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Lettori fissi

Un piccolo diario che ha come filo conduttore il mio amore per la montagna e per i viaggi in genere... ma anche pensieri e riflessioni su quello che mi circonda perché il vero esploratore è colui che non ha paura di spogliarsi delle ipocrisie e aprirsi all'ignoto.
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martedì 4 maggio 2021

Il pane scuro dell'Alto Adige

Quando si entra in un negozio di alimentari in Alto Adige non si può non notare il classico pane scuro che è il filo conduttore dell'alimentazione del Tirolo meridionale.
E quando, da queste parti, si parla di pane non si può prescindere dalla segale.
Questo cereale, piuttosto rustico, arrivato sull'arco alpino in epoca romana, attorno all'800 a.C. può crescere anche a quote elevate, laddove altre varietà di cereali stentano a attecchire.
L'Alto Adige diviene nel tempo luogo di incontro delle coltivazioni di segale e frumento, ma mentre nei grandi centri l'afflusso delle granaglie (grano, avena, orzo, grano saraceno) era regolare, la popolazione rurale doveva ingegnarsi per conservare i propri alimenti a lungo. La famiglia contadina pertanto, in vista del lungo e rigido inverno, accumulava in dispensa scorte di grano e farina, ma anche di pane essiccato. Alla base della semplice alimentazione quotidiana vi erano la "mosa" (farina cotta nel latte)
e zuppe ad alto contenuto calorico, facilmente ottenibili dai vari cereali.
Preparare il pane nel forno di casa, al contrario, era cosa impegnativa e avveniva, quindi, solo due o tre volte all'anno. 
Si utilizzava una miscela di farina di segale e frumento con l'aggiunta di pasta acida.
Le pagnotte venivano poi fatte asciugare in soffitta in apposite rastrelliere di legno appese ai travi del tetto per evitare che i topolini potessero avere accesso al prezioso alimento. 
Ogni famiglia aggiungeva al pane di segale aromi diversi (a soli o in miscela): anice, coriandolo, cumino, finocchio, trigonella.
Ancora oggi questo semplice ed indispensabile alimento viene prodotto rispettando la tradizione.
In Alto Adige vi sono tre forme di pagnotta presenti praticamente da sempre.
Il Paarl è formato da due pani doppi ed è tipico della Val Venosta. 
Il Breatl è invece una pagnotta piatta e rotonda diffusa nella Val Pusteria. 
Il Pidl, infine, è tipico della Val d'Ultimo ed è formato da tre pezzi di pasta: in Val d'Isarco prende il nome di Dreierle
Il pane di segale può essere portato a casa come souvenir culinario in quanto si conserva per molti giorni.
Un caro saluto.

mercoledì 9 dicembre 2020

I ćevapčići

Uno dei piatti più popolari nel Carso ha origini slavo-balcaniche: i celebri ćevapčići. Diffusi, oltre che nelle provincie di Trieste e Gorizia, in quella di Udine, in Slovenia, Croazia e nelle zone dell'Austria confinanti con la ex Jugoslavia.
Si tratta di piccole salsicce di carni miste (maiale, manzo e agnello a seconda della zona di provenienza) molto speziate e leggermente piccanti, dal colore rossastro per la presenza della paprika. I cevapcici sono i protagonisti nelle locande carsoline e vengono generalmente cotti su piastra o griglia o anche in padella e accompagnati da cipolla bianca fresca cruda e salsa Ajvar, una salsa (dolce, piccante o molto piccante) a base di peperoni, melanzane e peperoncini.
Pare che i ćevapčići vennero preparati per la prima volta a Belgrado nella seconda metà del XIX Sec.nella trattoria "Da Tanasko Rajić" nei pressi dell'attuale Piazza degli Studenti, all'epoca sede del Grande Mercato.
Oltre che nelle trattorie e ristoranti è possibile trovare queste gustose preparazioni nelle macellerie e nei supermercati locali.
Ogni volta che torno i questi luoghi mi concedo un bel piatto di questi saporitissimi ćevapčići!
Un caro saluto.

sabato 9 maggio 2020

La Gubana

Se c'è un dolce che mi ha sempre accompagnato nelle avventure nel Triveneto quello è la cubana.
Dolce da forno,  tipico delle Valli del Natisone nel Cividalese, buono per tutte le ricorrenze, è simbolo delle tradizioni e dell'ospitalità ancora vive nei paesi. 
Si ricava da un sapiente mix di ingredienti: farina di grano tenero, zucchero, uva passa, uova fresche intere, burro, noci, nocciole, mandorle, pinoli, amaretti, scorza grattugiata di limone, grappa, rum, brandy, crema di marsala, lievito di birra e sale.
La gubana si presenta con caratteristica forma a chiocciola con un diametro di circa 20 cm.; nel 1990 è stato istituito il Consorzio per la protezione del marchio gubana allo scopo di tutelare i produttori della specifica zona di produzione e stabilire specifiche norme e ingredienti per la sua preparazione.
La gubana è un dolce di origini antiche; viene citata per la prima volta nel 1409 quando compare inserita tra le 72 vivande servite nel banchetto in onore di Papa Gregorio XII giunto a Cividale per presiedere un burrascoso concilio.
Personalmente amo consumarla, soprattutto in inverno, bagnata con qualche goccia di grappa che serve a sprigionare gli aromi della generosa farcitura di frutta secca. Si accompagna molto bene, oltre che con la grappa, anche con vini friulani come il Picolit, il Verduzzo o la Ribolla Gialla.
Sperando di avervi incuriosito, vi saluto. Prosit!

lunedì 26 giugno 2017

Cadore

Le Dolomiti non hanno bisogno di presentazioni. Nove sono i gruppi dolomitici che compongono questo straordinario "arcipelago fossile" ed interessano i territori delle provincie di Belluno, Bolzano, Pordenone, Trento e Udine ma è nella provincia di Belluno che si concentra la percentuale più alta di queste vette straordinarie. In particolare, in Cadore troviamo alcune delle cime più conosciute: Antelao, Tre Cime di Lavaredo, Marmarole, Pelmo, Sorapiss. Vette leggendarie e di potente bellezza.
Il Cadore è un territorio da sempre italiano appartenente alla zona montuosa delle Dolomiti Orientali situato geograficamente nell'alta provincia di Belluno e confinante con Tirolo, Carinzia, Alto-Adige e Carnia.
A sua volta, il Cadore si suddivide in tre zone: Centro Cadore, Val Boite e Comelico.
Il toponimo Cadore sarebbe di origine celtica (catu-battaglia e brigum-roccaforte)  potrebbe essere stato l'antico nome del Monte Ricco. La prima testimonianza scritta che cita Catubrini la troviamo su una lapide sepolcrale del II sec. d.C. ritrovata a Belluno.
In Cadore si trovano importanti testimonianze archeologiche: il sito di Lagole dove sono stati rinvenuti reperti risalenti all'epoca paleo-veneta; il Pelmetto, ove è possibile vedere le famose orme di dinosauro; Mondeval dove fu trovata una antichissima sepoltura del mesolitico; il Monte Calvario ad Auronzo, testimonianza di un antichissimo santuario risalente al II secolo a.C.
L'arcidiacono del Cadore (insieme a Cortina d'Ampezzo) faceva parte del Patriarcato di Aquileia e dal 1847 è unito dall'Arcidiocesi di Belluno.
Anche Cortina, anticamente, faceva parte del Cadore da cui fu staccata nel 1511 per la conquista da parte di Massimiliano I d'Asburgo entrando a far parte del Tirolo.
Da Pieve di Cadore (capoluogo del Cadore) si aprono due vallate verso nord attraversando l'intera area cadorina: l'Alto Cadore e il Centro Cadore, rispettivamente con i centri principali di San Vito di Cadore e Auronzo- Misurina.
La Magnifica Comunità è un'istituzione che affonda le sue radici nel Medioevo ; dal XIV secolo si basava sull'osservanza degli Statuti Cadorini con la rappresentanza dei dieci centenari (suddivisione territoriale amministrativa), composti dall'unione di Regole (comunità di villaggio). L'attuale organizzazione è l'erede della storia unitaria del Cadore, delle sue esperienze di autogoverno e dei valori tradizionali espressi dalle genti cadorine e costituisce, tuttora, un punto di riferimento delle istituzioni sociali e amministrative operanti sul territorio. Presso il palazzo della Magnifica Comunità di Pieve di Cadore sono rappresentati tutti i comuni del Cadore con finalità di tutela dell'identità culturale della regione e delle sue risorse ambientali.
Il Cadore è un territorio ricco di bellezze paesaggistiche e naturali dove le tradizioni e la storia sono ancora ben radicati nelle persone: davvero un patrimonio unico per il turista più attento e alla ricerca di emozioni originali.
In inverno il Cadore si prepara ad accogliere gli amanti degli sport invernali. La skiarea di San Vito di Cadore e quella di Auronzo-Misurina costituiscono, assieme alle piste di Cortina d'Ampezzo, un ampio comprensorio sciistico, incluso nel Dolomiti Superski: 140 chilometri di piste e un solo skipass per sciare in un'unica maxi-area. È inoltre possibile concedersi delle piacevoli pause nei rifugi e nelle baite disseminate lungo le piste.

Il Cadore è attraversato dalla Lunga Via delle Dolomiti, un percorso ciclo-pedonale che collega Lienz a Calalzo di Cadore, passando per Cortina. 
Il tratto Cadorino è immerso in un contesto paesaggistico di impareggiabile bellezza dominato dalle vette dolomitiche sempre presenti. Da Calalzo a Valle di Cadore, le numerose gallerie, tutte ben illuminate, rendono particolarmente suggestivo l'intero percorso che si snoda con pendenze costanti e larghi curvoni, intervallato dai caratteristici edifici delle ex stazioni ferroviarie in stile liberty alpino. Durante l'estate è in funzione il servizio Bike'n Bus che offre la possibilità di spostarsi in corriera lungo la ciclabile, portando al seguito il proprio velocipede.
La cucina cadorina è una cucina povera che si basa su ingredienti semplici e genuini. Tra i primi piatti troviamo i casunziei, ravioli a mezzaluna con ripieno di rapa rossa e patata, conditi con burro fuso e "spersada" (ricotta affumicata);
i canederli, semplici o ai funghi; la minestra d'orzo o di fagioli e gli gnocchi al ragù di selvaggina. Fra i secondi piatti dominano la selvaggina, i salumi, come il rinomato speck del Cadore, e i formaggi accompagnati da verdure, tra cui i famosi cappucci di Vinigo, e dall'immancabile polenta. Come dolce ricordiamo lo zope, la péta e i crafin a la sanvidota, oppure lo strudel e le frittelle di mele. Un buon pranzo o una buona cena non può terminare senza una grappa tipica o un liquore aromatizzato con i profumi della montagna.
Un caro saluto.

domenica 10 ottobre 2010

Il presnitz

Grazie alle leggi benevole emanate dall'Imperatrice Maria Teresa d'Austria, all'inizio dell'800 Trieste visse il suo momento magico e di massima espansione.
La città cresceva e con essa il porto, le industrie, i cantieri, l'artigianato.
La città attirava a sé genti di tutta Europa, diventando in breve tempo un centro vitalissimo e cosmopolita.
I palazzi e le piazze apparivano come eleganti salotti da passeggio e ritrovo.
Un evento importante mise, un giorno del 1832, in movimento tutta la città.
Per accogliere degnamente "Sissi", Imperatrice d'Austria e Ungheria, in visita al Castello di Miramare, la città si fece festosamente bella.
Si indissero concorsi e gare per oggetti d'arte, artigianato, gastronomia e pasticceria.
In una elegante pasticceria del centro apparve per la prima volta un dolce creato per l'occasione. Portava sovrapposta la scritta "Se giri il mondo ritorna qui".
Gli fu conferito il titolo di "Preis Prinzessin" (Premio Principessa).
I Triestini sbrigativamente e affettuosamente lo chiamarono Presnitz.
Trieste si arricchiva così di un dolce che rimarrà a suggello di tradizionali e liete ricorrenze.
Nel 1891 l'Artusi scrive nel suo "La scienza in cucina e l'arte di mangiar bene", dopo una sua visita a Trieste: "Eccovi un altro dolce di tedescheria e com'è buono! Ne vidi uno che era fattura della prima pasticceria di Trieste, lo assaggiai e mi piacque. Chiestane la ricetta la misi alla prova e riuscì perfettamente; quindi, mentre ve lo descrivo, mi dichiaro graditissimo alla gentilezza di chi mi fece questo favore".
Dolce composto da due elementi: un ricco e morbido ripieno (80% del peso) e un delicato strato di pasta sfoglia. Il ripieno è composto da uvetta sultanina, cubetti di arancia canditi, mandorle, noci, nocciole tostate, pinoli, passata di albicocche, albume d'uovo, olio di semi, cacao, burro e rhum.
Vi consiglio di accompagnarlo con un Picolit o un Ramandolo.
Un caro saluto.

martedì 16 marzo 2010

E' nata la mela "made in Friuli Venezia Giulia"

La settimana scorsa, mentre curiosavo tra la frutta di un grande supermercato mi si è avvicinata una gentile signorina che mi ha regalato una mela in una simpatica confezione di cartoncino.
Quella che avevo in mano era una mela con un marchio sconosciuto: "JULIA"... una mela del Friuli Venezia Giulia.
Infatti, analogamente a quanto già avviene in Trentino, dove quasi ogni vallata ha creato un marchio ad hoc per la produzione delle mele, anche questa Regione ha istituito un proprio marchio.
L'Associazione per la certificazione DOP della mela friulana, in attesa dell'approvazione comunitaria dell'origine protetta, sta presentando in questi giorni il nuovo marchio di riconoscimento della mela regionale.
Le coltivazione delle mele in questa Regione hanno una lunga tradizione che risale addirittura ai tempi degli antichi Romani e che è giunta fino ad oggi grazie alla perfetta vocazione di queste terre, al suo clima e alla maestria dei produttori; una qualità eccellente che fa delle mele del Friuli Venezia Giulia un prodotto dal gusto originale, ottenute con le tecniche più aggiornate e rispettose della sicurezza alimentare e dell'ambiente.
Le mele "Julia" sono solo di qualità "Extra" o "Prima", con proprietà organolettiche superiori ed ottenute con programmi antiparassitari a basso impatto ambientale e controllati; la zona di produzione è, ovviamente, il solo Friuli Venezia Giulia.
Le varietà di mele che si fregiano del bollino "Julia" sono:
Royal Gala: croccante, succosa, con la polpa profumata dolce e saporita.
Imperatore: profumata e succosa, dal sapore gradevolmente dolce e delicato; è ideale per la preparazione di dolci a base di mela.
Golden: amabilmente dolce, dall'aroma delicato, croccante e succosa.
Red Delicious: dolce, finemente saporita e profumata di vaniglia, mediamente croccante e succosa.
Granny Smith: dal gusto caratteristicamente deciso, dolce e acidulo, fresco con polpa ben croccante e succosa.
Per chi volesse saperne di più rimando al sito ufficiale.
Un caro saluto.

lunedì 12 ottobre 2009

Le fave triestine

La mia amica Benvenuta che gestisce l'enoteca Dawit a Tarvisio ha parlato sul suo blog dell'arrivo delle fave triestine nel suo locale.
In effetti è proprio questo il periodo in cui, terminate le giornate calde, pasticcerie e forni realizzano questi piccoli capolavori dell'arte dolciaria giuliana. Mi sono detto allora perché non parlarne più diffusamente e magari fornire una ricettina per chi volesse cimentarsi nella loro realizzazione.
Non è difficile gironzolare per le vie di Trieste e percepire, nell'aria oramai fresca, il dolce profumo delle fave appena sfornate dai sentori intensi di mandorle, vaniglia, rosa, cacao e rhum.
Se non resistete al loro profumo vedrete che questi piccoli dolci sono uno spettacolo anche per la vista. Si presentano sotto forma di palline vagamente tondeggianti, leggermente ruvide al tatto, con evidenti screpolature sulla superficie. Sono colorate in tinte pastello: marroni, bianche/crema e rosa. La loro consistenza deve essere friabile e secca ma non dura e devono sciogliersi in bocca.
Un tempo le fave non si mangiavano fino al giorno di Ognissanti dopo aver fatto visita ai defunti. Solo allora i bimbi, che all'epoca non erano corrotti da console e Mc Donald's, potevano farne scorpacciate.
Di seguito vi riporto la ricetta tradizionale... fatemi sapere.
Ingredienti: mandorle bianche pelate italiane o spagnole (250 g.), zucchero (240 g.), farina 00 (120 g.), albumi d'uovo (3), rosolio bianco (50 cl.), alchermes (50 cl.), cacao amaro in polvere (3 cucchiai), acqua di rose (2 cucchiai), vanillina (1 bustina).
Preparazione: distribuite su una placca le mandorle e fatele tostare in forno a 180° senza farle diventare troppo scure (devono solo asciugarsi).
Toglietele dal forno e, una volta raffreddate, tritatele molto finemente. Montate a neve gli albumi, aggiungete la farina poco a poco, lo zucchero e le mandorle tritate cercando di non smontare la neve. Dividete il composto in tre parti; alla prima aggiungeteci il cacao e un pizzico di vaniglia, alla seconda la vaniglia restante ed il rosolo e alla terza l'acqua di rose e l'alchermes.
Fate delle palline grosse come una ciliegia e mettetele su una placca coperta da carta da forno. Inseritele nel forno già caldo a non più di 100° e fatele rassodare. Tiratele fuori quando saranno asciutte.
Devo dire che, comunque, quelle acquistate sono davvero eccellenti e risparmiano la fatica della preparazione.
Le fave possono essere gustate così come sono oppure accompagnate da the, vini liquorosi o vin santo.
Un caro saluto.

venerdì 11 settembre 2009

Malga Calice - Kalcher Alm

Dopo le gite in terra austriaca, giornata di puro relax.
La destinazione è Malga Calice (Kalkeralm) una splendida malga che offre un servizio di ristoro davvero eccellente in un ambiente alpino incontaminato.
Insieme a Daniele partiamo dalla solita Colle Isarco in direzione sud verso Vipiteno. appena superata la cittadina giriamo a destra seguendo le indicazioni per Passo Giovo e cominciamo a salire. Arrivati alla località di Calice (Kalch), continuiamo a salire e, dopo quattro tornanti, prestiamo attenzione ad una strada bianca che si stacca sulla destra con indicazioni per Malga Calice. Percorriamo questa stradina per due chilometri e finalmente giungiamo alla nostra malga dove lasciamo la macchina.
L'ambiente circostante è quello tipico dei pascoli d'alta montagna con prati verdissimi,

boschetti, animali al pascolo, piccole costruzioni in legno,

laghetti e un aria frizzante.
Avendo in progetto di saccheggiare la dispensa della malga ed essendo ancora presto per sedersi ai tavoli imbocchiamo un comodo sentiero che si dirige inizialmente verso nord.
Dobbiamo pur giustificare la mangiata che ci attende no?
Procediamo allegramente fino alla Rinneralm (1890 mt.);

lo sguardo si poggia su paesaggi incantevoli... da cartolina. Alla Rinneralm (anch'essa attrezzata per fornire ristoro agli escursionisti) è stato ricavato un grazioso laghetto artificiale

che serve ad alimentare le piste da sci del comprensorio. Pieghiamo decisamente verso sud-est cominciando a salire per un sentierino non numerato.

Qualche foto panoramica

e riprendiamo la salita che ci porta in breve a scollinare.

Dall'altra parte si apre una splendida vista sulla sottostante conca su cui si adagia la nostra meta.
Con un minimo di prudenza scendiamo verso la malga

e in venti minuti possiamo finalmente accomodarci ai tavoli sistemati all'aperto. L'umore è alto, il sole è gagliardo e l'appetito è al punto giusto.

In breve ci portano al tavolo quello che Daniele aveva concordato con la proprietà della malga: un fantastico tris di pappardelle caserecce ai finferli, un canederlo ai formaggi e gli spatzle di spinaci;

per secondo un mezzo stinco e costine di maialetto allo spiedo con patate arrosto e verdure e, per finire una delicata crostata alla ricotta. Il tutto per soli 15 Euro.
Che dire? una piacevole giornata in un ambiente incantevole.

Per alcune fotografie che corredano questo post ringrazio Daniele Cecco.
Un caro saluto.

giovedì 25 giugno 2009

"Aria di festa" a San Daniele del Friuli

Uno dei prodotti dell'enogastronomia del Friuli che tutto il mondo ci invidia è il prosciutto crudo San Daniele, un prodotto fortemente radicato al territorio in cui nasce.
Il colle di San Daniele del Friuli è situato a pochi passi dalle prime alture delle Prealpi Giulie, lambito alla base dal Tagliamento. In questo magnifico luogo, l'aria fredda proveniente dal nord e quella calda in arrivo dall'Adriatico si incontrano e si mescolano lungo il fiume che fa da conduttore e da "climatizzatore" naturale. Ne deriva una ventilazione garbata ma costante, con il giusto tasso di umidità; condizioni ideali per la stagionatura della carne.
Cosce fresche di suino di produzione nazionale rigorosamente controllate, sale marino e l'aria di San Daniele. Solo questi tre ingredienti e almeno dodici mesi di cure affettuose nella trentina di stabilimenti che caratterizzano il paesaggio che circonda il centro abitato, a costituire la ricetta di un prodotto che è diventato un mito.
Il prosciutto (la parola "crudo" è superflua) è, insieme all'aria di San Daniele, protagonista assoluto di una manifestazione nata oltre venticinque anni fa, che si svolge nell'ultimo week-end di giugno: "Aria di festa".
Quattro giornate (da venerdì a lunedì) durante le quali nelle vie e nelle piazze di San Daniele, negli stabilimenti che spalancano i cancelli per l'occasione, centinaia di migliaia di persone assaggiano il "Sandaniele" (per gli amici) in condizioni ottimali, affettato con cura e consumato all'istante, con il solo condimento dell'aria irripetibile di San Daniele.
Quest'anno la madrina della manifestazione sarà Belén Rodrìguez.
Tra le varie iniziative segnalo:
- le degustazioni guidate per scoprire le caratteristiche del San Daniele, i consigli per la conservazione e gli abbinamenti con i vini del Friuli Venezia Giulia;
- i corsi di cucina con ricette creative e dimostrazioni pratiche con degustazione finale;
- istruzioni per riconoscere il San Daniele, per affettarlo a macchina e a mano;
- concerti ed esibizioni di gruppi folcloristici locali e non;
- mostre fotografiche, filateliche e tematiche legate al prosciutto;
- visite guidate in una decina di prosciuttifici.
Per ulteriori informazioni potete visitare il sito ufficiale.

domenica 5 aprile 2009

La cucina libanese

Se c'è una cosa che, più di altre, mi ha fatto accettare di buon grado un mio secondo semestre di impiego in Libano è stata la sua cucina.
Le pietanze di questo paese sono eccellenti e rispecchiano la tanto celebrata dieta mediterranea: verdure, legumi, insalate, ortaggi, carni bianche e olio extravergine di oliva sono i principali ingredienti che potete trovare nelle case e nei ristoranti libanesi.
Facciamo adesso una panoramica di quello che potete aspettarvi se avrete la fortuna di sedervi in uno dei tanti locali che servono questi ottimi piatti.
Innanzi tutto, appena entrati, il cameriere vi porterà dei piattini con stuzzichini come quelli nella foto.
In questo caso vediamo lupini (tormos), carote salate (jasar) e semi vari (bzurat) ma potranno servirvi anche peperoni, sottaceti altro.
Quando vi porteranno il menù, non aspettatevi di capirci molto; potete regolarvi come faccio io cioè chiedete le "mezzas" che sono gli antipasti libanesi lasciando mano libera al cameriere.
Vi verranno servite tutta una serie di piatti e ciotole contenenti bontà dai sapori esotici e insoliti.
Quasi sicuramente vi porteranno due tipi di insalata. 
Il fattoush fatto con pomodori, cetrioli, cipolle rosse, insalata verde (lattuga), ravanelli, carote, olive nere, prezzemolo, menta, succo di limone e extravergine di oliva; viene generalmente accompagnato con crostini di pane.
L'altra insalata è il tabulè, un piatto freschissimo fatto con molto prezzemolo, menta, pomodori, cipolla, tritati finemente e conditi con olio e limone.
Dell'hummus vi ho già scritto in altro post.
C'è poi una "mezzas" che ricorda l'hummus ma al posto dei ceci si usa la melanzana passata alla fiamma viva; il nome di questa squisitezza è mutabal beitinjan e generalmente viene servita con dei grani di melograno. La mutabal beitinjan realizzata senza l'utilizzo della tahina viene chiamata baba ghannouj.
Proseguendo, potremo trovare le batata harra, sono delle patate piccanti passate al forno, aromatizzate con menta e condite con olio, limone e prezzemolo.
Le kebbeh meklie sono delle polpette di grano spezzato ripiene di carne di manzo, pinoli e cipolla.
Continuando a parlare di carne potete trovare i saudat jaj, fegatini di pollo conditi con limone e debs rumman (una sorta di aceto di melograno).
Una cosa molto particolare è il warak inab; sono degli involtini di foglie di vite ripieni di riso.
E rimanendo in tema di involtini, cosa ne dite di questi rkakat? Non è una parolaccia, sono degli involtini di pasta sfoglia ripieni di formaggio fresco.
Deliziosi sono questi makanek, salsiccette di manzo (più raramente montone) condite con l'onnipresente limone.
E se tutti questi antipasti non vi sono bastati, potete ordinare la portata principale a base di carne o pesce.
Io di solito ordino il taouk..
Sono dei bocconcini di pollo speziati e passati nel concentrato di pomodoro, 
serviti in una fetta di khobez arabi (pane arabo) per non disperderne il calore e accompagnati da patatine e da una deliziosa crema all'aglio.
Altrettanto buono è il pollo servito su un letto di riso e mandorle.
In molti ristoranti non sarà possibile innaffiare queste pietanze con del vino in quanto ci troviamo in un paese musulmano e al massimo potrete trovare della birra analcolica. Solo nei grandi centri turistici, frequentati dagli occidentali, i ristoranti hanno una carta dei vini decente.
Al termine del pranzo, in alcuni locali, il cameriere vi inviterà ad alzarvi e a sedervi ad un tavolo vicino sul quale troverete vassoi di frutta di ogni tipo e dove vi serviranno il caffè.
Il caffè è, purtroppo, una nota dolente sulla quale non mi dilungo. 
Il pranzo si conclude, generalmente, con una fumatina di narghilè; basta chiederlo e il cameriere vi porterà questo caratteristico strumento con un bocchino sigillato e l'aria si riempie di fragranze che rimandano ad atmosfere dalle mille e una notte.
Sarà, invece, quasi impossibile trovare dolci; se proprio ne avete voglia potete entrare in una delle molte pasticcerie dove non avrete che il piacevole imbarazzo della scelta e il vostro colesterolo avrà un'impennata imbarazzante.
Vi consiglio vivamente di visitare qualche pasticceria; è una esperienza notevole e tutti i sensi (tranne l'udito) verranno stimolati in maniera piacevole.
Un caro saluto... io vado a cena.