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Lettori fissi

Un piccolo diario che ha come filo conduttore il mio amore per la montagna e per i viaggi in genere... ma anche pensieri e riflessioni su quello che mi circonda perché il vero esploratore è colui che non ha paura di spogliarsi delle ipocrisie e aprirsi all'ignoto.
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domenica 18 settembre 2022

Sauris

Anche in montagna questa estate è stata straordinariamente torrida. Il clima caldo non invogliava a faticose gite e trekking; tuttavia, in una giornata meno calda del solito, con Elena e Thor ho deciso di visitare Sauris.
Partiamo di buon mattino dal Cadore; varchiamo il confine con il vicino Friuli attraverso il Passo Mauria e, dopo aver superato il paese di Forni di Sotto, percorriamo la tortuosa strada che si arrampica sul Passo Pura. Scendiamo rapidamente verso il Lago di Sauris che ci appare con il suo bel colore turchese attraverso gli alberi di un rigoglioso bosco. Questo lago è artificiale; nel 1941, per fini idroelettrici, vennero iniziati i lavori per la costruzione di un imponente sbarramento sul torrente Lumiei. La diga, inaugurata nel 1948, presenta un’altezza di ben 136 metri e, all’epoca, era la più alta d’Italia e una delle maggiori d’Europa. Il lago ha una portata d’acqua di oltre 70 milioni di metri cubi.
Costeggiamo il lago sulla sponda orientale e prendiamo a salire alla volta di Sauris.
La nostra meta è un piccolo comune sparso che conta poco meno di 400 abitanti. Sulla destra notiamo una stradina che sale verso Lateis, una delle frazioni del comune, ma noi proseguiamo verso Sauris di Sotto.
Ora il paesaggio si apre e sopra di noi possiamo ammirare le prime case di questo pittoresco borgo.
Le sue origini affondano in antiche leggende popolari secondo le quali la comunità di Sauris fu fondata da due soldati tedeschi che si rifugiarono in questa valle isolata e impervia. 
Ecco la versione tramandata nel 1882 da Padre Luigi Lucchini: "Un’antica tradizione pretende che primi a stanziare nella valle del Lumiei fossero due soldati tedeschi usciti di non so qual parte della Germania per sottrarsi alla milizia o piuttosto fuggiti dalla milizia stessa, e chiamati poscia cacciatori, perché sulle prime nell’alpestre valle, che servì loro di rifugio, dovettero vivere principalmente di caccia". Qualche tempo più tardi un nipote di Padre Lucchini, Fulgenzio Schneider, aggiungeva: "Narra la tradizione, che i due venuti aveano fatta la prima capanna nel sito Raitern (Sauris di Sotto) e dopo non lunghi anni quando ebbero famiglia, l’uno si sia separato e fattosi la sua abitazione in Richelan (Sauris di Sopra). Non si può conoscere la causa per cui si siano così presto separati, e tanto lontano l’uno dall’altro, in una regione così selvaggia, che abbondavano i boschi popolati di fiere. Fa supporre, che sia stato per il motivo per abbracciare una maggiore estensione, e così meglio facilitare la caccia. In altro modo, fa supporre che si siano separati per divergenze, date le tradizioni antiche, che tra le due frazioni, Sauris di Sotto e Sauris di Sopra non erano mai in buone relazioni e che abbiano avuto il punto di partenza già dai primi fondatori".
Come ogni leggenda, anche questo racconto ha un fondo di verità: i primi abitanti, infatti, giunsero da qualche valle al confine tra la Carinzia e il Tirolo attorno alla metà del 1200. Per più di sette secoli i loro discendenti vissero in equilibrio con l’ambiente alpino, coltivando le poche specie adatte a queste altitudini e al clima rigido, portando il bestiame nei pascoli d’altura durante i mesi estivi, falciando i prati fino alle cime, traendo dai boschi legname per le costruzioni e per il riscaldamento. Per procurarsi i generi alimentari che non esistevano sul posto (ad esempio il sale) essi ricorrevano al baratto con i paesi vicini. Oggi i Saurani, interpretando in chiave moderna alcune delle attività tradizionali (artigianato, produzioni agroalimentari di nicchia) o sviluppando forme di accoglienza turistica a misura d’uomo, continuano a convivere con un ambiente che, dopo secoli, rimane ancora la risorsa più preziosa.
Giungiamo nel centro di Sauris di Sotto e lasciamo l'auto nei pressi del Municipio.
Siamo in Carnia, in Val Lumiei per la precisione.  Sauris è circondato da diverse cime montuose tra cui il Col Gentile e il Monte Bivera, che partecipano attivamente al consolidamento del fascino montano del piccolo borgo.
La giornata è splendida e ci regala immagini da cartolina. Le varie costruzioni sono in armonia con l'ambiente circostante insomma... una favola.
L’architettura saurana rappresenta il collegamento più evidente con la vicina Carinzia: gli edifici sono infatti caratterizzati da elementi costruttivi realizzati, come scrivevo, con le risorse disponibili sul territorio. Le case
e i rustici più antichi
sono caratterizzati dal pian terreno in pietra che ospita la cucina e i piani sopraelevati in legno con le camere da letto, costruiti con l’antica tecnica del BLOCKBAU (i tronchi degli alberi interi creano una solida struttura grazie al loro incastro agli angoli dei fabbricati).
Il tetto è rivestito in scandole di legno di larice. Nonostante, a partire dal 1700, la tradizione architettonica carnica abbia influenzato quella saurana con la costruzione di numerose case in sola pietra, i progetti di valorizzazione dell’architettura tradizionale hanno fatto sì che ancor oggi i progetti abitativi debbano passare sotto una rigida ispezione tecnica al fine di valutarne la coerenza ambientale e questa cosa mi piace davvero tanto!
Alle spalle del Municipio notiamo il grande edificio del prosciuttificio "Wolf".
Questo piccolo paese è infatti famoso in tutta Italia soprattutto per le sue grandi specialità gastronomiche, prima fra tutte il celebre prosciutto di Sauris. Questa leccornia viene qui lavorata seguendo secolari tecniche di conservazione che negli anni la hanno trasformata in una vera e propria eccellenza gastronomica del nostro paese. Il punto di forza del prosciutto di Sauris è senza dubbio il tipo di affumicatura, ottenuto bruciando esclusivamente legno di faggio proveniente dai boschi locali, che dona al prosciutto quel suo sapore inconfondibile. Non posso fare a meno di entrare nel fornitissimo spaccio aziendale per gli acquisti di rito.
Sauris però non è solo prosciutto, e negli anni ha ampliato la sua offerta gastronomica, riuscendo a spaziare dalle birre artigianali fino ai prodotti caseari, con un occhio di riguardo per il formaggio di capra. Menzione d’onore per la trota affumicata di Sauris. Le acque cristalline, l’attenzione maniacale riservata all’allevamento e la particolare affumicatura la rendono una prelibatezza di altri tempi.
Il paese è sormontato dalla bella Chiesa di Sant’Osvaldo.
La raggiungiamo con una breve camminata passando davanti ad una cappella degli Alpini.
In breve siamo sul sagrato erboso della Chiesa
nella quale ci rifugiamo per un breve raccoglimento e per sfuggire alla calura che comincia a mordere sul collo.
Riemersi dalla confortevole ombra, notiamo più in basso, in lontananza, uno spicchio del lago che avevamo ammirato appena giunti a Sauris.
Scendiamo una scalinata adornata di coloratissimi fiori
e percorriamo strette viuzze circondati da tipiche abitazioni saurane dove il legno regna sovrano.
Sostiamo brevemente sotto l'affresco Unterminigar; opera devozionale raffigurante l'Adorazione dei pastori attribuibile ad un artista popolaresco, di modi veneti, operante verso la 2^ metà del XVIII Sec.
Altre costruzioni sono circondate da graziose composizioni temporanee realizzate con la legna da ardere preparata in anticipo per combattere i rigori dell'inverno che da queste parti è piuttosto rigido.
Il tempo per una foto ricordo
e torniamo all'auto per salire a Sauris di Sopra.
Sauris di Sopra è situato in splendida posizione su di una insellatura prativa posta a nord-ovest del Monte Ruche. Anche qui ci troviamo in un contesto di autentico pregio.
Molto belli alcuni angoli cha raccontano di fervente devozione popolare e di antiche usanze.
Siamo estasiati dalla bellezza dei colori
e restiamo col naso all'insù ad ammirare le architetture locali.
Quanta bellezza
e quanta serenità sono in grado di regalare queste montagne.
Facciamo sosta in un locale in buona posizione panoramica
dove ci rifocilliamo con una gustosa merenda a base di prodotti del territorio.
Con un'ultima occhiata abbracciamo questo paesaggio immerso in una luce fantastica
e intraprendiamo il viaggio di ritorno alla volta del Cadore percorrendo la strada che da Sauris di Sopra raggiunge Casera Razzo per poi scendere verso la terra di Tiziano.
Credo che ritorneremo in questo borgo sospeso nel tempo, magari in inverno, per sostarvi qualche giorno.
Un caro saluto.

venerdì 17 giugno 2022

Sorapiss

Il Sorapiss con il suo lago paradisiaco è divenuto nel tempo una sorta di icona per cui se non ci sei stato e non ti sei fatto un selfie non sei nessuno. 
Roberto Di Giorgio
Ogni estate in moltissimi si lamentano che sul sentiero di accesso ci sono troppi merenderos, rumorosi e ineducati. Avendo la fortuna di abitare a un tiro di schioppo da Cortina, avevo programmato di andare lassù in bassa stagione, in giornata infrasettimanale, per potermi godere in tranquillità questa meraviglia.
Le cose però non sono andate proprio così; un mio amico, proveniente da Trieste, che si è fermato in Cadore per un paio di settimane, mi ha chiesto di accompagnarlo nella salita. Le condizioni meteorologiche hanno fatto si che l'unica giornata soleggiata capitasse di sabato. Pensavo che, comunque, essendo all'inizio di giugno forse non avremmo trovato confusione. Mi sono illuso.
Siamo partiti di buon mattino alla volta di Cortina e giunti nel capoluogo ampezzano abbiamo preso per il Passo Tre Croci (1809 m) dove abbiamo parcheggiato l'auto nel primo ampio spazio incrociato a pochi metri del passo. C'erano pochissime macchine per cui, per un momento, ho sperato di poter fare un'escursione in splendido isolamento.
Una sorta di portale con indicazioni chiare ci invita a salire per il sentiero 215; questo è l'itinerario più breve e comodo per la nostra meta.
Roberto Di Giorgio
Dopo pochi minuti siamo al Passo Tre Croci e qui ci scoraggiamo perché l'intera zona è intasata di auto. Pazienza.
Proseguiamo sul sentiero 215 che inizialmente attraversa verdi pascoli,
Roberto Di Giorgio
aggirando a mezza costa le cime di Malquoira, e in seguito si inoltra in un bosco ombreggiato
Roberto Di Giorgio
fino ad attraversare un corso d'acqua con passaggio su rocce scivolose (prestare attenzione). 
Roberto Di Giorgio

Roberto Di Giorgio
Ogni tanto mi fermo a osservare il panorama. Il bosco ha lasciato spazio ai mughi.
Roberto Di Giorgio
Voltandomi indietro, noto in lontananza la sagoma inconfondibile delle Tre Cime di Lavaredo che avvicino zoomando con la mia fotocamera.
Roberto Di Giorgio
Fino ad ora il sentiero si è snodato ad una quota costante ma adesso si comincia a salire faticosamente su sentiero esposto al sole ma senza difficoltà.  Siamo circondati da molti altri escursionisti alcuni dei quali equipaggiati in maniera improbabile. 
Usciti dalla macchia continuiamo per il sentiero in parte tagliato nella roccia dello scosceso bastione della cima del Lèudo Est. Qui c'è il tratto più panoramico ed esposto del sentiero 215; vi si trovano alcune corde metalliche fisse e qualche scaletta in ferro che aiutano ad assicurare la progressione. 
Roberto Di Giorgio
Una sorta di cengia anch'essa con corda fissa è particolarmente esposta
Roberto Di Giorgio
ma piuttosto agevole da superare in quanto la sua larghezza permette il contemporaneo passaggio anche nell'altro senso di marcia (cosa che in altri tratti del sentiero meno esposti non sempre è possibile).
Roberto Di Giorgio
Proseguendo, sulla sinistra in alto, tra la vegetazione intravediamo la sagoma del Rifugio Vandelli.
Roberto Di Giorgio
Poco dopo arriviamo ad un bivio con un rinfrescante corso d'acqua che ruscella allegramente ai nostri piedi. A sinistra in breve arriviamo al Vandelli che però risulta ancora chiuso.
Roberto Di Giorgio
Il rifugio (www.rifugiovandelli.it) è proprietà della Sezione CAI di Venezia e sorge ad una quota di 1926 metri, conta su 43 posti letto ed è aperto generalmente dal 20 giugno al 20 settembre.
Ritorniamo brevemente sui nostri passi e proseguiamo sul sentiero 215 per poche decine di metri; all'improvviso ci troviamo davanti il celebre Lago di Sorapiss; una vera meraviglia dai colori incredibilmente vividi.
Roberto Di Giorgio
Per arrivare fin qui ci abbiamo messo due ore, senza tenere conto delle soste e abbiamo superato un dislivello complessivo di circa 400 metri.
Il lago, come una perla preziosa, è posto al centro del grande anfiteatro del circo settentrionale del Sorapiss che si apre verso Misurina; nelle sue acque si riflette la roccia appuntita del Dito di Dio.
Roberto Di Giorgio
Oltre alla fantastica cornice che circonda questa autentica perla, quello che colpisce è il meraviglioso color turchese delle acque del lago in questo periodo dell'anno particolarmente lattiginose.
Roberto Di Giorgio
In certi periodi dell'anno l'acqua risulta limpida, in altri (come ora) quando il deflusso di fusione del soprastante ghiacciaio intacca gli orizzonti limosi del terreno, l'acqua appare piacevolmente torbida e luminosa.
Roberto Di Giorgio
Derivando dai deflussi glaciali del Sorapiss, l'acqua ha una temperatura costantemente bassa.
Mi siedo a consumare un pasto frugale godendomi il sole d'alta quota e il fantastico colpo d'occhio.
Non posso fare a meno di osservare la gente che è arrivata quassù. Una folla balneare di cui anche io, in qualche modo, faccio parte; penso proprio che non verrò mai più qui nei fine settimana e in luglio e agosto.
Un ultima occhiata a questo fantastico lago 
Roberto Di Giorgio
ed è già ora di rientrare. 
Qualche consiglio per affrontare questa escursione. Occorre evitare i periodi di affollamento (quasi sempre). Sono raccomandate calzature robuste e passo fermo in quanto il sentiero presenta molti tratti accidentati. Se possibile evitate di salire dopo una giornata di pioggia in quanto ci sono alcuni passaggi su roccia che, se bagnata, risulta particolarmente sdrucciolevole. Non sottovalutate questa escursione; il giorno che siamo saliti al Sorapiss, l'elicottero del SUEM di Pieve di Cadore è intervenuto due volte per sgomberare una turista tedesca infortunatasi alla caviglia nei pressi delle scale metalliche e un pensionato con un principio di infarto nei pressi del rifugio Vandelli.
Un caro saluto.

martedì 11 maggio 2021

Rifugio "Eremo dei Romiti"

Dopo tanto grigiore, finalmente questo maggio ci regala una splendida domenica di sole. Non si può certo restare a casa. 
La meta di oggi sarà il Rifugio Eremo dei Romiti sulla cima del Monte Froppa nel gruppo dolomitico Montanel-Cridola in Cadore.
Con l'auto arriviamo a Domegge di Cadore e, seguendo le indicazioni per i Rifugi Padova, Cercenà e Eremo dei Romiti, scendiamo al Lago di Centro Cadore; attraversiamo il ponte e giriamo a sinistra su stradina asfaltata che costeggia il lago fino al parcheggio dei prati di Nàvare (700 mt.) dove lasciamo il nostro automezzo.
Un bel cartello ci indica subito la strada per la nostra meta.
Cominciamo lentamente a salire la strada forestale per il Monte Froppa; dopo la prima rampa guadiamo il torrentello Saceido
e troviamo un bivio.
Proseguendo dritto si arriva all'Eremo dei Romiti per strada forestale; noi decidiamo di prendere il sentiero 347 "Via Crucis" a destra,
con le 15 stazioni in legno sistemate (tranne l'ultima) sugli abeti del magnifico bosco che ci accingiamo ad attraversare. 
Il sentiero si fa subito ripido e il fondo è caratterizzato da radici che fuoriescono agevolando in qualche modo la salita. 
Per avere un vago senso della strada percorsa si possono prendere a riferimento le stazioni della Via Crucis che riportano in numeri romani il progredire della Passione di Cristo;
l'ultima stazione sarà la XV e saremo oramai prossimi alla meta ma siamo ancora agli inizi.
Il bosco è molto fitto e fornisce una piacevole frescura.
Lungo il sentiero, alcune panchine invitano a una sosta.
Tra il fitto bosco ogni tanto emergono le meravigliose Marmarole che si stagliano chiare contro un cielo dal blu intenso.
Il sentiero supera a tornanti sempre più frequenti la pendice sud del Monte Froppa, fino al pianoro dove sorge il capitello affrescato dedicato a San Giovanni Battista che rappresenta la stazione finale della Via Crucis.
Il 24 giugno, ricorrenza di San Giovanni Battista, per tradizione la parrocchia di Domegge celebra una messa.
Qui una sosta è d'obbligo, il bosco lascia spazio alla luce dorata del sole; alcune panche invitano al riposo e alla meditazione.
Proseguendo sul sentiero in breve siamo in vista del rifugio,
in cinque minuti si arriva alla cima del Monte Froppa (1167 m.).
Per salire fin qui ci abbiamo impiegato circa un'ora e mezza superando un dislivello di 470 metri.
Magnifica è l'immagine del nostro Tricolore con l'Antelao in secondo piano.
Il panorama è davvero ampio, sotto di noi l'abitato di Domegge di Cadore sorvegliato dai massicci del già citato Antelao e, poco più indietro sulla sinistra, del Civetta.
Su questo poggio, da trecento anni, vigila l'Eremo dei Romiti.
Singolare è la storia di questo edificio. Grazie alle oblazioni di facoltosi benefattori locali, venne edificato attorno al 1720 per volontà del frate francescano Giovanni Maria Pinazza da Domegge che qui si ritirò affascinato da un ideale di vita ascetica. Il suo esempio venne imitato da altri religiosi cadorini e si andò così a formare una piccola comunità di frati francescani terziari nominati "i Romiti", dedita alla preghiera e alla coltivazione di patate, ortaggi e produzione di miele. Questo fu l'unico convento mai esistito in Cadore. La vita dei religiosi era definita dalle Costituzioni e Regole, una serie di disposizioni che scandirono e normarono le attività quotidiane e i rapporti con i civili; ad esempio, le relazioni con le donne, con le quali non potevano intrattenere conversazioni ed era per loro proibito l'accesso al convento.
Accanto all'eremo nel 1724 venne edificata la chiesetta dedicata a San Giovanni Battista.
Si narra che il fondatore, morto nel 1755, fu sepolto sotto il pavimento della chiesa.
Il convento fu soppresso il 20 aprile del 1810 per decreto di Napoleone che impose la chiusura dei monasteri religiosi in tutta Europa e il complesso venne così abbandonato.
Nel 1992 l'architetto Adriano Costantini donò l'intera proprietà al Comune di Domegge che provvide al restauro nel 2009 con contributi europei. Dal 2011 sono stati finanziati i lavori di restauro e recupero della chiesetta annessa all'eremo.
L'eremo, splendidamente restaurato preservando l'atmosfera e il profumo di antico, è ora un simpatico rifugio di proprietà del Comune di Domegge. Sempre aperto nel periodo estivo e i fine settimana durante tutto l'anno, offre 24 posti letto.
Purtroppo le misure legate alla pandemia non ci consentono l'accesso al suo interno per cui ci accomodiamo ad un tavolo sullo spiazzo antistante e ordiniamo qualcosa per rifocillarci.
I gestori sono molto gentili e simpatici.
Dopo esserci goduti vista splendida e sole gagliardo decidiamo di intraprendere la strada del ritorno.
Questa volta per scendere prendiamo la strada forestale che presenta forti pendenze ed è esposta al sole per ampi tratti;
per fortuna siamo in discesa e quindi facciamo poca fatica (a parte quella per frenare in alcuni tratti).
In corrispondenza di un grazioso rustico
c'è una bella fontana con acqua freschissima; è l'unico punto di rifornimento per questo percorso.
Continuiamo a scendere perdendo rapidamente quota fino a quando Elena, che mi precede, richiama la mia attenzione. Sul sentiero una vipera prende placidamente il sole. 
Con attenzione la superiamo e raggiungiamo la Casera Malauce (842  metri di quota) immersa in un paesaggio idilliaco
con alcuni cavalli al pascolo.
Qui la strada presenta pendenza più dolci e possiamo goderci questo ultimo tratto di escursione.
Belle baite 
e costruzioni alpine punteggiano il percorso e invitano a una rapida sosta. 
In breve siamo in vista del parcheggio dove abbiamo lasciato l'auto.
Un ultimo sguardo verso l'alto ad ammirare l'onnipresente Antelao preceduto dalla Chiesa di Domegge
ed eccoci giunti al punto da cui siamo partiti.
Un caro saluto.