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Lettori fissi

Un piccolo diario che ha come filo conduttore il mio amore per la montagna e per i viaggi in genere... ma anche pensieri e riflessioni su quello che mi circonda perché il vero esploratore è colui che non ha paura di spogliarsi delle ipocrisie e aprirsi all'ignoto.

mercoledì 29 aprile 2020

Pieve di Cadore

Per chi proviene da sud, Pieve di Cadore è la porta di accesso al cuore delle Dolomiti.
Posta a 878 metri s.l.m., sulla sponda destra del Piave, città natale di Tiziano, conserva un patrimonio storico e culturale di pregio. La città può essere visitata agevolmente in mezza giornata. 
Se si arriva in macchina è possibile trovare un comodo parcheggio gratuito nel Piazzale Martiri della Libertà. 
Da qui l'attenzione viene immediatamente catturata da un edificio moderno che è sede del Museo dell'Occhiale; spazio espositivo unico in Italia con percorso didattico che consente di ripercorrere la storia degli strumenti ottici e dell'occhiale attraverso le splendide collezioni Bodart e Weiss, da Galileo fino all'economia del distretto bellunese dell'occhiale nato alla fine del XIX secolo è ancora oggi presente. Per info clicca qui.
Risalendo per Via dell'Arsenale, poche decine di metri dopo il Museo dell'Occhiale, sulla destra troviamo la Casa Natale di Tiziano Vecellio;
un edificio di origine quattrocentesca di tipica architettura cadorina con scale e ballatoio esterni in legno e cucina in pietra. Fu abitata dal pittore prima di trasferirsi a Vanezia e durante i suoi soggiorni cadorini quando faceva ritorno per trovare parenti e amici. Nel suo interno conserva importanti memorie del Maestro. Nel 1926 è stata dichiarata monumento nazionale. Orari di visita e riferimenti sono gli stessi del museo archeologico.
A fianco della casa di Tiziano, con scenografica piccola piazza antistante, possiamo ammirare la Casa Sampieri Vallenzasca che conserva all'interno un affresco raffigurante la Madonna con il Bambino.
Risaliamo di ulteriori poche decine di metri e ci immergiamo nel cuore e salotto di Pieve: Piazza Tiziano.
Di forma irregolare, circondata da edifici patrizi,
presenta al centro la statua in bronzo del Maestro (Antonio Dal Zotto, 1880) che da il nome alla piazza stessa.
L'edificio che più colpisce per la solennità delle sue mura è il Palazzo della Magnifica Comunità del Cadore;
un elegante mole cinquecentesca che, da sempre, accoglie nei suoi storici ambienti i rappresentanti dei ventidue comuni cadorini che compongono la Comunità stessa.
Al civico 29 della stessa piazza troviamo la Casa di Tiziano Vecellio detto l'Oratore, notaio, parente del Maestro;
un elegante edificio gentilizio sede del Centro Studi Tizianesco, organizzazione che ha il compito di promuovere la ricerca e la conoscenza su Tiziano e sul Cadore. Al suo interno si trova lo "studiolo" con la volta affrescata raffigurante il motivo romano delle grottesche del XVI sec.
Visite su prenotazione tel. 0435.501674, per ulteriori info clicca qui.
Accostata al palazzo della Magnifica Comunità sorge l'imponente mole della Chiesa Arcidiaconale di Santa Maria Nascente,
Chiesa Madre di tutte le Chiese del Cadore. Il precedente edificio era costruito in stile gotico e venne incendiato nel 1511 dalle truppe imperiali di Massimiliano d'Austria, fu restaurata nel 1566/67 laddove Tiziano e i suoi discepoli affrescarono il coro. Divenuta inadeguata per l'accoglienza dei fedeli si decise di ricostruirla affidando la progettazione all'architetto Schiavi da Tolmezzo; i lavori iniziarono nel 1761. Nel 1813 venne demolito anche il coro con la conseguente perdita irrimediabile degli affreschi del Tiziano. Fu consacrata nel 1837 dal Vescovo di Udine (il Cadore faceva parte dell'Arcidiocesi di Udine fino al 1847).
Nel suo interno sono custodite pregevoli opere d'arte;
la più importante e famosa si trova nella terza cappella a sinistra (la più vicina al presbiterio). La cappella di S. Tiziano Vescovo ospita, sopra l'altare, protetto da un vetro antisfondamento, uno dei capolavori di Tiziano Vecellio eseguito in tarda età.
I personaggi rappresentati hanno i volti dei familiari del grande artista: la Vergine ha il volto della figlia Lavinia, il figlio Pomponio presta le sue sembianze al Vescovo Tiziano avvolto nel piviale, il fratello Francesco raffigura S. Andrea. Il personaggio, leggermente defilato a sinistra, che assiste alla tenera scena è uno dei migliori autoritratti del Tiziano stesso.
La Chiesa è controllata da strumenti elettronici di sorveglianza che registrano ogni movimento dei visitatori.
Uscendo dall'edificio sacro, rientriamo in Piazza Tiziano  e giriamo subito a sinistra in corrispondenza di una agenzia di viaggio; saliamo verso ovest attraverso tipici viottoli e giungiamo al Municipio di Pieve anticipato da una bella fontana in tema con il paesaggio alpino;
qui, alla sua base, gli scavi archeologici hanno portato alla luce i resti di una villa romana del II secolo d.C. dove è ben visibile un antico sistema di riscaldamento a pavimento e uno straordinario pavimento a mosaico con motivi geometrici; un altro tratto di mosaico fu asportato dalla Soprintendenza ed è ora custodito nel Palazzo della Magnifica Comunità del Cadore.
Nella sala consigliare del Municipio è possibile visitare il Museo del Cimeli del Risorgimento Cadorino con reperti unici che costituiscono quanto resta dei Moti Cadorini del 1848. Visitabile dal lunedì al venerdì dalle ore 10,00 alle 12,30.
Ritorniamo sui nostri passi, attraversiamo Piazza Tiziano e prendiamo uno dei vicoli che scende verso il Parco del Roccolo:
una grande area pubblica con sentieri, bar, fontane, giochi per piccoli, campo bocce, la casetta di Babbo Natale,
la biblioteca degli gnomi
e un paio di punti panoramici sul lago e sulla vallata del Centro Cadore. Vale davvero la pena percorrere il sentiero che porta all'altra estremità del parco e affacciarsi sulla palafitta a strapiombo su una visuale spettacolare.
Dopo esserci riposati all'ombra degli innumerevoli faggi presenti nel parco, prendiamo la via del ritorno ma prima, se la stanchezza ce lo permette, possiamo salire sul Monte Ricco; si tratta di una piacevole passeggiata anche se in salita. Possiamo affrontare un accidentato sentiero che dal parco sale prima alla casetta di Babbo Natale (indicazioni in loco) e poi prosegue sempre in salita verso la sommità oppure consiglio il più panoramico e facile percorso che prevede il ritorno verso il parcheggio. Usciamo quindi dal parco, ritorniamo in via Arsenale dove scendiamo verso la casa di Tiziano e poco dopo, immediatamente prima del Museo dell'Occhiale, prendiamo a sinistra Via Vittime del Vajont; su piacevole strada asfaltata, leggermente in salita, lo sguardo comincia a spaziare prima su Pieve con le sue case che si stringono attorno alla chiesa
poi, dopo una curva, sulla frazione di Tai che, sullo sfondo si apre nella Valle del Boite con due sentinelle di eccezione: l'Antelao sulla destra e il Pelmo sullo sfondo.
Lasciando sulla sinistra il monumento al patriota Pier Fortunato Calvi (1931),
continuiamo la salita; la strada diventa sterrata  e si inoltra in uno splendido bosco ombreggiato di faggi. Dopo poco raggiungiamo un bivio; prendiamo il viottolo che porta a destra e, in breve, arriviamo al Forte di Monte Ricco.
Costruito a partire dal 1882, era parte di un importante complesso di opere di sbarramento di postazioni offensive in funzione antiaustriaca denominato "Ridotta Cadore"; recentemente restaurato, è stato trasformato in spazio espositivo. La posizione è splendida e lo sguardo spazia lontano.
Torniamo fino al bivio precedente e prendiamo l'altra stradina che, dopo una breve salita, porta alla Batteria Castello che era destinata ad ospitare le artiglierie e che faceva anch'essa parte della "Ridotta" prima menzionata.
Questa struttura, ora in rovina, è stata edificata sul posto ove una volta  sorgeva il castello di Pieve. Anche da qui il panorama e suggestivo e alcune panchine invitano ad una piacevole sosta.
Possiamo ora tornare alla macchina e, se il tempo a disposizione lo consente, consiglio una puntatina al Lago di Centro Cadore magari per consumare una colazione al sacco o per prendere un po di sole sulle sue sponde.
Le frazioni di Pieve di Cadore sono Tai, Nebbiù, Pozzale e Sottocastello. Gli abitanti dell'intero comprensorio ammontano a circa 3.800 unità.
Altri spunti e approfondimenti nei prossimi post.
Un caro saluto.

lunedì 20 aprile 2020

Il castello di Pieve di Cadore

A Pieve di Cadore, su una altura che domina l'abitato, posta alla confluenza del Boite che si immette nel Piave, sorgeva nei tempi passati un castello medievale sicuramente suggestivo. 
Il sito probabilmente era frequentato sin dall'antichità come luogo sacro pagano.
In seguito, per il controllo delle vie principali e la difesa del territorio cadorino, fu edificato il castello che, insieme a quello di Podestagno in Ampezzo e ad alcune chiuse e varie opere fortificate che facevano capo al castello di Pieve, costituirà l'apparato difensivo denominato "Fortezza di Cadore".
Le opere difensive minori erano costituite da due chiuse (una si trovava a nord di Lozzo, poco a monte della Chiesa del Loreto a difesa delle vie di accesso che arrivavano dal Friuli e l'altra era a monte di Venàs costituta da un fortilizio in legno a difesa della via che portava verso le popolazioni di lingua tedesca) e uno spalto (palizzata di travi e massi) in Val Popena, poco sotto Misurina.
Non si hanno notizie sull'epoca della costruzione del castello di Pieve; il Dott. Jacopi ipotizza che esistesse già nel 900 in funzione difensiva contro le incursioni degli Ungari. La prima testimonianza dl castello risale al 1155 quando il marchese Folco investe Guecello da Camino e la contessa Sofia "per feudum nominative de Castello de Plebe". Nell'aprile del 1421 la rocca passa sotto la dominazione di Venezia che la inserisce nella sfera prefettizia dello Stato da Terra, inviando un Capitano con il compito della sorveglianza militare del territorio e, ovviamente, del castello stesso.
Verso Pieve il castello era inaccessibile per gli strapiombi mentre il resto della struttura era protetto da robuste mura a scarpa che lo rendevano inespugnabile fino all'invenzione delle prime artiglierie che potevano superare le sue difese sia da Monte Ricco che dalle alture sovrastanti Pieve.
L'ingresso era orientato verso occidente, sovrastato da una torre su cui campeggiava il Leone Veneto.
Questa torre con quella del castello di Botestagno della valle d'Ampezzo, fregia lo stemma del Cadore.
Tra le mura della torre trovavano sistemazione le prigioni con quattro celle per rinchiudervi i pochi banditi cadorini: due ricavate nelle fondamenta (giudicate orribili) e due ricavate ai piani superiori. Lungo i muri perimetrali sorgevano un pozzo scavato nella roccia, la cancelleria, gli alloggi del Capitano, la caserma per i soldati, l'armeria e la Santa Barbara, il forno, il magazzino viveri e la cappella di Santa Caterina (due pale ed una statua sono oggi conservati nella parrocchia di Pieve). Al centro insisteva un'ampia piazza d'armi.
Nel 1484 il Cadore chiede a Venezia munizioni per il castello; nello stesso anno la torre viene danneggiata da un fulmine e il 15 marzo si portano sul colle i materiali per il recupero. Nel 1487 il Capitano chiede che almeno un soldato della guarnigione sia addestrato a legare e torturare i prigionieri. Nel 1499 si provvede a rifornire i magazzini di miglio e segale a causa di notizie di movimenti di truppe tedesche ai confini.
Fino al 1516 il Cadore attraversò un periodo di guerra, saccheggi e devastazioni ad opera soprattutto delle truppe dell'Imperatore Massimiliano d'Asburgo impiegato ad arrestare l'ascesa di Venezia nella guerra della Lega di Cambrai; Pieve e il suo castello non ne uscirono immuni. In particolare, il maniero nell'inverno del 1508 fu occupato da un reparto imperiale comandato dal tirolese Sisto Von Trautson e immediatamente dopo (il 2 marzo dello stesso anno) fu riconquistato dai Veneziani e Cadorini, alla guida di Bartolomeo d'Alviano, dopo la Battaglia di Rusecco conosciuta anche come la Battaglia del Cadore. Nel dicembre del 1511 cedette nuovamente agli imperiali guidati dal maresciallo Regendorf per poi ritornare subito dopo sotto il controllo di Venezia. Nello stesso anno ebbero fine le guerre "cambriche" ma non le tensioni.
La Serenissima era restia ad investire cospicue somme per il restauro dell'opera che, comunque, non sarebbero state adeguate a proteggere il maniero dalle artiglierie che andavano sviluppandosi in quegli anni.
Comunque il castello fu restaurato più volte: nel 1547, nel 1565 e, a seguito di un incendio, fu ricostruito nel 1656.
Con la decadenza della Serenissima, il fortilizio subisce la stessa sorte. Nonostante un ultimo restauro avvenuto nel 1720, dopo poco il Capitano si trasferisce a Pieve a causa del suo alloggio inagibile.  La guarnigione di soldati a presidio era sempre più ridotta. Tuttavia, nel 1797, alla venuta dei Francesi, il castello disponeva ancora di parecchie armi e cannoni. Col trascorrere del tempo il maniero fu depredato. 
Addirittura le sue pietre furono usate per la costruzione della chiesa di Pieve e nel 1882 le autorità militari italiane impiegarono quello che era rimasto per la costruzione della Batteria Castello destinata ad ospitare le artiglierie mai entrate in funzione.
Nel Museo Archeologico Cadorino esiste un plastico che riproduce il castello e che rende bene l'idea di quello che era l'austero fortilizio.
Oggi il sito non conserva alcuna traccia della costruzione medievale; si possono soltanto intuire le ragioni che hanno portato gli antichi costruttori a scegliere questo colle per l'edificazione della struttura difensiva che domina i territori sottostanti e le vie di comunicazione.
Un caro saluto.
Riferimenti:
Giovanni Fabbiani - Breve storia del Cadore - Magnifica Comunità di Cadore Edit.; 4^ ed. (1977);
Archivio Digitale Cadorino.

lunedì 26 giugno 2017

Cadore

Le Dolomiti non hanno bisogno di presentazioni. Nove sono i gruppi dolomitici che compongono questo straordinario "arcipelago fossile" ed interessano i territori delle provincie di Belluno, Bolzano, Pordenone, Trento e Udine ma è nella provincia di Belluno che si concentra la percentuale più alta di queste vette straordinarie. In particolare, in Cadore troviamo alcune delle cime più conosciute: Antelao, Tre Cime di Lavaredo, Marmarole, Pelmo, Sorapiss. Vette leggendarie e di potente bellezza.
Il Cadore è un territorio da sempre italiano appartenente alla zona montuosa delle Dolomiti Orientali situato geograficamente nell'alta provincia di Belluno e confinante con Tirolo, Carinzia, Alto-Adige e Carnia.
A sua volta, il Cadore si suddivide in tre zone: Centro Cadore, Val Boite e Comelico.
Il toponimo Cadore sarebbe di origine celtica (catu-battaglia e brigum-roccaforte)  potrebbe essere stato l'antico nome del Monte Ricco. La prima testimonianza scritta che cita Catubrini la troviamo su una lapide sepolcrale del II sec. d.C. ritrovata a Belluno.
In Cadore si trovano importanti testimonianze archeologiche: il sito di Lagole dove sono stati rinvenuti reperti risalenti all'epoca paleo-veneta; il Pelmetto, ove è possibile vedere le famose orme di dinosauro; Mondeval dove fu trovata una antichissima sepoltura del mesolitico; il Monte Calvario ad Auronzo, testimonianza di un antichissimo santuario risalente al II secolo a.C.
L'arcidiacono del Cadore (insieme a Cortina d'Ampezzo) faceva parte del Patriarcato di Aquileia e dal 1847 è unito dall'Arcidiocesi di Belluno.
Anche Cortina, anticamente, faceva parte del Cadore da cui fu staccata nel 1511 per la conquista da parte di Massimiliano I d'Asburgo entrando a far parte del Tirolo.
Da Pieve di Cadore (capoluogo del Cadore) si aprono due vallate verso nord attraversando l'intera area cadorina: l'Alto Cadore e il Centro Cadore, rispettivamente con i centri principali di San Vito di Cadore e Auronzo- Misurina.
La Magnifica Comunità è un'istituzione che affonda le sue radici nel Medioevo ; dal XIV secolo si basava sull'osservanza degli Statuti Cadorini con la rappresentanza dei dieci centenari (suddivisione territoriale amministrativa), composti dall'unione di Regole (comunità di villaggio). L'attuale organizzazione è l'erede della storia unitaria del Cadore, delle sue esperienze di autogoverno e dei valori tradizionali espressi dalle genti cadorine e costituisce, tuttora, un punto di riferimento delle istituzioni sociali e amministrative operanti sul territorio. Presso il palazzo della Magnifica Comunità di Pieve di Cadore sono rappresentati tutti i comuni del Cadore con finalità di tutela dell'identità culturale della regione e delle sue risorse ambientali.
Il Cadore è un territorio ricco di bellezze paesaggistiche e naturali dove le tradizioni e la storia sono ancora ben radicati nelle persone: davvero un patrimonio unico per il turista più attento e alla ricerca di emozioni originali.
In inverno il Cadore si prepara ad accogliere gli amanti degli sport invernali. La skiarea di San Vito di Cadore e quella di Auronzo-Misurina costituiscono, assieme alle piste di Cortina d'Ampezzo, un ampio comprensorio sciistico, incluso nel Dolomiti Superski: 140 chilometri di piste e un solo skipass per sciare in un'unica maxi-area. È inoltre possibile concedersi delle piacevoli pause nei rifugi e nelle baite disseminate lungo le piste.

Il Cadore è attraversato dalla Lunga Via delle Dolomiti, un percorso ciclo-pedonale che collega Lienz a Calalzo di Cadore, passando per Cortina. 
Il tratto Cadorino è immerso in un contesto paesaggistico di impareggiabile bellezza dominato dalle vette dolomitiche sempre presenti. Da Calalzo a Valle di Cadore, le numerose gallerie, tutte ben illuminate, rendono particolarmente suggestivo l'intero percorso che si snoda con pendenze costanti e larghi curvoni, intervallato dai caratteristici edifici delle ex stazioni ferroviarie in stile liberty alpino. Durante l'estate è in funzione il servizio Bike'n Bus che offre la possibilità di spostarsi in corriera lungo la ciclabile, portando al seguito il proprio velocipede.
La cucina cadorina è una cucina povera che si basa su ingredienti semplici e genuini. Tra i primi piatti troviamo i casunziei, ravioli a mezzaluna con ripieno di rapa rossa e patata, conditi con burro fuso e "spersada" (ricotta affumicata);
i canederli, semplici o ai funghi; la minestra d'orzo o di fagioli e gli gnocchi al ragù di selvaggina. Fra i secondi piatti dominano la selvaggina, i salumi, come il rinomato speck del Cadore, e i formaggi accompagnati da verdure, tra cui i famosi cappucci di Vinigo, e dall'immancabile polenta. Come dolce ricordiamo lo zope, la péta e i crafin a la sanvidota, oppure lo strudel e le frittelle di mele. Un buon pranzo o una buona cena non può terminare senza una grappa tipica o un liquore aromatizzato con i profumi della montagna.
Un caro saluto.

domenica 1 gennaio 2012

Come sarà il 2012?

Eccomi arrivato al consueto bilancio di un anno che è passato tra alti e bassi.
Strano questo anno, davvero strano. Nonostante si sia chiuso con una recessione che fa paura a tutti (me compreso), non mi sento di archiviarlo frettolosamente come negativo.
Personalmente ho impiegato questo periodo in una faticosa e lenta (troppo lenta) opera di ricostruzione della mia vita. E' un pò come quando si parte per una salita in montagna; occorre avere gambe buone e ferme e soprattutto è necessario dosare le energie in funzione del percorso. Questo percorso è stato, e lo è ancora, accidentato ma, tra le nebbie, credo di intravedere la cima. Ho buone ragioni per credere che, grazie a questa ascesa faticosa, il 2012 mi vedrà arrivare sulla vetta dalle quale gettare la zavorra che ha appesantito la mia vita negli ultimi anni. Lungo questa salita ho incontrato e ritrovato tanta gente meravigliosa e dimenticato tanti idioti; ho tagliato i rami secchi che mi impedivano il passaggio è ho svuotato lo zaino delle cose vecchie e inutili. Ora sono al limite superiore della vegetazione arborea; sto uscendo dal bosco e ampi pascoli sono aperti davanti a me: il cammino è più certo.
Per il 2012 mi riprometto di essere più presente su questo blog (che negli ultimi tempi ho trascurato) e mi auguro di alzare definitivamente la testa per andare incontro alla vita a braccia aperte.
A tutti gli amici, vecchi e nuovi, auguro ottimismo per battere questa crisi e costruire un futuro migliore.
Viva la vita!

giovedì 22 dicembre 2011

Buon Natale

Giunga a tutti quelli che passano di qui un sincero augurio per un sereno Natale. Se potete passatelo con i vostri cari, dimenticando per un attimo le brutte notizie che arrivano copiose e riflettendo sui veri valori della vita.
Io me ne starò con mia figlia nel mio angolo di paradiso tra una discesa sugli sci ed un frico fumante. Dove? Nella foto una traccia della mia destinazione.
Buon Natale a tutti!

venerdì 11 novembre 2011

Tutta colpa degli Italiani!

Girando in lungo e in largo per il sud del Libano, spesso ho carpito tra la gente che frequentavo la frase "C'est la faute aux Italiens!" la cui traduzione è riportata nel titolo del presente post. 
I Libanesi la pronunciano spesso quando si trovano di fronte ad un problema di difficile soluzione a cui non sanno a chi far risalire la responsabilità (o non vogliono). La potremo paragonare al nostro "Tutta colpa del Governo" ma, mentre il nostro sfogo è immediatamente comprensibile, ho faticato non poco a capire cosa centrassimo noi Italiani con i tanti guai che affliggono il Libano, tanto più che siamo molto rispettati e amati nel paese dei Cedri. 
Il mio interprete Nasser mi disse una volta che la frase è legata ad un episodio della guerra avvenuto tra Italiani e Turchi in Tripolitania ma che nessuno oramai si poneva più queste curiosità. Gli Italiani vengono tirati in ballo senza troppi perchè, ma senza acredine e cattiveria.
Convinto che l'episodio che aveva originato questo singolare modo di dire fosse interessante, ho fatto alcune ricerche.
Siamo nel 1912, esattamente il mattino del 24 febbraio, di fronte alla città di Beirut due incrociatori corazzati italiani bloccano l'ingresso del porto. Si tratta delle unità "Garibaldi" 
e "Ferrucci" 
che, al termine di un inseguimento, avevano bloccato nel porto della capitale due navi della Marina Militare Turca: la cannoniera corazzata "Aunullah" e la torpediniera "Angora".
Il comandante italiano chiede perentoriamente al Wali (governatore ottomano della città) Hazem Bey la consegna, entro otto ore, delle due navi turche altrimenti sarebbero state cannoneggiate.
In breve il porto si affolla di curiosi che accorrono anche per solidarizzare con i marinai turchi.
Poco prima dello scadere dell'ultimatum, dalle due unità italiane partivano alcune raffiche di mitragliatrice per tentare di disperdere la folla al fine di ridurre al minimo eventuali perdite umane di civili.
Trascorse inutilmente le otto ore concesse ai Turchi, gli Italiani aprono il fuoco con le artiglierie colpendo ed affondando le due navi turche.
Il breve bombardamento italiano ha come inevitabile effetto collaterale il danneggiamento di importanti edifici adiacenti il porto: la Banca Ottomana, la Banca di Salonicco, i depositi doganali.
La confusione che si diffonde nella popolazione permette a molti musulmani di assalire una caserma e saccheggiarne l'armeria. Segue una sorta di ribellione con i rivoltosi che creano panico e danni: saccheggi di negozi ed abitazioni, aggressione agli Europei che hanno la sventura di trovarsi per strada. Oltre 40.000 abitanti fuggono verso il Monte Libano mentre gli stranieri trovano accoglienza negli edifici dell'Università Americana.
Solo con lo stato d'assedio, istituito dal Wali, la calma viene faticosamente imposta.
Al termine degli incidenti si contano 84 morti (4 stranieri) e altrettanti feriti.
Le autorità libano-ottomane, dopo la quantificazione dei danni, chiedono al Regno d'Italia il risarcimento in quanto era stata violata la neutralità della città. L'indennizzo arriva sul finire del 1914 ma viene trattenuto dal Wali; niente sarà corrisposto alle vittime dei danneggiamenti.
Chi conosce la storia del Libano, e del Medio Oriente in genere, sa che i segreti, grandi o piccoli che siano, non rimangono tali a lungo per cui la voce dell'indennizzo italiano si diffonde rapidamente tra la popolazione. Una delegazione di cittadini si presenta sotto il Serail (il palazzo del Governatore) per reclamare i dovuti risarcimenti. Il Wali nega di aver ricevuto alcun indennizzo pronunciando la frase oggetto del presente post e fa disperdere la folla con la violenza.
Ma non è finita qui. Pochi mesi dopo, allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, a Beirut mancano all'improvviso e senza apparente motivo i generi di prima necessità a causa delle speculazioni condotte disinvoltamente dalla casta del Wali. Le note di linguaggio che Hazem Bey diffonde recitano sempre "Tout cela est la faute aux Italiens".
E' da allora che noi Italiani veniamo chiamati in ballo in Libano ogniqualvolta le cose non funzionano come dovrebbero. 
E' singolare, comunque, la somiglianza del nostro popolo con quello libanese: siamo tutti convinti che le responsabilità siano sempre degli altri... altri chi? Questa è un'altra storia!
Un caro saluto.

martedì 18 ottobre 2011

Quando Pramollo stava all'Equatore

Questo pomeriggio mi ha scritto Andrea Baucon, paleontologo presso l'UNESCO Geopark Naturejo in Portogallo. Mi ha invitato ad una conferenza e mi ha pregato di segnalarla su questo blog. Lo faccio volentieri perchè mi sembra estremamente interessante.
La conferenza "Quando Pramollo stava all'Equatore" sarà realizzata in collaborazione con il Prof. Corrado Venturini dell'Università di Bologna. La presentazione racconterà il patrimonio geologico di Pramollo (unico al mondo) attraverso l'esperienza dei due geologi, profondi conoscitori della più antica anima del settore Pramollo-Lanza.
Non sarà un appuntamento solamente scientifico, ma culturale; infatti si intende promuovere la valorizzazione in ambito geologico e turistico-culturale al fine di ampliare le attrattive del territorio friulano, in sintonia con le più recenti tendenze nell'outdoor tourism.
La conferenza è aperta al pubblico.
Io non so se potrò essere presente ma cercherò di non mancare.
Un caro saluto.