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Lettori fissi

Un piccolo diario che ha come filo conduttore il mio amore per la montagna e per i viaggi in genere... ma anche pensieri e riflessioni su quello che mi circonda perché il vero esploratore è colui che non ha paura di spogliarsi delle ipocrisie e aprirsi all'ignoto.
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domenica 18 settembre 2022

Sauris

Anche in montagna questa estate è stata straordinariamente torrida. Il clima caldo non invogliava a faticose gite e trekking; tuttavia, in una giornata meno calda del solito, con Elena e Thor ho deciso di visitare Sauris.
Partiamo di buon mattino dal Cadore; varchiamo il confine con il vicino Friuli attraverso il Passo Mauria e, dopo aver superato il paese di Forni di Sotto, percorriamo la tortuosa strada che si arrampica sul Passo Pura. Scendiamo rapidamente verso il Lago di Sauris che ci appare con il suo bel colore turchese attraverso gli alberi di un rigoglioso bosco. Questo lago è artificiale; nel 1941, per fini idroelettrici, vennero iniziati i lavori per la costruzione di un imponente sbarramento sul torrente Lumiei. La diga, inaugurata nel 1948, presenta un’altezza di ben 136 metri e, all’epoca, era la più alta d’Italia e una delle maggiori d’Europa. Il lago ha una portata d’acqua di oltre 70 milioni di metri cubi.
Costeggiamo il lago sulla sponda orientale e prendiamo a salire alla volta di Sauris.
La nostra meta è un piccolo comune sparso che conta poco meno di 400 abitanti. Sulla destra notiamo una stradina che sale verso Lateis, una delle frazioni del comune, ma noi proseguiamo verso Sauris di Sotto.
Ora il paesaggio si apre e sopra di noi possiamo ammirare le prime case di questo pittoresco borgo.
Le sue origini affondano in antiche leggende popolari secondo le quali la comunità di Sauris fu fondata da due soldati tedeschi che si rifugiarono in questa valle isolata e impervia. 
Ecco la versione tramandata nel 1882 da Padre Luigi Lucchini: "Un’antica tradizione pretende che primi a stanziare nella valle del Lumiei fossero due soldati tedeschi usciti di non so qual parte della Germania per sottrarsi alla milizia o piuttosto fuggiti dalla milizia stessa, e chiamati poscia cacciatori, perché sulle prime nell’alpestre valle, che servì loro di rifugio, dovettero vivere principalmente di caccia". Qualche tempo più tardi un nipote di Padre Lucchini, Fulgenzio Schneider, aggiungeva: "Narra la tradizione, che i due venuti aveano fatta la prima capanna nel sito Raitern (Sauris di Sotto) e dopo non lunghi anni quando ebbero famiglia, l’uno si sia separato e fattosi la sua abitazione in Richelan (Sauris di Sopra). Non si può conoscere la causa per cui si siano così presto separati, e tanto lontano l’uno dall’altro, in una regione così selvaggia, che abbondavano i boschi popolati di fiere. Fa supporre, che sia stato per il motivo per abbracciare una maggiore estensione, e così meglio facilitare la caccia. In altro modo, fa supporre che si siano separati per divergenze, date le tradizioni antiche, che tra le due frazioni, Sauris di Sotto e Sauris di Sopra non erano mai in buone relazioni e che abbiano avuto il punto di partenza già dai primi fondatori".
Come ogni leggenda, anche questo racconto ha un fondo di verità: i primi abitanti, infatti, giunsero da qualche valle al confine tra la Carinzia e il Tirolo attorno alla metà del 1200. Per più di sette secoli i loro discendenti vissero in equilibrio con l’ambiente alpino, coltivando le poche specie adatte a queste altitudini e al clima rigido, portando il bestiame nei pascoli d’altura durante i mesi estivi, falciando i prati fino alle cime, traendo dai boschi legname per le costruzioni e per il riscaldamento. Per procurarsi i generi alimentari che non esistevano sul posto (ad esempio il sale) essi ricorrevano al baratto con i paesi vicini. Oggi i Saurani, interpretando in chiave moderna alcune delle attività tradizionali (artigianato, produzioni agroalimentari di nicchia) o sviluppando forme di accoglienza turistica a misura d’uomo, continuano a convivere con un ambiente che, dopo secoli, rimane ancora la risorsa più preziosa.
Giungiamo nel centro di Sauris di Sotto e lasciamo l'auto nei pressi del Municipio.
Siamo in Carnia, in Val Lumiei per la precisione.  Sauris è circondato da diverse cime montuose tra cui il Col Gentile e il Monte Bivera, che partecipano attivamente al consolidamento del fascino montano del piccolo borgo.
La giornata è splendida e ci regala immagini da cartolina. Le varie costruzioni sono in armonia con l'ambiente circostante insomma... una favola.
L’architettura saurana rappresenta il collegamento più evidente con la vicina Carinzia: gli edifici sono infatti caratterizzati da elementi costruttivi realizzati, come scrivevo, con le risorse disponibili sul territorio. Le case
e i rustici più antichi
sono caratterizzati dal pian terreno in pietra che ospita la cucina e i piani sopraelevati in legno con le camere da letto, costruiti con l’antica tecnica del BLOCKBAU (i tronchi degli alberi interi creano una solida struttura grazie al loro incastro agli angoli dei fabbricati).
Il tetto è rivestito in scandole di legno di larice. Nonostante, a partire dal 1700, la tradizione architettonica carnica abbia influenzato quella saurana con la costruzione di numerose case in sola pietra, i progetti di valorizzazione dell’architettura tradizionale hanno fatto sì che ancor oggi i progetti abitativi debbano passare sotto una rigida ispezione tecnica al fine di valutarne la coerenza ambientale e questa cosa mi piace davvero tanto!
Alle spalle del Municipio notiamo il grande edificio del prosciuttificio "Wolf".
Questo piccolo paese è infatti famoso in tutta Italia soprattutto per le sue grandi specialità gastronomiche, prima fra tutte il celebre prosciutto di Sauris. Questa leccornia viene qui lavorata seguendo secolari tecniche di conservazione che negli anni la hanno trasformata in una vera e propria eccellenza gastronomica del nostro paese. Il punto di forza del prosciutto di Sauris è senza dubbio il tipo di affumicatura, ottenuto bruciando esclusivamente legno di faggio proveniente dai boschi locali, che dona al prosciutto quel suo sapore inconfondibile. Non posso fare a meno di entrare nel fornitissimo spaccio aziendale per gli acquisti di rito.
Sauris però non è solo prosciutto, e negli anni ha ampliato la sua offerta gastronomica, riuscendo a spaziare dalle birre artigianali fino ai prodotti caseari, con un occhio di riguardo per il formaggio di capra. Menzione d’onore per la trota affumicata di Sauris. Le acque cristalline, l’attenzione maniacale riservata all’allevamento e la particolare affumicatura la rendono una prelibatezza di altri tempi.
Il paese è sormontato dalla bella Chiesa di Sant’Osvaldo.
La raggiungiamo con una breve camminata passando davanti ad una cappella degli Alpini.
In breve siamo sul sagrato erboso della Chiesa
nella quale ci rifugiamo per un breve raccoglimento e per sfuggire alla calura che comincia a mordere sul collo.
Riemersi dalla confortevole ombra, notiamo più in basso, in lontananza, uno spicchio del lago che avevamo ammirato appena giunti a Sauris.
Scendiamo una scalinata adornata di coloratissimi fiori
e percorriamo strette viuzze circondati da tipiche abitazioni saurane dove il legno regna sovrano.
Sostiamo brevemente sotto l'affresco Unterminigar; opera devozionale raffigurante l'Adorazione dei pastori attribuibile ad un artista popolaresco, di modi veneti, operante verso la 2^ metà del XVIII Sec.
Altre costruzioni sono circondate da graziose composizioni temporanee realizzate con la legna da ardere preparata in anticipo per combattere i rigori dell'inverno che da queste parti è piuttosto rigido.
Il tempo per una foto ricordo
e torniamo all'auto per salire a Sauris di Sopra.
Sauris di Sopra è situato in splendida posizione su di una insellatura prativa posta a nord-ovest del Monte Ruche. Anche qui ci troviamo in un contesto di autentico pregio.
Molto belli alcuni angoli cha raccontano di fervente devozione popolare e di antiche usanze.
Siamo estasiati dalla bellezza dei colori
e restiamo col naso all'insù ad ammirare le architetture locali.
Quanta bellezza
e quanta serenità sono in grado di regalare queste montagne.
Facciamo sosta in un locale in buona posizione panoramica
dove ci rifocilliamo con una gustosa merenda a base di prodotti del territorio.
Con un'ultima occhiata abbracciamo questo paesaggio immerso in una luce fantastica
e intraprendiamo il viaggio di ritorno alla volta del Cadore percorrendo la strada che da Sauris di Sopra raggiunge Casera Razzo per poi scendere verso la terra di Tiziano.
Credo che ritorneremo in questo borgo sospeso nel tempo, magari in inverno, per sostarvi qualche giorno.
Un caro saluto.

sabato 9 maggio 2020

La Gubana

Se c'è un dolce che mi ha sempre accompagnato nelle avventure nel Triveneto quello è la cubana.
Dolce da forno,  tipico delle Valli del Natisone nel Cividalese, buono per tutte le ricorrenze, è simbolo delle tradizioni e dell'ospitalità ancora vive nei paesi. 
Si ricava da un sapiente mix di ingredienti: farina di grano tenero, zucchero, uva passa, uova fresche intere, burro, noci, nocciole, mandorle, pinoli, amaretti, scorza grattugiata di limone, grappa, rum, brandy, crema di marsala, lievito di birra e sale.
La gubana si presenta con caratteristica forma a chiocciola con un diametro di circa 20 cm.; nel 1990 è stato istituito il Consorzio per la protezione del marchio gubana allo scopo di tutelare i produttori della specifica zona di produzione e stabilire specifiche norme e ingredienti per la sua preparazione.
La gubana è un dolce di origini antiche; viene citata per la prima volta nel 1409 quando compare inserita tra le 72 vivande servite nel banchetto in onore di Papa Gregorio XII giunto a Cividale per presiedere un burrascoso concilio.
Personalmente amo consumarla, soprattutto in inverno, bagnata con qualche goccia di grappa che serve a sprigionare gli aromi della generosa farcitura di frutta secca. Si accompagna molto bene, oltre che con la grappa, anche con vini friulani come il Picolit, il Verduzzo o la Ribolla Gialla.
Sperando di avervi incuriosito, vi saluto. Prosit!

domenica 10 ottobre 2010

Il presnitz

Grazie alle leggi benevole emanate dall'Imperatrice Maria Teresa d'Austria, all'inizio dell'800 Trieste visse il suo momento magico e di massima espansione.
La città cresceva e con essa il porto, le industrie, i cantieri, l'artigianato.
La città attirava a sé genti di tutta Europa, diventando in breve tempo un centro vitalissimo e cosmopolita.
I palazzi e le piazze apparivano come eleganti salotti da passeggio e ritrovo.
Un evento importante mise, un giorno del 1832, in movimento tutta la città.
Per accogliere degnamente "Sissi", Imperatrice d'Austria e Ungheria, in visita al Castello di Miramare, la città si fece festosamente bella.
Si indissero concorsi e gare per oggetti d'arte, artigianato, gastronomia e pasticceria.
In una elegante pasticceria del centro apparve per la prima volta un dolce creato per l'occasione. Portava sovrapposta la scritta "Se giri il mondo ritorna qui".
Gli fu conferito il titolo di "Preis Prinzessin" (Premio Principessa).
I Triestini sbrigativamente e affettuosamente lo chiamarono Presnitz.
Trieste si arricchiva così di un dolce che rimarrà a suggello di tradizionali e liete ricorrenze.
Nel 1891 l'Artusi scrive nel suo "La scienza in cucina e l'arte di mangiar bene", dopo una sua visita a Trieste: "Eccovi un altro dolce di tedescheria e com'è buono! Ne vidi uno che era fattura della prima pasticceria di Trieste, lo assaggiai e mi piacque. Chiestane la ricetta la misi alla prova e riuscì perfettamente; quindi, mentre ve lo descrivo, mi dichiaro graditissimo alla gentilezza di chi mi fece questo favore".
Dolce composto da due elementi: un ricco e morbido ripieno (80% del peso) e un delicato strato di pasta sfoglia. Il ripieno è composto da uvetta sultanina, cubetti di arancia canditi, mandorle, noci, nocciole tostate, pinoli, passata di albicocche, albume d'uovo, olio di semi, cacao, burro e rhum.
Vi consiglio di accompagnarlo con un Picolit o un Ramandolo.
Un caro saluto.

martedì 16 marzo 2010

E' nata la mela "made in Friuli Venezia Giulia"

La settimana scorsa, mentre curiosavo tra la frutta di un grande supermercato mi si è avvicinata una gentile signorina che mi ha regalato una mela in una simpatica confezione di cartoncino.
Quella che avevo in mano era una mela con un marchio sconosciuto: "JULIA"... una mela del Friuli Venezia Giulia.
Infatti, analogamente a quanto già avviene in Trentino, dove quasi ogni vallata ha creato un marchio ad hoc per la produzione delle mele, anche questa Regione ha istituito un proprio marchio.
L'Associazione per la certificazione DOP della mela friulana, in attesa dell'approvazione comunitaria dell'origine protetta, sta presentando in questi giorni il nuovo marchio di riconoscimento della mela regionale.
Le coltivazione delle mele in questa Regione hanno una lunga tradizione che risale addirittura ai tempi degli antichi Romani e che è giunta fino ad oggi grazie alla perfetta vocazione di queste terre, al suo clima e alla maestria dei produttori; una qualità eccellente che fa delle mele del Friuli Venezia Giulia un prodotto dal gusto originale, ottenute con le tecniche più aggiornate e rispettose della sicurezza alimentare e dell'ambiente.
Le mele "Julia" sono solo di qualità "Extra" o "Prima", con proprietà organolettiche superiori ed ottenute con programmi antiparassitari a basso impatto ambientale e controllati; la zona di produzione è, ovviamente, il solo Friuli Venezia Giulia.
Le varietà di mele che si fregiano del bollino "Julia" sono:
Royal Gala: croccante, succosa, con la polpa profumata dolce e saporita.
Imperatore: profumata e succosa, dal sapore gradevolmente dolce e delicato; è ideale per la preparazione di dolci a base di mela.
Golden: amabilmente dolce, dall'aroma delicato, croccante e succosa.
Red Delicious: dolce, finemente saporita e profumata di vaniglia, mediamente croccante e succosa.
Granny Smith: dal gusto caratteristicamente deciso, dolce e acidulo, fresco con polpa ben croccante e succosa.
Per chi volesse saperne di più rimando al sito ufficiale.
Un caro saluto.

domenica 8 marzo 2009

I Gianduiotti

In un periodo amaro cosa c'è di meglio che un cioccolatino per addolcire il palato e migliorare l'umore? Ho già parlato in altro post delle "palle di Mozart" ma ci sono anche altri cioccolatini che apprezzo da sempre: mi ricordo che quando ero piccolo e abitavo a Torino, mio padre, che allora lavorava alla Fiat, poco prima di Natale riceveva dall'azienda due pacchi dono per me e mia sorella. All'interno, oltre al giocattolo adatto all'età c'era, immancabile, un sacchetto di dorati giandujotti.
Sarà perché mi ricordano l'infanzia, sarà perché sono uno dei simboli della città dove sono nato, sarà perché sono buoni, questi cioccolatini sono sempre stati tra i miei preferiti. 
E anche qui credo sia interessante ripercorrere la storia di questa piccola delizia.
Venne creato nel 1.806 quando Napoleone Bonaparte impose l'embargo all'Inghilterra e il prezioso cacao divenne merce rara. I maestri cioccolatieri torinesi decisero allora di unire quel poco di cacao rimasto con le nocciole tostate delle Langhe (tipico prodotto piemontese) e altri ingredienti minori come mandorle, lupini e frumento. Nacque così il "givu" pesante circa 12 grammi, dalla strana forma di barchetta rovesciata e che fu il primo cioccolatino ad essere incartato.
Fu subito un trionfo, prima nella città sabauda poi in tutta l'Italia settentrionale; la ricetta fu rispettata anche con la fine dell'embargo.
Nel 1.867 la Caffarel-Prochet-Gay, durante il Carnevale, chiama per la prima volta questa pralina giandujotto in onore della mitica maschera torinese.
Agli inizi la lavorazione avveniva manualmente. La pasta veniva lavorata fino ad ottenere un grado ottimale di viscosità, consistenza e fluidità. Alla fine gli artigiani scodellavano il cioccolatino che assumeva la caratteristica forma a barchetta. Successivamente il gianduiotto si ottenne per estrusione, producendo una pasta continua nella caratteristica forma a spicchio, tagliata a mano.
L'estrusione è sopravvissuta alla meccanizzazione della lavorazione e oggi rappresenta l'alternativa alla tecnica della colata nello stampo; in questo modo si ottengono dei cioccolatini meno elastici, meno grassi e dal gusto di nocciola più marcato.
Da quel tempo l'arte dei più noti maestri cioccolatieri torinesi è restata a testimonianza del gradimento di questo prodotto oggi esportato anche all'estero.

domenica 5 ottobre 2008

La torta Sacher

Durante la Pasqua di qualche anno fa mi sono recato a Vienna e tra le tante curiosità ho avuto modo di passare davanti alla pasticceria dell'Hotel Sacher depositaria dei segreti della celebre torta omonima.
La Sachertorte, più comunemente chiamata Sacher, è una torta al cioccolato inventata da Franz Sacher per il famoso Metternich il 9 luglio 1832 a Vienna; Franz Sacher faceva parte di una ricca famiglia di albergatori e giovane panettiere di corte, a causa della malattia del pasticciere titolare, gli venne chiesto da Klemens von Metternich di preparare un dolce per un ospite speciale. L'appena 16enne apprendista cuoco liberò la sua fantasia e realizzò una delle torte più famose della storia, e pare che il Metternich dopo averla assaggiata abbia esultato.
Daniel Peter, il creatore del cioccolato al latte e di una macchina impastatrice per dolci, rivendicò come sua la Sacher-Torte ed iniziò contro Franz Sacher una lunga disputa giudiziaria, che si concluse solo nel 1875 con la vittoria della famiglia Sacher. L'anno seguente Franz Sacher, divenuto ormai ricco e famoso, aprì a Vienna l'Hotel Sacher, che gestì fino alla morte insieme al figlio Eduard. Ancora una volta storia e gusto vanno a braccetto.
Questo dolce è costituito da due strati di pasta di cioccolata leggera con al centro un sottile strato di marmellata di albicocche mentre la parte a vista è ricoperta da una glassa di cioccolata nera.
La Sacher viene servita a temperatura ambiente e nei caffè viennesi viene tradizionalmente accompagnata con panna montata non dolce e una tazza di caffè o tè; difatti molti Viennesi (ma anche io) considerano la Sacher-Torte troppo "asciutta" per essere gustata senza accompagnamento.
Dalla famosa pasticceria ogni anno escono oltre 270.000 torte prodotte artigianalmente.
La Sacher torte originale è protetta da un marchio di fabbrica e, ad oggi, non esistono al mondo licenze per la rivendita di questo prodotto per cui l'originale si può acquistare solo quì. Esistono, di conseguenza centinaia, forse migliaia di imitazioni.
Di seguito riporto la ricetta tratta dal sito Giallo Zafferano.
Ingredienti: 150 gr. burro, 250 gr. cioccolato fondente (100 gr. per la copertura), 5 uova, 70 gr. zucchero a velo, 150 gr. farina, 150 gr. zucchero, 1 bustina vanillina.
Per prima cosa ungete una tortiera rotonda di 23 cm di diametro e rivestite il fondo con della carta da forno.
Proseguite poi facendo sciogliere il cioccolato a bagnomaria.
Montate quindi il burro con 80 g di zucchero, aggiungete quindi i tuorli e sbattete il tutto con uno sbattitore.
Sempre continuando a mescolare aggiungete piano piano il cioccolato fuso e la farina setacciata fino a che non otterrete un impasto omogeneo.
A questo punto montate gli albumi a neve con un pizzico di sale e aggiungete il restante zucchero e la vanillina continuando a montare per un minuto.
Incorporate quindi gli albumi all'impasto un pò per volta fino ad ottenere ancora una volta un impasto omogeneo.
Versate il composto nella teglia e livellatelo per bene, facendo attenzione soprattutto ai bordi.
Preriscaldate il forno a 150° e fate cuocere la vostra torta per circa 1 ora e 1/4 finchè inserendo uno stuzzicandenti nel centro non ne uscirà pulito.
Appena tolta dal forno fate intiepidire la torta nella tortiera per 5 minuti, toglietela e fatela raffreddare su una gratella.
Tagliate quindi in due la torta, riscaldate la marmellata di albicocche e stendetela su una parte della torta servendovi di una spatola, quindi coprite con l'altra metà della torta.
Ponete quindi, nuovamente la torta su una gratella e preparate la glassa per ricoprirla: fate fondere il cioccolato e unitevi un pò di acqua, mescolando.
Mettete lo zucchero a velo in una terrina e incorporatevi il cioccolato fuso, mescolando fino ad ottenere una glassa densa.
Ricoprite quindi la vostra torta con la glassa in modo uniforme stendendola con una spatola e fate indurire la copertura per almeno 5 minuti lasciando colare la glassa in eccesso.
Ponete la vostra sacher torte su un piatto da portata e prima di servirla lasciatela asciugare per due ore... Guten appetit! 
Un ringraziamento ad Adele per l'idea e per una delle fotografie che correda questo post.

lunedì 15 settembre 2008

Le palle di Mozart (Mozartkugel)

Salisburgo, oltre ad essere la capitale della musica sinfonica mondiale, è un vero gioiello; piccola ed ordinata, vivibile e discreta, cosmopolita e asburgica è capace di accogliere i viaggiatori con uno stile tutto mitteleuropeo facendoli sentire in un ambiente familiare ed ospitale.
Dalle vetrine delle molte pasticcerie (konditorei) una marea di dolci leccornie attirano i passanti; tra queste un posto di riguardo hanno le caratteristiche praline chiamate Mozartkugel (letteralmente palle di Mozart).
Anche in Italia non è difficile trovarle (nel Triveneto sono piuttosto diffuse); qui da noi quindi arrivano questi deliziosi cioccolatini sferici della ditta Mirabell incartati in lucida carta stagnola dorata e generalmente racchiuse in splendide confezioni rosse.
Tuttavia questa ditta non è la prima che ha prodotto queste palle; diamo un'occhiata alla storia di questo cioccolatino.
Le Mozartkugeln, "palle" di marzapane e cioccolato, sono un'invenzione della antica e centralissima pasticceria Fürst risalente al 1890, per commemorare il centenario della morte del musicista (avvenuta nel 1791). Nacquero quindi dalla creatività di Paul Fürst, pasticciere di Salisburgo, formatosi a Vienna e che dimenticò di "brevettarli" per proteggerne la ricetta (a danno del suo pronipote Norbert, tuttora vivente).
Nel 1905 Fürst ricevette, per i suoi cioccolatini, una medaglia d'oro alla fiera internazionale di Parigi. Nell'anno 1996 la suprema corte di giustizia austriaca ha deciso che il pronipote Norbert, non poteva avere il monopolio sul nome Mozartkugeln, ma è l'unico a poter utilizzare la qualifica "originale". Se quindi volete comprare i cioccolatini originali, dovete scovarli nella pasticceria Fürst in Mirabellen Platz.
Così, dal 1890, Wolfgang Amadeus Mozart è famoso non solo per la sua musica immortale, ma anche per le sue... palle esportate in più di 50 paesi nel mondo.
Vediamo come si realizza questa pralina che è a base di marzapane, crema di torrone e un cuore di pistacchio, il tutto ricoperto da cioccolato fondente: il cuore verde di pistacchio e marzapane viene infilato su un bastoncino di legno,viene avvolto da una crema di nougat
e poi intinto in cioccolato fondente;
il bastoncino viene poi poggiato su un asse per asciugare la pralina.
Il bastoncino viene poi tolto e il foro viene riempito con cioccolato; infine il cioccolatino è avvolto in carta stagnola (quella originale è argentata e reca la dicitura blu di Fürst "Original Salzburger Mozartkugel").
L'aggettivo "original" è negato alle altre ditte, anche grandi, come Nestlé e Reber, poiché producono il delizioso dolcetto meccanicamente (e in grandi quantità per soddisfare l'enorme domanda).
Norbert Fürst ha quattro negozi a Salisburgo, dove vende i "Mozartkugeln" originali. Con tre dipendenti produce più di un milione di questi cioccolatini all'anno. Vende un cioccolatino a più di un Euro, mentre quelli degli altri produttori normalmente costano tra i 50 e i 70 Cent.
Mozart nomina spesso il cioccolato, nei suoi scritti privati e nello stesso Don Giovanni. Onore dunque (e gloria, parafrasando un verso del Don Giovanni) a Paul Fürst, per essersene rammentato e per avere aggiunto questa ennesima fonte di ricchezza (materiale) alle ricchezze artistiche recate da Mozart alla città di Salisburgo, tra le principali mete turistiche d'Europa e di gran lunga la più visitata al mondo fra le patrie dei grandi musicisti della storia.
Personalmente, all'inizio dell'inverno, faccio una generosa scorta di palle in un mercatino pre-natalizio qui a Trieste dove riesco a trovarle in sacchetti di cellophane e quindi non gravate da spese di packaging.