni manufatti risalenti a 800 anni prima dell'era cristiana rinvenuti nelle località viciniori. Nel 1918, con la sconfitta dell'Impero Austro-Ungarico ed il conseguente passaggio dei territori all'Italia, le tre miniere attive passarono al Governo Italiano. L'attività mineraria di Cave era la più importante industria della valle; nel 1952 vi erano occupate 1132 persone. L'attività estrattiva cessò definitivamente il 30 giugno del 1991 dopo che nel febbraio precedente la miniera fu occupata per 17 giorni dai minatori in lotta per la conservazione del posto di lavoro. Gli occupati al momento della chiusura erano 150 e le gallerie raggiungevano uno sviluppo complessivo di circa 120 km. distribuiti su un dislivello di oltre 1000 metri su 19 livelli. 
Ci è stata mostrata una galleria molto piccola e antica che poteva essere stata scavata solo da persone molto basse per cui si favoleggia l'impiego in miniera di una tribù di nani proveniente forse dal Veneto (provenivano forse dalle miniere di Moria di tolkeniana memoria?). 
Su YouTube c'è un bel filmato della Back Film che illustra una parte della visita.
Il lavoro compiuto per attrezzare e mettere in sicurezza le gallerie visitabili è stato apprezzabile ma attualmente la visita è solo parziale perché è stato sistemato e collaudato un trenino che consentirà ai visitatori di percorrere altre gallerie alla scoperta di ulteriori ambienti, ma questo avverrà solo quando sarà pervenuta l'autorizzazione al suo utilizzo da parte delle autorità politiche regionali; spero che questo avvenga presto perché, visitando altre strutture analoghe, ho avuto modo di apprezzare l'importanza che tali "optional" rivestono soprattutto tra giovani e giovanissimi e questa comunità merita tutte le attenzioni possibili per le vicende che ha passato.
C'è infine un'ultima chicca che però non è visitabile: la galleria di Bretto. Si tratta di un tunnel di 5 km. che collega la valle del Rio del Lago con la valle dell'Isonzo presso l'abitato di Log Pod Mangrtom in Slovenia; costruito nel 1902 al 13° livello, a 240 metri sotto il paese per consentire lo smaltimento della acque circolanti nei livelli inferiori della miniera, fu ampliata nel 1905 e nel 1909 dotata di un trenino a trazione elettrica che serviva ai lavoratori provenienti da Log e Bovec per raggiungere gli impianti quando la neve ostruiva il Passo di Predil; durante la prima guerra mondiale ha consentito il transito di circa 600.000 soldati austriaci e di un quantitativo enorme di armi ed equipaggiamento diretti verso le prime linee del fronte dell'Isonzo, al riparo dei controlli delle vedette italiane situate sul Passo Predil; tale passaggio si rivelò di straordinaria importanza strategica durante le fasi della battaglia di Caporetto. Le vicende tragiche del secondo conflitto mondiale hanno fatto si che con la ridefinizione dei confini la galleria mettesse in collegamento due paesi ai ferri corti, divisi dall'allora quasi impenetrabile "cortina di ferro"; questo ha dato origine ad una singolarissima curiosità: l'istituzione in galleria di un valico confinario sotterraneo di seconda categoria e una barriera meccanica (ancora funzionante) che si apriva per consentire il passaggio di quei minatori che erano diventati cittadini jugoslavi. I militari della Guardia di Finanza raggiungevano la barriera nel cuore della montagna ed effettuavano i controlli sull'identità dei lavoratori ogni volta che era in corso un cambio turno nella miniera.
La giornata volge al termine e a malincuore lascio questo posto così carico di suggestioni ma tornerò perché voglio visitare il Lago del Predil ed approfondire una leggenda che aleggia su questo specchio d'acqua verde smeraldo.
Il giorno successivo, dopo aver visitato il Mangart, avendo del tempo residuo da impiegare, ho percorso la valle della Korintica, in Slovenia, fino a Log Pod Mangrtom per completare la visita con l'uscita della galleria di Bretto; vi si arriva percorrendo la strada che proviene dal Passo del Predil senza deviare dal tracciato principale del fondovalle, superato il paesino di Log occorrerà prestare attenzione sulla destra ad una piccola cappella dedicata a S. Barbara in corrispondenza della quale si dovrà imboccare la stradina a destra che in poche decine di metri ci porta all'unica opera visibile di questa storica galleria. 
L'ingresso (o  uscita) purtroppo chiuso, è simile all'antica porta di ingresso della miniera di Cave; al di là del portone che chiude l'opera si avverte una forte corrente di aria fresca e lo scrosciare delle acque che occupano la sede inferiore della galleria; nel piazzale antistante fa bella mostra un trenino impiegato per raggiungere  la miniera ed alcuni tabelloni plurilingue esplicativi sulla storia della galleria.

Il Museo Storico Militare delle Alpi Giulie di Cave del Predil

Nel centro di Cave del Predil, in Piazza della Chiesa, a fianco della nuova chiesa di S. Anna, c'è l'edificio della ex scuola elementare risalente al 1908, recentemente ristrutturato per ospitare il museo in questione. Pur se il paesino che lo ospita è oggi decisamente lontano dalle rotte dei traffici turistici e commerciali, insiste su un territorio che è stato, a suo tempo, al centro di epocali avvenimenti bellici che ne hanno evidenziato la grande valenza strategico-militare. Di questi avvenimenti, tre in particolare sono quelli che maggiormente hanno inciso sull'assetto geo-politico, etnico-linguistico, demografico e socio-economico del Tarvisiano:
- le campagne napoleoniche antiasburgiche condotte dall'Armata d'Italia tra il '700 e l'800 che, oltre a tramandare alla storia militare l'importanza delle vie tattiche del Predil e della Raccolana nonchè della stretta di Malborghetto, hanno creato le premesse per la "fortificazione carinziana" le cui vestigia sono tra i pochi monumenti storici del Tarvisiano;
- la 1^ Guerra Mondiale con il suo fronte italo-austriaco nel settore  carnico-giulio-carinziano, con la disfatta di Caporetto e la conclusione vittoriosa del conflitto che ha consentito al Regno d'Italia di annettere, superato lo spartiacque di Camporosso, la conca di Tarvisio e di stabilire così il nuovo confine di Stato;
- la 2^ Guerra Mondiale per aver fatto del Tarvisiano la base di partenza, supportata dalla fortificazione permanente nota come Vallo Littorio, per le operazioni di occupazione del territorio jugoslavo nell'aprile-maggio del 1941 e per essere stato oggetto di contenzioso internazionale per la definizione dei confini al termine del conflitto. 
Per quanto detto, il museo è stato organizzato in diverse sale nelle quali il visitatore è lasciato libero di girare ma che, come gentilmente consiglia il custode, dovrebbe essere visitato secondo il seguente ordine:
- sala del sito (intitolata a Julius Kugy)con la presenza di due grandi plastici che consentono di orientarsi topograficamente nella zona di interesse e di comprendere il motivo della collocazione dei manufatti militari nei siti del percorso museale esterno; vi sono riportati inoltre ingrandimenti fotografici, mappe, riferimenti storico-cronologici e tecnico-balistici che forniscono nozioni sulla fortificazione permanente areale;
- sala multimediale attrezzata per proiezioni e conferenze; apprezzabile un bel plastico che riproduce il borgo che si stringe attorno al santuario del Monte Lussari;
- sala delle guerre austro-napoleoniche (intitolata ai due Capitani del Genio Austriaco Hensel ed Herman) che offre uno spaccato storico di tali campagne dal 1797 al 1814 nell'alto Friuli, Valcanale, alto Isonzo e Carinzia; segnalo, inoltre, la presenza di documenti inerenti la battaglia di Tarvisio e armi, uniformi e plastici esplicativi;
- sala della 1^ Guerra Mondiale dove viene preso in esame il periodo 1914/18 che ha interssato la zona tra l'alto Isonzo, la val Raccolana, la val Fella e l'alta Carnia; anche in questa sala sono custodite uniformi, armi, reperti e documenti inerenti le battaglie del monte Nero, monte Rombon, Jof di Miezegnot e Due Pizzi oltre agli albi d'onore dei caduti di ambedue i fronti;
- sala della 2^ Guerra Mondiale dove si fa luce sul periodo in cui la monarchia italiana subentra a quella asburgica con conseguente presenza fascista nel Tarvisiano fino all'occupazione alleata del 1945; un'ampia serie di armi, corredi militari, locandine, uniformi fa da contorno ai numerosi documenti presenti;
- biblioteca ed emeroteca fornitissima a disposizione dei visitatori per approfondimenti e studi;
- sala del comprensorio di Cave del Predil - Raibl dove viene posta doverosa attenzione alla comunità che ospita il museo e che nel tempo è stata al centro di importanti vicende legate al mondo minerario e a quello militare con documenti, oggettistica e materiali vari che permettono di conoscere la realtà sociale ed urbanistica del luogo.
All'esterno dell'edificio museale si trovano alcuni pezzi di artiglieria relativi all'ultimo periodo preso in considerazione.
Il percorso interno può essere ampliato con la visita ad opere militari (Batteria di Sella Predil, Forte al Lago e le opere nr. 5, 8, 10, 11, 12, 14, 15 e 16 del Vallo Littorio ubicate, queste ultime, tra il lago e la località di Riofreddo) che offrono un quadro aggiuntivo sui modelli di difesa in zona alpina ed in particolare nel corso della 1^ e 2^ Guerra Mondiale attorno al territorio di Cave.
La mia visita si è svolta in un'atmosfera ovattata e di quiete, l'ideale per studiare e riflettere su periodi di grandi tensioni ed avvenimenti. Pur in presenza di un cartello di divieto di utilizzo della fotocamera, il suo uso è, comunque, tollerato.  Il costo del biglietto di ingresso è di 3 Euro per gli adulti e 2 Euro per i bambini. Il museo è aperto, dal 15 maggio al 15 settembre, tutti i giorni dalle 10 alle 12 e dalle 15 alle 18 (domenica solo al mattino); dal 1 dicembre al 20 gennaio (domeniche, lunedì, Natale e Capodanno esclusi) con gli stessi orari. E' possibile visitare il museo in altri periodi su prenotazione al tel. 0428.648912.
Questa bella iniziativa è stata voluta dall'Amministrazione Comunale di Tarvisio e gestita dal "Gruppo Storico Tarvisiano".

sabato 2 agosto 2008

Cave del Predil

In tanti anni di frequentazione delle Giulie non mi ero mai fermato in questo paese molto particolare; ci ero sempre passato accanto diretto al lago omonimo, a Sella Nevea o in Slovenia ma alcuni suoi grandi condomini anni '60 (piuttosto discutibili e fuori luogo) hanno fatto si che transitando nelle sue vicinanze buttassi solo un'occhiata soprattutto alle strutture minerarie che hanno tormentato il sovrastante Monte Re. La, relativamente recente, istituzione di ben due musei mi hanno spinto ad una visita di questa piccola località. Per arrivare a Cave del Predil è consigliabile giungere a Tarvisio e seguire le indicazioni per la Slovenia ed in seguito quelle per la nostra meta; lasciata Tarvisio, la strada procede in leggera salita e dopo circa 8 km. arriviamo a Cave. 
Il paese si sviluppa alla destra della strada che percorre la valle del Rio del Lago; svoltiamo quindi a destra, in corrispondenza del primo incrocio che incontriamo (caratterizzato dalla presenza di un trenino minerario) e dopo circa cento metri arriviamo in Piazza della Chiesa dominata da due edifici di culto; possiamo parcheggiare qui l'auto. 
Ci troviamo a circa 900 mt. s.l.m. in un villaggio dove l'atmosfera malinconica che incombe sul luogo, che ha rischiato seriamente di trasformarsi in un paese fantasma, sta lentamente sollevandosi come le nebbie al primo sole dell'alba. Difatti nel 1991 la miniera che era l'unica fonte di reddito per gli abitanti chiude creando una profonda depressione economica; la maggior parte degli abitanti è costretta a trasferirsi altrove, il paese si svuota e sembra destinato ad una inevitabile agonia. Allo stato attuale i pochi abitanti rimasti (circa duecentocinquanta) stanno cercando faticosamente di reagire e in questo quadro si colloca la realizzazione di due musei ed il recupero delle miniera ai fini turistici. Se voltiamo lo sguardo in alto verso la direzione dalla quale siamo entrati in paese noteremo il Monte Cinque Punte che domina il paese mentre sull'altro versante orografico della valle possiamo osservare il fianco martoriato del Monte Re nelle cui viscere si sviluppa la miniera. 
E' piacevole passeggiare  per il paesino; la chiesa antica è del 1730, in stile carinziano è molto ben tenuta e sorge di fronte a quella moderna (1969) più grande ma sicuramente meno affascinante; entrambe sono dedicate a S. Anna. Accanto ai condomini di cui riferivo prima, sono sorte piccole case in stile alpino molto più consone al luogo e i passi mi portano inevitabilmente verso la zona mineraria. 
Mentre scattavo delle foto ad un vagoncino minerario mi si avvicina un anziano del posto che con modi gentili mi dice che all'ingresso del paese c'è un trenino intero più bello per essere fotografato; capisco che ha voglia di parlare e non avendo alcuna fretta lo incoraggio a raccontarmi qualcosa del posto. Il gentile signore è uno dei vecchi minatori che coraggiosamente è rimasto e mi ha raccontato la storia della sua vita e del duro lavoro della miniera. Mi ha raccontato che in paese per un certo periodo si era in 4000 anime e si sentiva parlare in Friulano, Sloveno, Tedesco, Calabrese, Pugliese, Veneto ed altri innumerevoli dialetti; con un certo orgoglio ha affermato che a Cave l'Europa Unita c'era da molto prima della caduta delle frontiere. 
Parlando dello sviluppo della miniera nei livelli sotterranei mi ha portato a visitare un anonimo monumento (obelisco con scritta in lingua tedesca) che avevo già adocchiato durante il mio giro: questa stele sorge sul posto dove era situato l'ospedale minerario che nel gennaio del 1910 scomparve inghiottito da una voragine a causa dell'infiltrazione di acqua del vicino Rio del Lago in piena in una galleria sotterranea scavata nei pressi dell'edificio;  questa tragedia ha reclamato sette vittime i cui corpi non sono mai stati restituiti dalle viscere della terra. Abbiamo concluso questa bella chiacchierata in uno dei due bar del posto davanti ad un paio di calici di bianco in un clima di grande cordialità. 
Salutato il gentile ospite (non gli ho chiesto il nome... che errore imperdonabile) sono tornato verso la piazza dove sussistono il Museo Storico Militare delle Alpi Giulie e la Mostra Permanente della Tradizione Mineraria che ho visitato con grande attenzione.

venerdì 1 agosto 2008

Tarvisio

Sono appena tornato dalle mie vacanze trascorse in montagna e sento già prepotente la mancanza delle belle passeggiate che ho compiuto nella zona del Tarvisiano nel cuore delle Giulie. Ho raccolto parecchi spunti per stendere qualche post al fine di fornire, ai viaggiatori che non conoscono questi luoghi, qualche spunto per spingerli ad arrivare in questo lembo d'Italia lontano dalla confusione e dalla mondanità di montagne più celebri ma non più belle. Ho soggiornato al centro di Tarvisio che è stata la base di partenza dei vari giri che ho compiuto nei dintorni.
Tarvisio è una ridente cittadina montana con circa 5.000 residenti; è adagiata a 754 metri s.l.m. nella Val Canale e, singolarmente, è situata al di là dello spartiacque alpino, ragione per cui il fiume che la attraversa (lo Slizza)  alimenta il Gail che incontra ad Arnolstein in Austria; anche altri corsi d'acqua minori fanno parte del bacino idrografico danubiano e del Mar Nero. La sua posizione, quindi, la colloca geograficamente al di fuori dello stivale italiano. A pochi chilometri dal confine con Austria e Slovenia, Tarvisio è circondata a nord dalle alpi Carniche e a sud dalle Giulie. Questa sua particolare posizione e la vastità di ambienti naturali incontaminati che le fanno da corona hanno consentito alla città di manifestare una spiccata vocazione turistica sia estiva che invernale. Nei secoli passati, infatti, scrittori, studiosi e viaggiatori hanno descritto questo centro per la sua bellezza. Tra questi ricordo lo scrittore e alpinista Julius Kugy che ha dedicato numerosi anni della sua vita ad esplorare e descrivere i monti della zona.  
Il clima è di tipo continentale con inverni freddi e nevosi ed estati piuttosto calde. 
Nella tradizioni popolari e nella cucina spicca chiaramente l'influenza lasciata dall'impero Asburgico dal momento che fino al 1919 la popolazione della città era totalmente austriaca e slovena. La festa folcloristica più sentita dai valligiani e quella di S. Nicolò e dei Krampus che si tiene ogni 5 dicembre.
Nel 2003 ha ospitato le XXI Universiadi invernali per cui è dotata di buoni impianti per la pratica degli sport invernali.
Frequento Tarvisio da 20 anni e la ritengo una città schiva e riservata, dove non troverete i "grandi nomi" dell'Italia che conta (?) ma che sa regalare attimi di incomparabile suggestione nel volgere gli occhi lassù... dove osano le aquile.
Per ulteriori informazioni: www. tarvisiano.org