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Lettori fissi

Un piccolo diario che ha come filo conduttore il mio amore per la montagna e per i viaggi in genere... ma anche pensieri e riflessioni su quello che mi circonda perché il vero esploratore è colui che non ha paura di spogliarsi delle ipocrisie e aprirsi all'ignoto.
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domenica 19 settembre 2010

La vecchia ferrovia Pontebbana - Ciclovia Alpe Adria

L'antica strada che unisce la pianura friulana alla Carinzia, attraverso la valle del Fella e Tarvisio, è da sempre frequentata da eserciti, viaggiatori e mercanti.
Nel 1879 il paesaggio di queste splendide valli cambiò con l'inaugurazione di una delle linee ferroviarie più spettacolari dell'intero arco alpino che rese più agevole gli spostamenti.
I primi studi di fattibilità per i tratti da Udine a Tarvisio e a Villach portano la data del 1855 ma la vicina ferrovia del Predil, che avrebbe collegato la Mitteleuropa al porto di Trieste, ritardò di molto l'inizio dei lavori che, comunque, ebbero inizio nel 1872 e completati sette anni dopo.
Nell'allora territorio austriaco (da Pontebba verso nord-est) i lavori furono di competenza delle maestranze imperiali mentre, nella parte a sud della cittadina, le ferrovie italiane si incaricarono di realizzare l'opera nello scenario spettacolare del solco scavato dal Fella nei millenni. Il tratto italiano era lungo poco più di 68 chilometri (da Udine a Pontebba) e, lungo il suo percorso, furono realizzate ben ventotto gallerie per una lunghezza complessiva di 5.500 metri, undici ponti in ferro e sedici in muratura; la ferrovia fu, inoltre, protetta da possibili frane con diciassette chilometri di muri di sostegno. Questi lavori si concentrarono nei dodici chilometri tra Chiusaforte e Pontebba; questo lascia solo intuire la spettacolarità di questa opera dell'ingegno italiano.
Spettacolare e tragico fu anche l'incidente avvenuto il 26 marzo del 1920 sul ponte Muro, quando alcune carrozze si misero accidentalmente in movimento e piombarono a valle a gran velocità scontrandosi frontalmente con il treno che saliva da Udine per Vienna, uccidendo dodici studenti egiziani di medicina diretti a Berlino per specializzarsi.
Ora questa linea non è più in esercizio, sostituita da una più moderna e veloce ferrovia; la tratta tra Carnia e Pontebba fu dismessa nel 1995, quella fino a Valbruna nel 1999 e un anno dopo anche la tratta fino al confine cessò di funzionare.
La curiosità per questa imponente opera mi è venuta quando cercavo l'accesso per il forte di Chiusaforte e, per sbaglio, mi sono ritrovato sulla massicciata che corre sotto il forte stesso.
Con una certa lungimiranza, si è deciso di non abbandonare a se stesso questo percorso e di trasformarlo in pista ciclabile: la futura Ciclovia Alpe Adria. Purtroppo i lavori procedono a rilento e l'unico tratto percorribile attualmente è quello tra Camporosso e Coccau; gli altri tratti sono sbarrati dai vari cantieri ma la curiosità di percorrere comunque questo itinerario, in anticipo rispetto all'apertura ufficiale, mi ha portato sulla vecchia statale che percorre il fondo valle fino a Chiusaforte; qui, lasciata la macchina all'uscita nord del paese, mi porto sulla riva del Fella per ammirare un imponente ponte in ferro lungo centocinquanta metri poggiato su un solo grosso pilastro in pietra collocato al centro del greto del fiume. 
Ritorno verso la macchina e, tra la vegetazione, individuo un sentierino che sembra portare sulla massicciata della ferrovia; in effetti è così.
Sotto un bel sole comincio ad avventurarmi lungo questo percorso in direzione nord-est. Dopo circa duecento metri c'è una barriera che indica un cantiere; lo supero senza problemi dal momento che non scorgo presenza di operai e non c'è alcun cantiere. La pista da questo punto è asfaltata e, dopo aver superato una galleria annerita dal fumo delle numerose locomotive a vapore che la percorrevano, arrivo al ponte che avevo visto dalla sponda del Fella.
Questo ponte è stato restaurato ed attrezzato con una passerella a griglia in acciaio destinata alle bici. Camminandoci sopra e guardando i miei scarponi vedo le acque impetuose scorrere sotto di me; un piacevole senso di vertigine controllata mi pervade. 
Avanzo ammirando il paesaggio circostante e pensando all'immane lavoro compiuto in soli sette anni dagli operai che, con attrezzature e  strumenti di oltre un secolo fa, dovettero superare ostacoli di ogni tipo. L'asfalto è nuovo e di un bel colore nero, segno evidente che è appena stato steso; in alcune gallerie addirittura si attacca alle pedule perchè non ancora asciutto. 
Ogni galleria conserva ancora la sua targa originale in marmo con nome dell'opera e la sua lunghezza.
Sul lato sinistro scorre l'A27 mentre sulla destra sono sovrastato dalle pareti rocciose scavate dal fiume in epoche lontane. Arrivato in prossimità del torrente Cadramazzo, mi fermo ad ammirare la cascata che questo forma nel riversarsi nel Fella.
La passeggiata scorre piacevole e solitaria. Il mio pensiero corre al secolo scorso e oltre, quando su questi viadotti passavano sbuffanti locomotori a vapore che trainavano tradotte di emigranti, deportati e soldati ma anche lussuosi vagon-lits che collegavano Vienna a Venezia, Milano e Roma. 
In lontananza si scorge l'abitato di Dogna "abbracciato" dalla nuova statale. 
Ad un certo punto l'asfalto finisce e la massicciata si allarga; sono arrivato alla vecchia stazioncina di Dogna oramai abbandonata da tempo. 
Fa un certo effetto pensare che gli abitanti di Dogna dovevano sobbarcarsi una bella salita a piedi fin quassù per poter prendere il treno. Mi colpisce un adesivo attaccato sulla porta di quella che doveva essere l'edicola della stazione; si citano le nostre care vecchie lire.
Proseguo sul percorso con bella visuale sul paese di Dogna a sinistra
e del torrente omonimo sul lato opposto con lo spettacolare Jof di Montasio che si staglia sullo sfondo. 
Qui c'era un ponte in ferro crollato nel 1968 sostituito ora da un viadotto in cemento.
Procedendo, il percorso si mantiene panoramico e giunge ad un altro ponte spettacolare: 
il già citato Ponte di Muro che scavalca il Fella a ben 42 metri di altezza. 
Il panorama della stretta valle verso nord è davvero notevole.
Questo viadotto in pietra e ferro fu posizionato dopo la Seconda Guerra Mondiale ed è identico al precedente distrutto dalle bombe alleate.
Superando questo ponte, con il tempo in netto peggioramento, arrivo sul lato orografico destro del Fella e, dopo una serie di lunghe e scure gallerie (indispensabile la torcia), 
arrivo alla vecchia stazione di Pietratagliata. 
Qui finalmente riesco ad individuare le uniche tracce ancora esistenti dei vecchi binari.
Non è più possibile procedere oltre perchè c'è un viadotto crollato. Sono soddisfatto perchè ho percorso il tratto più spettacolare della Pontebbana in anteprima e in completa solitudine in compagnia del silenzio e dei miei pensieri.
Ritorno indietro, sullo stesso percorso, con una certa sollecitudine dal momento che il cielo minaccia pioggia. Arrivato al punto nel quale avevo raggiunto la massicciata vedo in lontananza la stazione di Chiusaforte per cui decido di spingermi fin li.
Anche questa stazione abbandonata fa volare i miei pensieri ad altri tempi; è strano osservare queste strutture senza i binari. 
Tra andata e ritorno ho percorso circa venti chilometri ma è oramai ora di tornare; il tempo è davvero minaccioso. Raggiungo rapidamente la macchina e, sotto la pioggia battente, ritorno alla base.

sabato 14 agosto 2010

Il forte corazzato di Chiusaforte

Dopo un inverno ed una primavera importanti per la mole di lavoro svolta, finalmente qualche giorno di vacanza nelle mie amate Giulie.
I primi due giorni sono stati accompagnati da tempo piovoso per cui li ho trascorsi a rimpinguare la mia documentazione su questi magnifici luoghi dilapidata, qualche tempo fa, da un'amica.
Questa mattina le previsioni davano tempo incerto ma appena sveglio, aprendo le finestre, vedo un bel sole filtrare tra gli abeti. Non ho perso tempo; ho buttato qualcosa nello zaino e sono partito per una breve gita. Non ero intenzionato a fare granché (in realtà le cose andranno diversamente).
Saltato in macchina lascio Tarvisio e mi dirigo verso Udine; è mia intenzione visitare il forte di Chiusaforte. Ero passato tante volte sotto la sua mole che si staglia su un rilievo che domina il Fella e la S.S. Pontebbana e la curiosità di visitarlo mi è sempre restata. 
In realtà questa visita dovevo compierla con il mio amico Gianni ma un volo di 5 metri fuori programma lo ha messo momentaneamente ko.
Superato di poco l'abitato di Chiusaforte, sulla destra si aprono due spiazzi a breve distanza uno dall'altro; parcheggio sul secondo spiazzo e proseguo, sempre sulla "Pontebbana", per un centinaio di metri. Sulla destra, ricavato sul fianco di una galleria della vecchia Ferrovia Pontebbana, parte il sentiero di accesso al forte che risale il versante occidentale del poggio sul quale giace il forte. Chi arriva da Udine dovrà superare la frazione di Roveredo e subito dopo sulla sinistra noterà il sentiero; 
conviene parcheggiare subito dopo sulla sinistra sempre nel solito parcheggio.
Inizio la salita, piuttosto agevole ma un pò faticosa per il caldo. Tutto intorno è un tripudio di allegre e multicolori farfalle svolazzanti.
Al secondo tornante, sempre in vista del forte, 
incrocio i ruderi di una costruzione piuttosto malmessi e infestati dalla vegetazione spontanea; è quello che resta del forno che, ovviamente, produceva il pane per soldati. 
Ancora un pò di fatica e dopo un quarto d'ora dalla partenza, una sorpresa mi si presenta davanti agli occhi: chiuso per lavori!! Divieto di accesso con ordinanza del Sindaco.
Ma come? Non ho trovato da alcuna parte notizie sull'impossibilità all'accesso; addirittura presso il primo parcheggio c'è anche un tabellone che illustra le modalità della visita e non si fa cenno alla sua chiusura.
Molto contrariato mi avvicino allo sbarramento e noto che altri (molto pochi in realtà) sono già al suo interno e stanno compiendo la visita. 
Tendenzialmente sono piuttosto ligio ai regolamenti ma in questo caso la poca "delicatezza" nei confronti dei visitatori mi ha fatto diventare meno sensibile e pertanto, superato lo sbarramento, inizio la visita al forte raddoppiando la prudenza che fa parte del mio bagaglio e facendo appello alla mia esperienza maturata in occasione di altre visite a strutture belliche ben più pericolose. Voi, ovviamente, non seguite il mio esempio e aspettate che il forte apra ufficialmente.
Il forte è in ristrutturazione. Dal cortile sono ben evidenti le opere di consolidamento e di restauro. 
Molti locali sono chiusi con porte in vetro o imposte metalliche; attraverso i vetri riconosco gli ambienti che ospitavano le camerate. Forse vorranno ricavare degli spazi espositivi. Credo che quando i lavori saranno terminati questo forte sarà una bella opportunità per Chiusaforte.
Alle spalle delle camerate si trova una costruzione a due piani fatiscente che era adibita a magazzini e deposito.
Dal cortile si gode di una magnifica vista su parte del Canal del Ferro in direzione Sud-Ovest, sul Fella che lo percorre e sul parcheggio dove ho lasciato la macchina.
Rientrante nel progetto generale di fortificazione dei confini nazionali lungo l'arco alpino, la costruzione  ebbe inizio nel 1904 e terminò nel 1913, oramai alla vigilia del primo conflitto mondiale. Fu subito munito di 4 cannoni da 120 mm. protetti da cupole corazzate tipo "Ispettorato" spesse 40 mm. 
e poste nella parte sommitale del forte a dominio della valle sottostante sia verso Nord-Est (direzione di maggiore interesse)
che verso Sud-Ovest. 
La portata delle granate era di 7,7 km.
Quassù il sole è piacevolmente caldo e mi concedo un attimo di pausa per godere del paesaggio.
Nel forte fu curato particolarmente il sistema di difesa vicina rappresentato da gallerie coperte per fucilieri, 
postazioni sui fianchi per mitragliatrici
e muraglioni con feritoie. 
Queste gallerie, molto ben tenute, sono visitabili anche dall'interno in quanto nessuna porta sbarrata ne impedisce l'accesso anche se quest'ultimo si apre presso una costruzione diroccata situata al termine della rampa che dal cortile porta al terzo livello.
Il forte, comunque, si rivelò particolarmente vulnerabile al combattimento a distanza. Prova ne fu la scarsa resistenza opposta all'avanzata delle truppe austro-tedesche nell'ottobre del 1917, alcuni giorni dopo lo sfondamento di Caporetto; venne infatti conquistato dai "Cacciatori Imperiali", il 30° Battaglione "Feldjager", dopo una breve battaglia a preludio della tragica invasione della pianura friulana. In realtà, per un equivoco, la guarnigione che occupava il forte, convinta che sarebbero arrivati ordini per il ripiegamento, aveva provveduto a distruggere le tavole di tiro e tutti i documenti sensibili per evitare che cadessero nelle mani del nemico cosicché, quando arrivò quasi inaspettato l'ordine di resistere, il forte era, di fatto, impotente.
Durante la seconda guerra mondiale, soprattutto i vani più appartati quali i depositi per le polveri ed i magazzini vennero utilizzati dalla popolazione locale quale rifugio antiaereo.
Per visitare alcuni di questi ambienti occorre munirsi di torcia elettrica e scendere, attraverso delle scale situate nell'avancorpo, ai livelli inferiori.
La presenza di un custode fu garantita dall'Esercito fino agli anni '60.
Sono solo al termine della visita. La sacralità di questo posto mi pervade. E' incredibile che in luoghi così belli si siano svolti episodi cruenti e drammatici. Chissà che era Bonanni Luigi di Raveo il cui nome, accanto all'anno 1908, ho rintracciato ben evidente su un muro del forte.
Nel cuore nessuna croce manca.
Prima di riprendere la via del ritorno, un ultimo sguardo al forte.

sabato 9 agosto 2008

Passo Pramollo - Nassfeld

Conclusa in mattinata la mia visita al forte Hensen e dopo un'ottima seconda colazione, approfitto del bel pomeriggio per andare a visitare il passo Pramollo ed in particolare una torbiera che non ho mai visto nei miei precedenti transiti in quanto avvenuti in inverno con la neve, abbondante da quelle parti, che copre tutto.
Per arrivarci mi dirigo verso Pontebba dove trovo chiare indicazioni per imboccare la strada provinciale 110 che arditamente si arrampica per 13 km. fino ad incontrare un piccolo gruppo di alberghi e ristoranti presso cui parcheggio l'auto.
La quota in questo punto è di 1.530 metri e procedendo per una cinquantina di metri verso il confine austriaco, sulla mia sinistra si dispiega il laghetto artificiale che caratterizza il versante italiano del passo. Questo grazioso specchio d'acqua lungo 300 m. e largo circa 200 è stato completamente attrezzato per poterci girare attorno ma anche per proteggere un delicato ambiente dalle azioni, anche involontarie, che i visitatori possono compiere. Infatti il piccolo bacino sorge in una torbiera e ricopre una parte di un'area acquitrinosa in cui i resti vegetali deposti sul fondo sono interessati da fenomeni di macerazione e decomposizione favorita dai batteri ivi presenti.
Il posto è stato dichiarato biotopo, e quindi protetto, dalla Regione.
Un biotopo è una area di limitata estensione che, per concentrazione di habitat ancora integri, viene tutelata per evitare che il suo delicato ecosistema venga danneggiato.
Nelle immediate vicinanze del lago è possibile trovare ontani, ginepri nani, salici, rododendri, mirtilli ma anche felci e campanule barbate. Nei boschi vicini è possibile vedere (con molta fortuna e negli orari opportuni) cervi e galli forcelli mentre i rospi bufo bufo (specie protetta) ogni primavera migrano quassù per riprodursi.
Il periplo del lago sul sentiero appositamente sistemato è lungo circa un chilometro; accediamo dalla riva sud del bacino e ci dirigiamo verso ovest girando in senso orario; questo lato è lo sbarramento artificiale che ha creato lo specchio d'acqua. Dopo poco si imbocca una larga e lunga passerella in legno sospesa sulla torbiera che di sviluppa nella parte nord-occidentale del lago.
Terminata la passerella, siamo nelle immediate vicinanze del confine; sempre percorrendo il sentiero iniziamo il percorso di ritorno che si sviluppa su un bel sentiero protetto tra l'acqua e la vicina provinciale. Volgendo lo sguardo a ovest notiamo il roccioso e massiccio Monte Cavallo di Pontebba (2239 m.).
Terminata la passeggiata è d'obbligo una puntata oltre il confine. Sul versante austriaco si notano gli sbancamenti realizzati nei boschi per fare posto alle numerose piste da sci che fanno parte di uno dei più ampi comprensori della Carinzia con oltre 120 km. di piste da discesa. Numerosi sono i sentieri che partono dal passo o nelle sue vicinanze.
Quassù il tempo mi sembra rallentato; i turisti che incontro sono tutti tranquilli e sorridenti; anche alcune mucche che attraversano la strada in corrispondenza delle strutture del vecchio valico confinario non prestano alcuna attenzione agli automobilisti che tranquillamente (davvero strano) aspettano che la strada si liberi per poter proseguire.
Una curiosità di questo luogo è un fiorellino minuscolo che è il simbolo delle Alpi Carniche: la Wulfenia Carinthiaca. Scoperta nel 1.779 dal barone Francesco Saverio de Wulfen, questo raro fiore blu vive tra i 1.400 ed i 1.900 mt. in una ristretta fascia di territorio di 10 kmq. a cavallo dei due confini nelle zone di transizione tra boschi e pascoli. Questo endemismo è presente in pochissimi territori (confine tra Albania e Montenegro, in Himalaya e Asia minore con specie affini).
Per l'areale ristretto in cui vive e per la sua rarità è specie protetta e quindi ne è vietata la raccolta e la detenzione.
Dopo aver gironzolato per alcuni sentieri senza una meta fissa ma solo per osservare il lago dall'alto,
ritorno alla macchina per rientrare a Tarvisio ma, invece di ripetere la strada percorsa all'andata, supero il confine e scendo dal versante austriaco; giunto a Tropolach giro a destra seguendo le indicazioni per Hermagor ed in seguito per Villach. Percorro la bella strada che corre lungo la Valle del Gail fino ad incrociare l'autostrada che imbocco verso sud per fare rientro in Italia da Coccau e quindi Tarvisio.
Pomeriggio piacevole e passato lontano dal caldo del fondovalle.
Cartografia di riferimento: carta topografica Tabacco foglio nr. 018.