Un piccolo diario che ha come filo conduttore il mio amore per la montagna e per i viaggi in genere... ma anche pensieri e riflessioni su quello che mi circonda perché il vero esploratore è colui che non ha paura di spogliarsi delle ipocrisie e aprirsi all'ignoto.

lunedì 11 agosto 2008

Jof di Miezegnot

Le mie vacanze stanno volgendo al termine. Fino ad ora ho visitato cose interessanti e piacevoli ma ancora manca un'escursione tosta; una di quelle che ti fa tornare a casa distrutto e affamato.
Ho letto da qualche parte che sul Jof di Miezegnot ancora resiste un villaggio degli Alpini costruito durante la 1^ Guerra Mondiale in splendido isolamento. Si può accedere alla base del sentiero (corrispondente alla Sella di Sompdogna) provenendo dalla bellissima strada militare che si arrampica nella Val Dogna ma questo significherebbe per me, che parto da Tarvisio, percorrere tutta la Val Canale, parte del Canal del Ferro e, in corrispondenza di Dogna, voltare a sinistra e inoltrarmi nella sua valle fino al termine della strada. Non ho voglia di fare tanti chilometri. Un rapido studio della carta topografica nr. 019 della Tabacco mi suggerisce la soluzione. Parto con le previsioni che danno pioggia ma in cielo non c'è una nuvola; probabilmente nel pomeriggio ci sarà un peggioramento. Lascio Tarvisio in macchina in direzione Udine, appena superata la frazione di Camporosso svolto a sinistra seguendo la strada che risale la Val Saisera (indicazioni per Valbruna); arrivo ad un ampio spiazzo oltre il quale non è possibile proseguire con la vettura. Parcheggiata la macchina, lo sguardo sale ad abbracciare due imponenti cime che colpiscono per la loro selvaggia ed aspra bellezza, sono lo Jof Fuart (2.666 m.) e sua maestà il Montasio (2.753 m.) di fronte al quale è stata sistemata una targa che riporta il testamento spirituale di Julius Kugy:
"... quando non sarò più concedi al mio nome un posticino sulla superba fronte settentrionale delle tue pareti... tieni in alto il mio cuore tra i tuoi picchi meravigliosi...".
Il posto è veramente incantevole; poco più in la alcune mucche dell'adiacente Malga Saisera mi osservano ruminando. C'è anche una graziosa cappella alpina in un angoletto in prossimità di due sentieri che si inoltrano nel bosco. Mi piacerebbe molto trattenermi ma per oggi ho altri programmi. Consulto nuovamente la carta: sono a quota 1.004 metri, per arrivare al Jof di Miezegnot salirò fino al rifugio F.lli Greco, da li alla Sella di Sompdogna ed in seguito fino alla cima della mia meta. Il dislivello è, per me, di tutto rispetto: 1.083 metri. Spero di avere gambe e fiato. Parto dalla Cappella Florit che ho notato poco prima e imbocco il sentiero CAI 611 alla sua sinistra. Si può prendere anche quello di destra che sale più ripido tagliando un paio di tornanti ma voglio evitare di impegnarmi fisicamente sin dall'inizio. Entro nel bosco di abeti contento di sottrarmi al sole che comincia a scaldare. Dopo 30 minuti il sentiero (che in realtà e una carrareccia, termina miseramente nel nulla per cui torno indietro di qualche centinaio di metri fino a che un cartello in legno, che indica "Rifugio Greco 30 min.", mi indirizza su un sentiero in decisa salita nel fitto del bosco. Qui il sole riesce a malapena a filtrare tra le fitte chiome dei faggi che mi sovrastano e che hanno preso il posto degli abeti; questo non crea la frescura sperata ma un pesante ristagno di umidità dovuto alla pioggia della sera precedente che ha inzuppato il suolo e il tappeto di foglie che rende scivoloso il sentiero. L'indicazione del cartello ovviamente non viene rispettata, i 30 minuti si riferiscono ad un percorso asciutto. Dopo 50 minuti, finalmente, esco dal bosco. Ho faticato molto a salire nonostante il dislivello superato sia solo di poco superiore ai 350 metri e già penso al ritorno; non sarà facile scendere mantenendo l'equilibrio. La speranza è che il sole che splende fuori dal bosco riesca in qualche modo ad asciugare il suolo. Ancora un dosso erboso e sono in vista del grazioso Rifugio F.lli Greco di proprietà del CAI-Società Alpina delle Giulie di Trieste.
L'edificio in legno e muratura fu costruito nel 1927 e sorge in una radura erbosa contornata dal bosco, poco ad est della Sella di Sompdogna. Dal suo terrazzo, mentre mi asciugo al sole, ho davanti a me una spettacolare veduta della nord del Montasio e dei versanti ovest dello Jof Fuart e del Nabois. Dopo aver consumato tre succhi di frutta al mirtillo e scambiato qualche chiacchiera col gestore che conveniva con me sui disagi del sentiero appena percorso, lascio il rifugio diretto verso la Sella Sompdogna. Mi inoltro nuovamente nel bosco ma questa volta su comoda carrareccia che serve al gestore del rifugio per trasportare i rifornimenti (sentiero CAI 651) e in dieci minuti arrivo alla sella dove il paesaggio si apre magnificamente. Sulla sinistra (sud) la cima dello Jof di Sompdogna (1.889 m.), dalla parte opposta lo Jof di Miezegnot (2.087 m.) la mia meta.
Dalla sella, la sua cima rocciosa mi sembra lontanissima; ancora non ho smaltito la fatica subita nel bosco. Mi faccio, comunque, forza e comincio a salire su una carrareccia che in cinque minuti mi porta alla Malga Sompdogna che nel periodo estivo offre un servizio di agriturismo. Tra i due fabbricati della Malga si distacca il sentiero CAI 609 che in breve entra in un bosco misto di larici, faggi e abeti. La salita mi porta, con lunghi tornanti, rapidamente a guadagnare quota. Il sentiero è leggermente accidentato in alcuni punti ma non presenta alcuna difficoltà se non il fatto che, pur passando tra gli alberi, al mattino è quasi tutto esposto al sole (comunque velato da qualche nuvola) e quindi un poco faticoso. Mi fermo spesso a tirare il fiato e a dissetarmi in corrispondenza di alcuni punti dove il bosco è rado e consente di guardare verso il basso. Dopo un ora e mezza dall'agriturismo esco dal bosco, solo pochi mughi riescono a colonizzare queste quote; dopo poco, sulla destra, noto delle lastre di cemento seminterrate;
sono le lapidi del piccolo cimitero che qui pietosamente sorgeva per i caduti in guerra su questa montagna. Facendo attenzione si possono ancora intuire le fosse disposte in fila e rimaste vuote dopo la riesumazione delle salme portate a valle alla fine del conflitto.
Il tempo ha cancellato i nomi dalle lapidi ma sono rimaste le croci spezzate in questo luogo carico di suggestioni. Sosto per un attimo nel silenzio assoluto per meditare su quei tragici avvenimenti.
Volgendo lo sguardo in alto, verso nord, intravedo in lontananza alcune costruzioni che fanno parte del villaggio di guerra degli Alpini impegnati in questo angolo delle Giulie;
mi accingo, quindi, a compiere l'ultimo sforzo per raggiungerlo in dieci minuti situato in una piccola valletta poco sotto la cima dello Jof di Miezegnot.
Quello che stupisce è l'eleganza e la grazia che contraddistinguono i ruderi in pietra.
Penso ai costruttori di questa meraviglia, agli sforzi per salire fin quassù aiutati dai muli, ai lunghi inverni degli anni tra il 1915 e il 1917 passati tra mille insidie e pericoli dovuti all'asprezza delle condizioni climatiche e ambientali oltre che alle azioni di guerra.
Penso al loro equipaggiamento e vestiario poco adeguato e comunque scarso.
Sono letteralmente affascinato da questo luogo costruito dalla 97^ Compagnia Alpina del Battaglione Gemona agli ordini del Capitano Mazzoli detto anche il Garibaldi della Valdogna per la sua fluente capigliatura. Il reparto era soprannominato la Compagnia dei Briganti ed il suo Capitano, per non far correre pericoli inutili ai sui uomini, faceva rifornire le postazioni da slitte o carretti trainati dai suoi cani.
Per contro, nulla è rimasto delle innumerevoli analoghe opere austriache, avendo l'avversario impiegato quasi esclusivamente legname nelle proprie costruzioni.
Al centro del villaggio è stata ristrutturata una piccola costruzione e trasformata in un comodo bivacco denominato "Ricovero Battaglione Gemona".
Al suo esterno è stata murata una targa trovata nelle vicine postazioni con la data del 7 ottobre 1916. Al duo interno trovano posto 4 letti a castello (aumentabili a 6 prelevando altri 2 letti nel vicino deposito), coperte, cucina, pentole, stoviglie e una dispensa alimentata dalla generosità dei frequentatori.
All'esterno trova posto un serbatoio d'acqua ed un tavolaccio in legno su una splendida balconata dove mi siedo a riposare e a consumare il mio pranzo. Davanti a me l'onnipresente Montasio affiancato dallo Jof Fuart; nei dintorni un gruppo di ardite capre che sembrano rincorrersi tra le rocce.
Spingendo lo sguardo verso il basso vedo in lontananza il tetto rosso del Greco e ancora più in basso il letto asciutto del Saisera nei pressi del quale sono partito.

Con soddisfazione mi accorgo di aver fatto un sacco di strada superando un dislivello di quasi 950 metri nonostante il caldo ma sono letteralmente distrutto e mi attende ancora la discesa con l'ultima parte nel bosco scivoloso. Mancherebbero ancora 140 metri alla cima ma la benzina in corpo è oramai esaurita e pertanto decido di fermarmi qui.
Durante la Grande Guerra, il confine con l'Impero Austro-Ungarico passava proprio sulla vetta e sulla linea di cresta che si vede dal villaggio dietro il quale un sentiero consente di raggiungerla; si arriva prima ad una sella che si affaccia sulla Val Canale, poi si attraversa il declivio sotto la cima e quindi si affronta un ripido canalino detritico e si arriva alla cima che è punteggiata di infrastrutture militari in rovina. Durante la guerra da questa posizione gli osservatori indirizzavano il fuoco delle artiglierie italiane sui sottostanti schieramenti austriaci della Val Canale ed in particolare sul Forte Hensel.
Nel frattempo dalla cima scendono due giovani donne di Milano con quattro adolescenti educati ed entusiasti di quello che vedono seguiti da un distinto tedesco abbigliato in modo "vintage" che sembra molto in tema con i ruderi che ci circondano. La chiacchiera si sviluppa spontanea e cordiale. Ci scambiamo opinioni ed esperienze tra un panino e un pezzo di cioccolato. Il sole ha oramai iniziato la parabola discendente, il cielo è sereno ma il ricordo delle previsioni ascoltate al mattino mi suggerisce a malincuore di abbandonare questi luoghi. Un ultimo sguardo al villaggio della 97^, un rapido saluto agli altri escursionisti e mi appresto a scendere. Il ritorno avviene sullo stesso itinerario della salita. Arrivo velocemente e senza difficoltà al rifugio Greco ma il cielo si rannuvola velocemente e in lontananza si sentono tuoni minacciosi. Decido di non fermarmi al Greco e di infilarmi nel bosco. Purtroppo il sole del mattino non ha asciugato il fondo e pertanto la discesa si presenta difficoltosa. Il cielo è diventato scuro e sotto gli alberi la visibilità cala bruscamente. Faccio fatica a seguire le tracce del sentiero; per fortuna sugli alberi ci sono gli indicanti rossi e bianchi che aiutano molto. Cerco, per quanto è possibile, di accelerare il passo perché sento il vento che anticipa la pioggia scuotere le chiome dei faggi che mi sormontano. Finalmente intercetto la carrareccia percorsa al mattino e tiro un sospiro di sollievo; la parte difficile della discesa è alle spalle. Un paio di saette che cadono oltre gli alberi però mi inducono a non rallentare. Dopo dieci minuti esco dal bosco in prossimità del parcheggio. Mi rendo conto della pesante nuvolaglia che circonda la cima del Montasio illuminata da sinistri bagliori temporaleschi. Metto lo zaino in macchina e guardo rapito questo spettacolo che mi ricorda le atmosfere tolkeniane di Mordor. Dopo pochi minuti comincia a piovere in maniera improvvisa e violenta. Al sicuro in macchina penso che se avessi ritardato di soli 15 minuti il rientro mi sarei trovato in serie difficoltà. Stanco e soddisfatto rientro a Tarvisio godendo del calo repentino della temperatura.
Escursione tosta per gambe allenate magari da compiere in primavera o tarda estate.

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