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Lettori fissi

Un piccolo diario che ha come filo conduttore il mio amore per la montagna e per i viaggi in genere... ma anche pensieri e riflessioni su quello che mi circonda perché il vero esploratore è colui che non ha paura di spogliarsi delle ipocrisie e aprirsi all'ignoto.
Visualizzazione post con etichetta Trieste. Mostra tutti i post
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mercoledì 24 febbraio 2021

La strada Napoleonica di Trieste

In un tiepido pomeriggio di febbraio, Elena ed io decidiamo di fare una delle classiche passeggiate tanto amate dai Triestini per il meraviglioso panorama che si gode sul Golfo di Trieste.
Con l'auto saliamo sull'altopiano carsico e raggiungiamo l'abitato di Opicina per poi dirigerci verso il vicino Obelisco dove c'è un piccolo parcheggio.
Il nome ufficiale della passeggiata che porta dall'Obelisco di Villa Opicina alla falesia di Prosecco è "Strada Vicentina" (a ricordo dell'ingegner Vicentini che ne curò il progetto agli inizi dell'800), ma il nome comunemente usato per indicarla è quello di "Napoleonica" (frutto della fantasia popolare secondo la quale il sentiero venne realizzato dalle truppe francesi all'epoca dell'occupazione transalpina per facilitare i collegamenti militari). 
Il tracciato attuale, è stato completato dal Governo Militare Alleato negli anni '50 e rimodernato con   lavori di ripristino e di segnaletica del Comune di Trieste. 
La Napoleonica offre facilità di accesso e di percorso e un microclima particolarmente mite, dovuto alla protezione delle rocce dal vento freddo di Bora, anche in questa stagione.
La  passeggiata ha quindi inizio all'Obelisco di Opicina, eretto nel 1830 in onore dell'imperatore Francesco I per ricordare la realizzazione della nuova strada tra Trieste e Vienna. 
Siamo a 343 metri sul livello del mare, a pochi passi dalle rotaie dello storico tram di Opicina. Iniziamo a camminare su un fondo comodo e compatto. Subito, sulla sinistra ci accoglie un panorama mozzafiato,
mentre a destra notiamo i pini del Bosco Bertoloni facente parte di un imponente opera di rimboschimento del Carso effettuata a partire dalla metà dell'800 per contrastare la desertificazione del territorio dovuto ai tagli effettuati dalla Serenissima per la costruzione della sua flotta. In circa 30 anni furono realizzati una ventina di boschi (soprattutto pini neri), ricorrendo a manodopera reperita perlopiù sull'altopiano. Ogni bosco fu dedicato a un personaggio illustre dell'epoca. Poco oltre ancora un bosco, questa volta intitolato a Giuseppe Burgstaller-Bidischini (1840-1914), deputato al Consiglio Imperiale d'Austria e presidente della Commissione d'Imboschimento che ci farà compagnia per il resto della passeggiata.
In breve giungiamo al primo belvedere e, approfittando delle piante spoglie, sotto di noi intravediamo le strutture della SISSA (Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati), e tutta l'area del Porto Vecchio di Trieste.
La passeggiata prosegue fiancheggiando alcune recinzioni di abitazioni private.
Il panorama verso il mare è nascosto in buona parte da carpini e roverelle che, tuttavia, ci lasciano intravedere scorci del golfo con il sole invernale che si prepara al tramonto.
Superato un belvedere e il collegamento col soprastante sentiero Cobolli (che riporta all'Obelisco per altro itinerario) il panorama si apre anche sulle lagune di Grado e Marano, mentre sotto di noi riconosciamo il Faro della Vittoria e la riviera di Barcola.
Sopra di noi occhieggia la sagoma inconfondibile del Santuario Mariano di Monte Grisa.
La passeggiata continua protetta da un parapetto metallico
e il panorama non finisce di stupire; di fronte a noi le placide acque del golfo con numerose navi alla fonda in attesa di accedere al porto della città giuliana. 
Il sentiero prosegue in leggera discesa; da un belvedere ci affacciamo per ammirare, dietro di noi, Trieste vestita dei colori dell'inverno.
Il fondo del sentiero in ghiaino ora lascia spazio all'asfalto allargandosi; siamo alla quota minima del percorso a 245 metri. 
Da qui, dietro di noi,  si diparte una traccia di sentiero quasi dimenticato; si tratta della "Strada Stefania", realizzata nel 1886 e che permette di arrivare fino all'Obelisco da cui siamo partiti e dedicata all'arciduchessa Stefania d'Austria.
L'affaccio verso il mare è spettacolare!
Davanti a noi possiamo scorgere l'elegante sagoma candida del castello di Miramare.
Proseguiamo in uno scenario di rocce a picco sul mare.
Poco più avanti passiamo sotto le rocce utilizzate come palestra dagli amanti dell'arrampicata; più di cento vie di arrampicata con vari gradi di difficoltà. 
Sulla rupe della falesia possiamo osservare uno stemma scolpito nella pietra e consumato dalle intemperie e dalle vicende umane che ricorda il duro lavoro di scavo nella roccia fatto nel 1821 dall'ingegner Vicentini: Rupibus MDCC-CXXI expugnatis Jacob Vicentinus Odotecnicus. Lo stemma mostra l'aquila bicipite asburgica, decapitata dopo la Prima Guerra Mondiale.
La strada asfaltata prosegue fino a Borgo San Nazario, l'abitato nei pressi di Prosecco costruito nel secondo dopoguerra per accogliere le famiglie degli esuli istriani dopo le vicende dell'esodo.
Noi, però ci fermiamo qui e invertiamo la "marcia".
La passeggiata ha avuto una durata di circa un'ora dove abbiamo percorso, in tutta tranquillità, 4 chilometri; naturalmente occorre raddoppiare tempo e lunghezza in quanto il ritorno, che ci prepariamo a compiere, avviene sullo stesso itinerario.
Ovviamente adesso abbiamo di fronte Trieste fino a che la vegetazione ci consente la bellissima vista.
Un caro saluto.

mercoledì 27 gennaio 2021

La Risiera di San Sabba

Forse non tutti sanno che a Trieste c'è quello che è considerato l'unico campo di deportazione dell'Europa meridionale. 
Nel giorno della memoria, accompagnatemi in questa doverosa visita ad un luogo che trasuda dolore e sgomento in ogni pietra.
Sorto nel 1898 come stabilimento di pilatura del riso (da cui il nome) nel rione di San Sabba, venne trasformato, quarantacinque anni dopo, in campo di prigionia provvisorio (Stalag 339) per i militari italiani catturati dopo l'8 settembre 1943 dai nazisti. I detenuti venivano successivamente inviati ai campi di concentramento di Polonia e Germania.
Il campo venne posto sotto la direzione di Odilo Globocnik, tra i fondatori delle SS e a capo dell'organizzazione per la gestione dei lager polacchi. Il gerarca nazista fu inviato nel capoluogo giuliano per mettere in pratica le politiche antipartigiane e antirazziali del Terzo Reich.
A fine ottobre la Risiera fu riorganizzata in Polizeihaftlager ossia in un campo di detenzione, tortura ed eliminazione di partigiani, oppositori politici ed Ebrei nonché al deposito dei beni razziati.
Il 4 aprile 1944 entrò in funzione per la prima volta il forno crematorio, costruito nei giorni precedenti; furono così fatti scomparire i cadaveri di settanta persone fucilate il giorno prima sul Carso, nel poligono di tiro di Villa Opicina.
Un anno dopo, il 30 aprile 1945, forno e ciminiera furono fatti saltare in aria dai Tedeschi, che, prima di fuggire, decisero di cancellare una parte delle prove dei loro crimini. La presenza del forno fu poi documentata grazie alle testimonianze dei sopravvissuti.
Questa, in breve, la tragica storia del campo.
Nel 1966 fu indetto un concorso per la ristrutturazione della Risiera, al fine di trasformarla in Museo Nazionale che si trova in Via Giovanni Palatucci, 5 ed è aperta tutti i giorni dalle 09,00 alle 19,00.
Entriamo con deferente rispetto. Percorriamo un angusto e grigio corridoio di accesso che contribuisce a rendere cupo l'ambiente.
Wikipedia
Sul fondo, nel sottopasso, a sinistra si apre la "cella della morte". Qui venivano condotti i prigionieri destinati alla soppressione e quindi a una breve permanenza nel campo. Secondo alcune testimonianze, nelle stesse celle lo spazio, a volte, era condiviso da prigionieri condannati a morte e cadaveri destinati alla cremazione.
Proseguendo, sempre sulla sinistra, si entra in un grande edificio in mattoni rossi a tre piani che ospitava, nei livelli superiori, gli alloggi per gli ufficiali e la truppa delle SS; al piano terra invece possiamo vedere diciassette cellette dove erano stipate fino a otto persone in attesa dell'esecuzione.
In queste celle piccolissime venivano ristretti fino a sei prigionieri ed erano destinate a Partigiani, politici ed Ebrei in attesa dell'esecuzione a distanza di giorni o settimane. Le prime due cellette erano utilizzate per le torture  e per la raccolta dei beni sequestrati ai prigionieri. Le porte e i muri di questi ambienti erano ricoperti di commoventi graffiti e scritte; quando il sito fu occupato dagli Alleati e trasformato in campo di raccolta profughi, tali testimonianze scomparvero per incuria. Fortunatamente lo storico Diego de Henriquez raccolse nei suoi diari un'accurata trascrizione di quanto era allora qui inciso. Possiamo leggerne qualche pagina lungo il percorso.
Proseguendo, troviamo l'edificio a quattro piani in cui, all'interno di stanzoni erano detenute le persone di qualunque età (Ebrei, prigionieri militari e civili) destinate al altri campi di concentramento. Da qui finivano a Dachau, Mauthausen e Auschwitz da cui ben pochi fecero ritorno.
Nel cortile interno, di fronte alle celle, notiamo sul pavimento una enorme piastra metallica che segue fedelmente il perimetro dell'edificio più terribile della risiera: il forno crematorio destinato all'eliminazione  fisica dei condannati a morte. 
Se alziamo lo sguardo sul fabbricato centrale possiamo osservare l'impronta del camino che scaricava nell'atmosfera il fumi di combustione. 
E' devastante questa immagine; in questo luogo furono perpetrati atroci crimini contro l'umanità. Secondo le stime almeno tremila uomini, donne e bambini persero qui la vita e nulla rimase dei loro corpi.
Il corpo centrale di sei piani, un tempo utilizzato come caserma, è oggi sede del Museo che ospita una mostra documentale legata alla storia della Risiera: sono esposti documenti, fotografie, divise ed effetti personali dei deportati triestini, mentre, nella Sala delle Croci, si trovano oggetti personali sottratti agli Ebrei di Trieste dal nazisti, restituiti alla Comunità Ebraica locale soltanto nel 2000, dopo il ritrovamento in Carinzia.
L'edificio destinato alle funzioni religiose, senza differenza di credo, era originariamente destinato a autorimessa per gli automezzi delle SS. Qui erano presenti anche i famigerati furgoni neri con lo scarico collegato al vano di carico per la gassazione dei condannati.
Esco dalla Risiera con grande sollievo; non è affatto una visita semplice perché non è un museo o un monumento come gli altri.
La Risiera è oggi Museo Nazionale e Monumento Nazionale, a ricordare come la tragedia dell'Olocausto investì nella maniera più feroce e diretta anche l'Italia e, nella fattispecie, Trieste.
Ma Trieste e questo lembo bellissimo d'Italia non furono colpiti solo da questa ideologia malata. Il territorio del città giuliana ospita, purtroppo, un altro monumento che testimonia le barbarie commesse durante da Seconda Guerra Mondiale da contendenti diametralmente opposti a quanto ho appena testimoniata: la Foiba di Basovizza che sarà argomento di un mio prossimo post. 
Un caro saluto

mercoledì 9 dicembre 2020

I ćevapčići

Uno dei piatti più popolari nel Carso ha origini slavo-balcaniche: i celebri ćevapčići. Diffusi, oltre che nelle provincie di Trieste e Gorizia, in quella di Udine, in Slovenia, Croazia e nelle zone dell'Austria confinanti con la ex Jugoslavia.
Si tratta di piccole salsicce di carni miste (maiale, manzo e agnello a seconda della zona di provenienza) molto speziate e leggermente piccanti, dal colore rossastro per la presenza della paprika. I cevapcici sono i protagonisti nelle locande carsoline e vengono generalmente cotti su piastra o griglia o anche in padella e accompagnati da cipolla bianca fresca cruda e salsa Ajvar, una salsa (dolce, piccante o molto piccante) a base di peperoni, melanzane e peperoncini.
Pare che i ćevapčići vennero preparati per la prima volta a Belgrado nella seconda metà del XIX Sec.nella trattoria "Da Tanasko Rajić" nei pressi dell'attuale Piazza degli Studenti, all'epoca sede del Grande Mercato.
Oltre che nelle trattorie e ristoranti è possibile trovare queste gustose preparazioni nelle macellerie e nei supermercati locali.
Ogni volta che torno i questi luoghi mi concedo un bel piatto di questi saporitissimi ćevapčići!
Un caro saluto.

sabato 26 settembre 2020

La Barcolana

A Trieste, da oltre mezzo secolo, si tiene una manifestazione velica unica al mondo per numero di partecipanti (da primato) e per le modalità di partecipazione: la Barcolana.
Oltre duecentomila spettatori, più di duemila imbarcazioni, circa ventimila uomini d'equipaggio; sono i numeri della Barcolana, la storica regata velica internazionale che, dal 1969, attira ogni seconda domenica d'ottobre a Trieste migliaia di appassionati.
Roberto Di Giorgio
Giunta quest'anno alla 52^ edizione, la Barcolana è un evento che non è soltanto sport, ma anche cultura e costume, capace di attrarre un gran numero di turisti nella città giuliana durante la settimana che precede la regata finale che è costellata di gare veliche minori, concerti, conferenze, mercati, fuochi d'artificio e tanto altro. 
Il percorso della Regata internazionale si snoda lungo 15 miglia, con partenza spettacolare generalmente fissata tra il Castello di Miramare e la Società Velica di Barcola e Grignano
plusmagazine.news
e l'arrivo posizionato davanti a Piazza Unità.
Roberto Di Giorgio
Alla gara partecipano velisti professionisti e amatoriali. 
Roberto Di Giorgio
Se anche la Bora, vento che spazza spesso il golfo, decide di partecipare alla manifestazione allora lo spettacolo è assicurato
Roberto Di Giorgio
e la visibilità garantita a tutti i presenti che assistono all'evento dalle rive o, ancora meglio, dalle alture che fanno da corona a Trieste.
Roberto Di Giorgio
Per concludere, vi propongo un gran bel video che sintetizza cosa rappresenta la Barcolana per i Triestini e gli appassionati di vela.
Un caro saluto.

domenica 10 ottobre 2010

Il presnitz

Grazie alle leggi benevole emanate dall'Imperatrice Maria Teresa d'Austria, all'inizio dell'800 Trieste visse il suo momento magico e di massima espansione.
La città cresceva e con essa il porto, le industrie, i cantieri, l'artigianato.
La città attirava a sé genti di tutta Europa, diventando in breve tempo un centro vitalissimo e cosmopolita.
I palazzi e le piazze apparivano come eleganti salotti da passeggio e ritrovo.
Un evento importante mise, un giorno del 1832, in movimento tutta la città.
Per accogliere degnamente "Sissi", Imperatrice d'Austria e Ungheria, in visita al Castello di Miramare, la città si fece festosamente bella.
Si indissero concorsi e gare per oggetti d'arte, artigianato, gastronomia e pasticceria.
In una elegante pasticceria del centro apparve per la prima volta un dolce creato per l'occasione. Portava sovrapposta la scritta "Se giri il mondo ritorna qui".
Gli fu conferito il titolo di "Preis Prinzessin" (Premio Principessa).
I Triestini sbrigativamente e affettuosamente lo chiamarono Presnitz.
Trieste si arricchiva così di un dolce che rimarrà a suggello di tradizionali e liete ricorrenze.
Nel 1891 l'Artusi scrive nel suo "La scienza in cucina e l'arte di mangiar bene", dopo una sua visita a Trieste: "Eccovi un altro dolce di tedescheria e com'è buono! Ne vidi uno che era fattura della prima pasticceria di Trieste, lo assaggiai e mi piacque. Chiestane la ricetta la misi alla prova e riuscì perfettamente; quindi, mentre ve lo descrivo, mi dichiaro graditissimo alla gentilezza di chi mi fece questo favore".
Dolce composto da due elementi: un ricco e morbido ripieno (80% del peso) e un delicato strato di pasta sfoglia. Il ripieno è composto da uvetta sultanina, cubetti di arancia canditi, mandorle, noci, nocciole tostate, pinoli, passata di albicocche, albume d'uovo, olio di semi, cacao, burro e rhum.
Vi consiglio di accompagnarlo con un Picolit o un Ramandolo.
Un caro saluto.

giovedì 15 ottobre 2009

La Grotta Gigante si rifà il trucco

Della Grotta Gigante e delle sue dimensioni da Guinnes dei Primati ho già parlato in un precedente post.
Ora invece intendo informare i lettori che sabato prossimo, 17 ottobre, entrerà in funzione il nuovo impianto elettrico. Costato 690 mila Euro, consentirà al pubblico di ammirare lati finora nascosti; un sapiente studio dei rilievi ha fatto si che le nuove luci risaltino gli aspetti scenografici dell'immensa cavità. Si è lavorato anche sulla temperatura di colore dell'illuminazione che adesso è simile a quella della luce solare e che rende quindi questo incomparabile spettacolo più naturale e valorizzando le innumerevoli concrezioni in maniera superba.
Pensate che la prima illuminazione della grotta fu allestita nel 1908 ed ebbe una durata di sole tre ore.

Si è provveduto anche alla sicurezza dei visitatori dotando l'intero percorso di luci segnapassi che restano accese anche in caso di black-out.
I responsabili della Società Alpina delle Giulie, proprietaria della Grotta, assicurano che sarà un'esperienza entusiasmante anche per chi la grotta l'avesse già visitata.
Per orari e modalità di accesso visitate il sito ufficiale.
Vi rimando ad un prossimo post nel quale descriverò la discesa nelle viscere della "Gigante".

lunedì 12 ottobre 2009

Le fave triestine

La mia amica Benvenuta che gestisce l'enoteca Dawit a Tarvisio ha parlato sul suo blog dell'arrivo delle fave triestine nel suo locale.
In effetti è proprio questo il periodo in cui, terminate le giornate calde, pasticcerie e forni realizzano questi piccoli capolavori dell'arte dolciaria giuliana. Mi sono detto allora perché non parlarne più diffusamente e magari fornire una ricettina per chi volesse cimentarsi nella loro realizzazione.
Non è difficile gironzolare per le vie di Trieste e percepire, nell'aria oramai fresca, il dolce profumo delle fave appena sfornate dai sentori intensi di mandorle, vaniglia, rosa, cacao e rhum.
Se non resistete al loro profumo vedrete che questi piccoli dolci sono uno spettacolo anche per la vista. Si presentano sotto forma di palline vagamente tondeggianti, leggermente ruvide al tatto, con evidenti screpolature sulla superficie. Sono colorate in tinte pastello: marroni, bianche/crema e rosa. La loro consistenza deve essere friabile e secca ma non dura e devono sciogliersi in bocca.
Un tempo le fave non si mangiavano fino al giorno di Ognissanti dopo aver fatto visita ai defunti. Solo allora i bimbi, che all'epoca non erano corrotti da console e Mc Donald's, potevano farne scorpacciate.
Di seguito vi riporto la ricetta tradizionale... fatemi sapere.
Ingredienti: mandorle bianche pelate italiane o spagnole (250 g.), zucchero (240 g.), farina 00 (120 g.), albumi d'uovo (3), rosolio bianco (50 cl.), alchermes (50 cl.), cacao amaro in polvere (3 cucchiai), acqua di rose (2 cucchiai), vanillina (1 bustina).
Preparazione: distribuite su una placca le mandorle e fatele tostare in forno a 180° senza farle diventare troppo scure (devono solo asciugarsi).
Toglietele dal forno e, una volta raffreddate, tritatele molto finemente. Montate a neve gli albumi, aggiungete la farina poco a poco, lo zucchero e le mandorle tritate cercando di non smontare la neve. Dividete il composto in tre parti; alla prima aggiungeteci il cacao e un pizzico di vaniglia, alla seconda la vaniglia restante ed il rosolo e alla terza l'acqua di rose e l'alchermes.
Fate delle palline grosse come una ciliegia e mettetele su una placca coperta da carta da forno. Inseritele nel forno già caldo a non più di 100° e fatele rassodare. Tiratele fuori quando saranno asciutte.
Devo dire che, comunque, quelle acquistate sono davvero eccellenti e risparmiano la fatica della preparazione.
Le fave possono essere gustate così come sono oppure accompagnate da the, vini liquorosi o vin santo.
Un caro saluto.

mercoledì 20 maggio 2009

Il Castello di Miramare


Ho già accennato in un precedente post alla storia che porta alla nascita di questo splendido maniero ottocentesco, costruito in stile eclettico quale residenza principesca dell'Arciduca Ferdinando Massimiliano Giuseppe d'Asburgo e di sua moglie, la Principessa Carlotta del Belgio.


Il castello si trova immerso in un magnifico parco affacciato sul Golfo di Trieste.
Per visitare l'edificio storico consiglio di accedervi dal Viale dei Lecci ossia dall'ingresso al parco sul livello del mare.
Un comodo parcheggio a pagamento consente di lasciare l'auto poco distante.
Con l'Adriatico alla nostra sinistra ci dirigiamo verso il castello; 

superiamo le scuderie reali adattate a superficie espositiva 

e passiamo sotto un portale che ci immette nel parco. 

Dopo una semicurva a destra, il castello ci si prospetta con tutta la sua magnificenza. 

Man mano che ci avviciniamo, ci colpisce il chiarore delle bianche pietre d'Istria che sono state impiegate per la sua costruzione e che fanno in modo che le sue torri merlate siano visibili da tutto il golfo.

Arriviamo sullo scenografico piazzale antistante l'ingresso al castello; uno sguardo all'edificio prima di iniziare la visita.
L'ingresso è stato attrezzato con una passerella idonea a consentire l'accesso ai visitatori diversamente abili.

Il Museo storico del castello è visitabile tutti i giorni a partire dalle ore 09,00 alle 19,00; il costo del biglietto è di 4 € intero e 2 € ridotto. Per eventuali prenotazione di visite per gruppi potete guardare qui.
Procediamo alla visita del castello che si sviluppa su due dei tre piani dell'edificio. Alcuni nomi delle sale sono linkati a files che permettono un tour virtuale degli ambienti cui si riferiscono. All'interno non è possibile scattare fotografie; io, comunque, eludendo il controllo dei sorveglianti, ho scattato alcune foto che corredano questo post.

Atrio.
Il primo ambiente che accoglie i visitatori è l'atrio; alle pareti fanno mostra alcuni ritratti di regnanti tra cui Elisabetta I d'Inghilterra e Maria Stuarda. Appeso al soffitto a cassettoni un lampadario a quattro bracci con decorazioni a forma di ananas che è poi lo stemma del castello ideato dallo stesso Massimiliano. 

Sulla sinistra dell'atrio si apre la moderna biglietteria e il fornito book shop per far posto ai quali si sono sacrificate due stanze (SALA I - Alloggio del maggiordomo e SALA II - Sala delle dame di compagnia) che ho avuto modo di visitare durante la mia prima frequentazione al castello.
Atrio d'onore.
Ambiente ampio e scenografico. Un imponente scalone da accesso ai piani superiori. I parapetti sono di quercia in stile rinascimentale; su di essa fanno mostra sei lampofori-paggi imperiali.

L'atrio prende luce da un'ampia porta-finestra che si apre sul meraviglioso scenario del Golfo di Trieste.

Sala III - La cabina.
Camera da letto di Massimiliano, piccola e razionale come la cabina di una delle sue navi. Tra i tendaggi del baldacchino si ammira un ritratto di Carlotta. 

Da notare anche la stanza da bagno con la vasca ricavata da un unico blocco di marmo.

Sala IV - Saletta Novara.
E' uno degli ambienti più suggestivi dell'intero castello. 
E' la perfetta riproduzione del quadrato di poppa della fregata "Novara" ed era lo studio dell'Arciduca. La sala è arredata con mobili del '700 olandese. Si nota anche uno stipetto indiano dell'800 in legno di canfora con intarsi in avorio ed ebano. Alle pareti ancora ritratti di regnanti tra cui spicca quello dell'Imperatore Massimiliano I d'Asburgo (attribuita al Durer). Tra i quadri c'è anche un opera di Carlotta, si tratta del dipinto della nave "Fantasia". 

Sala V - La biblioteca.
Tra i circa tremila volumi che la compongono, alcuni contengono poesie e memorie di viaggio scritti da Massimiliano. Fanno bella mostra i busti marmorei di Omero, Dante, Shakespeare  e Goethe dello scultore Knaurr, una pendola stile Luigi XV e un seggiolone dono delle dame di Praga a Massimiliano.

Sala VI - Saletta da pranzo.
Detta anche saletta azzurra per il colore della tappezziera. I mobili, di notevole fattura, sono olandesi. Interessante è l'orologio a torre.

Sala VII - Lo studio.

Prima stanza dell'appartamento di Carlotta dove si ritirava a suonare il Pianino "Biedermeier". E' presenta anche un settimino francese della fine del XVIII secolo in legno di rosa e, alle pareti, alcuni pastelli tra cui il ritratto di Maria Teresa. Sopra i mobili si possono vedere vasi cinesi in porcellana azzurra e candelabri in bronzo dorato.
Sala VIII - Il boudoir
In questo piccolo ambiente ottagonale, Carlotta amava dipingere e comporre poesie. Alle pareti possiamo ammirare alcune delle sue opere tra cui una piccola tela raffigurante l'isola di S. Giorgio a Venezia. Un grande quadro sulla parete d'angolo ritrae Carlotta in costume brianzolo simile a quello caratteristico di Lucia Mondella dei Promessi Sposi. Anche qui i mobili sono prevalentemente olandesi.
Sala IX - Stanza da letto.
Vi dormiva Carlotta. In questo ambiente, opportunamente adattato, la deputazione messicana offrì la corona del Messico a Massimiliano. Il mobilio era dono della città di Milano ai giovani sposi. Dal soffitto pende un bel lampadario in cristallo di Boemia con i pendagli forgiati a forma di ananas.

Sala X - Lo spogliatoio.
E' un locale di servizio della stanza precedente e ne ricalca lo stile del mobilio. Ad una parete un acquerello di Carlotta raffigurante una veduta di Gerusalemme.

Sala XI - La cappella.
La piccola chiesa, particolarmente intima e raccolta, pare sia stata donata a Massimiliano dalla comunità greca triestina. E' rivestita in cedro del Libano e le figure degli apostoli nell'abside e l'Ultima Cena sull'altare sono opera di Edmund Heinrich. Nei cassettoni al soffitto sono raffigurati la Madonna e i cinque Santi protettori degli Asburgo. Sull'acquasantiera una lapide in marmo nero ricorda la Messa officiata il 6 luglio 1863 in occasione del trentunesimo compleanno di Massimiliano dall'Arcivescovo messicano de Lavastida. I pesanti tendaggi in broccato rosso riportano l'aquila e la corona, stemma imperiale del Messico con il motto "Equità nella giustizia" e l'ananas. I tre cuscini ai piedi dell'altare sono stati ricamati da Carlotta.

Sala XII - Sala della rosa dei venti.
Prende il nome dal quadrante posto sul soffitto che, collegato con una banderuola posta sulla torre del Castello, indicava la direzione del vento. 

La stanza era normalmente adibita a sala da gioco e d'accesso per gli ospiti che provenivano dal porticciolo. Attualmente ospita alcuni quadri della collezione di Massimiliano raffiguranti Venezia; tra questi spicca una rappresentazione dei festeggiamento che Venezia attribuì alla coppia arciducale durante il loro viaggio di nozze.
Uscendo da questa sala ci troveremo di nuovo nell'atrio d'onore da dove accederemo al primo piano.

Scalone e ballatoio.
Sullo scalone due armature tedesche dell'Imperatore Massimiliano I (XV sec.), 

trofei di caccia (tra cui le corna di un enorme cervo. 

Sulle due bifore che danno verso il porticciolo c'è lo stemma di Miramare disegnato dallo stesso Massimiliano: due ancore, due ananas ed una croce con il motto "La speranza è frutto della luce". Al centro del ballatoio, incassato nel pavimento, una vasca circolare con il fondo in cristallo che rende visibile il piano sottostante e quattro draghi in bronzo che "sputano acqua".

Ai lati due mobili dipinti di nero con intarsi in avorio. Alle pareti i dipinti di Federico II di Prussia, Caterina de'Medici, Cesare Borgia e Caterina II di Russia.
A questo punto si lasciano temporaneamente le stanze "storiche" del castello per visitare gli appartamenti del Duca e della Duchessa d'Aosta che hanno soggiornato in questo edificio per un breve periodo. Non ho nulla da segnalare e ritorniamo volentieri ad immergerci nelle atmosfere asburgiche di Massimiliano e Carlotta. Le sale del primo piano erano state progettate in maniera particolarmente sfarzosa  in quanto destinate a diventare le stanze di rappresentanza dell'Imperatore. Massimiliano non riuscì però a vederle compiute in quanto i lavori iniziarono dopo la sua partenza per il Messico da cui non fece ritorno.
Sala XIII - Salotto dei principi.
In questa sala lo sguardo viene attratto da una bassa porta proveniente da un castello del Tirolo. 

Su di un tavolo un bel cofanetto intagliato in osso attribuito ad artigiani genovesi del '400. Su di una colonna il busto in marmo di Maria Luisa d'Orleans, madre di Carlotta. I dipinti alle pareti ritraggono Maria Teresa con alcuni dei suoi sedici figli e Ludovico Vittorio il fratello minore di Massimiliano. Molto bello uno stipetto dell'800 toscano riccamente intarsiato. A partire da questa sala, i disegni dei soffitti vengono riprodotti anche sul pavimento.
Sala XIV - Sala di regnanti.
Destinata ad ospitare gli ospiti, è chiamata così per la presenza dei ritratti dei regnanti contemporanei a Massimiliano. Il letto con le colonnine dorate intagliate è stato un dono dell'Imperatore Napoleone III a Massimiliano e proviene dal Palazzo Vendramin di Venezia. Colpisce anche il tavolino in marmo nero con medaglioni che riproducono vedute di Roma, dono di nozze di Papa Pio IX. Su questo tavolo Massimiliano firmerà l'accettazione della corona del Messico.

Sala XV - Sala delle udienze.
E' tra quelle più sfarzose del castello. Molto bello un tavolo sorretto da aquile araldiche messicane scolpite nel legno e due vasche in porcellana cinese. Sul soffitto sono rappresentati gli stemmi reali, ducali e comitali degli Asburgo (anche quello di Trieste). Sopra le porte le vedute del castello di Chapultepec (residenza di Massimiliano nel Messico), la rocca degli Asburgo ed il Castello imperiale di Vienna (Hofburg). I sei ritratti alle pareti raffigurano Francesco Giuseppe, Elisabetta (Sissi), Leopoldo I re del Belgio, Maria d'Orleans (questi ultimi genitori di Carlotta), Napoleone III Imperatore di Francia e la moglie Eugenia di Contico.

Sala XVI - Sala delle conversazioni.

Altra sala molto sfarzosa. Alle pareti ancora ritratti di personaggi importanti: Ferdinando II di Borbone Re delle Due Sicile, la sua seconda moglie Maria Teresa d'Austria, Ernesto di Sassonia Coburgo-Gotha, Leopoldo I Re del Belgio. I padroni di casa sono raffigurati in due importanti medaglioni aulici opera del pittore Heinrich. Sopra le porte vedute del Castello di Miramare e del suo parco, di uno chalet di caccia e della nave Novara. In un angolo, sul caminetto in marmo nero si può ammirare un bel vaso in porcellana con decorazioni in bronzo. 

Su una consolle ancora una pendola in stile Luigi XV.
Sala XVII e XVIII - Salotti cinese e giapponese.
Locali riservati agli uomini per fumare e discutere. Arredati con mobilio e suppellettili di provenienza orientale in parte acquistati personalmente da Massimiliano. Le pareti sono sontuosamente ricoperte con seta dipinta a mano nella prima sala 

e seta con ricami in oro e argento nella seconda. I pavimenti sono intarsiati con bambù mentre i due tavoli sono in ebano intarsiati in madreperla.

Sala XIX - Sala Cesare Dell'Acqua.
Così chiamata perché raccoglie alla sue pareti alcuni quadri del pittore istriano Cesare Dell'Acqua, amico di Massimiliano. Di particolare interesse i dipinti che rappresentano la partenza della coppia reale per il Messico, l'offerta della corona del Messico a Massimiliano e la visita dell'Imperatrice Elisabetta (Sissi) a Miramare. Gli altri tre dipinti rappresentano la visita di Leopoldo I d'Asburgo (noto per aver fermato i Turchi alle porte di Vienna) a Grignano, gli argonauti che riprendono il mare alle foci del Timavo e i festeggiamenti di Livia, moglie di Ottaviano, in una villa a Grignano. Sul soffitto un dipinto che ritrae Massimiliano circondato da figure allegoriche. Il busto dell'Arciduchessa Sofia, madre di Massimiliano e di Francesco Giuseppe, fa mostra di se su un piedistallo. I mobili in ebano ed avorio ed il tavolo accostato alla parete sono di fattura toscana.

Sala XX - Sala del trono.
E' questa la sala più imponente e sfarzosa del castello. Le pareti sono alte il doppio rispetto alle altre sale e ospitano due enormi quadri: l'albero genealogico della famiglia d'Asburgo-Lorena con i rappresentanti della casa asburgica circondati da una sorta di aureola dorata mentre i componenti della famiglia Lorena hanno l'aureola argentata 

e di fronte "Il trionfo di Carlo V" da cui Massimiliano si vantava di essere un discendente. 
Altri quadri di minori dimensioni rappresentano alcuni Imperatori d'Austria: Leopoldo II, Giuseppe II figlio di Maria Teresa, quest'ultima e Francesco I.  Nella parte alta, altre tele ritraggono alcuni regnanti della casa d'Asburgo. Dal magnifico soffitto gotico pendono undici lampadari. 

Le sedie addossate alle pareti sono in stile barocco tedesco. Alle finestre che guardano verso Grado si notano alcuni cristalli di Boemia colorati.

Sala XXI - Sala dei gabbiani.
Prende il nome dai volatili dipinti sui cassettoni del soffitto che portano nel becco un cartiglio con un motto in latino scritto dallo stesso Massimiliano. Questa era la sala destinata ai pranzi ufficiali. Alle pareti alcuni quadri che ricordano il viaggio di Massimiliano a Smirne, due vedute di accampamenti di zuavi francesi in Messico e due ritratti di donne orientali. Notevoli il grande tavolo in stile '500 toscano e due cassettoni rococò. Dal soffitto pende il lampadario più grande del castello in cristallo di Boemia.

Questa era l'ultima sala visitabile tra quelle ideate da Massimiliano.
Termina così la visita ad uno dei castelli meglio conservati e più sfarzosi d'Europa.
Prima di visitare il parco, diamo ancora qualche sguardo alle strutture esterne dell'edificio.
La fontanella antistante l'atrio d'onore.

Uno sguardo verso l'alto.

Ancora prospettive dal basso ma sul retro del castello.
Altre vedute del castello lato mare.

Un caro saluto.
Aggiornamento al mese di agosto 2011. Il costo del biglietto intero è salito a 6 Euro.