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Lettori fissi

Un piccolo diario che ha come filo conduttore il mio amore per la montagna e per i viaggi in genere... ma anche pensieri e riflessioni su quello che mi circonda perché il vero esploratore è colui che non ha paura di spogliarsi delle ipocrisie e aprirsi all'ignoto.

domenica 8 febbraio 2009

Non facciamo finta di nulla...

Questo dovrebbe essere un titolo dei giornali… non la spazzatura che ci propinano ogni giorno!
È una storia dura ma che riscalda il cuore… con una foto di John Gebhardt in Iraq.
La moglie di John Gebhardt, Mindy, ha detto che l’intera famiglia di questa piccola bambina è stata sterminata. Gli insorti volevano uccidere anche la bambina e così le hanno sparato alla testa… ma non ci sono riusciti. È stata curata nell’ospedale di John e adesso sta guarendo ma continua a piangere e a lamentarsi. Gli infermieri hanno detto che John è l’unico che sembra riuscire a calmarla per cui John ha passato quattro notti tenendola in braccio mentre tutti e due dormivano su quella sedia. La bambina continua a migliorare. John è un vero eroe di guerra e rappresenta ciò che il mondo occidentale sta cercando di fare. 
Questo, amici, merita di essere condiviso con il mondo! Fatelo! Non vedrete mai cose del genere al telegiornale. Fatelo girare. Se non lo fate non succede nulla ma la gente ha bisogno di vedere foto come questa e di rendersi conto che non tutto è marcio a questo mondo. 
Anche se si tratta semplicemente di una piccola bambina per volta.

lunedì 2 febbraio 2009

Jounieh e Beirut by night

Ancora un viaggio per Beirut. 
Parlo di viaggio perché tale è... anche se poco più di 100 chilometri mi dividono dalla capitale del Libano. 
Insieme al mio team e ad altri amici, per motivi di sicurezza, partiamo  prestissimo (alle 5) quando il cielo è ancora buio e le stelle dormono dietro pesanti coltri di nubi. Ci troviamo nell'interno del Libano meridionale a circa 800 mt. di quota; anche se potrà sembrare strano, fa freddo... un freddo umido che ti penetra nelle ossa. La sera precedente avevamo predisposto in ufficio il bollitore per prepararci un the bollente ma ci accorgiamo di esserci dimenticati lo zucchero per cui ci infiliamo nelle macchine e partiamo senza indugio. 
Rare sono le macchine che incrociamo per strada mentre con una certa frequenza ci troviamo a salutare i componenti delle varie pattuglie italiane di UNIFIL che controllano il territorio giorno e notte sui familiari blindati bianchi. 
Superiamo Tiro con il mare immerso nell'oscurità che immaginiamo placidamente disteso alla nostra sinistra; attraversiamo il Litani (Leonte) e raggiungiamo Sidone (Saida) percorrendo un lungomare addormentato con la grande moschea illuminata a giorno ed il pittoresco Castello del Mare nella penombra in splendido isolamento su un lembo di terra strappato al mare.
Proseguiamo velocemente e dopo poco meno di 70 chilometri di autostrada giungiamo a Beirut; è ormai giorno e la città e già in pieno fermento. Ci immergiamo nel traffico e il nostro Nasser ci guida verso un chiosco per una robusta colazione. Tutti prendiamo le "manakiche", le tipiche pizze libanesi nella versione al timo o al formaggio. La temperatura ora si è fatta piacevole e mentre godiamo della colazione appena sfornata osserviamo il caotico affannarsi di persone e veicoli diretti verso il vicino centro.
Abbiamo un impegno presso la nostra Ambasciata nel pomeriggio pertanto dopo una breve consultazione, dove ognuno dice una cosa diversa dall'altro, prendo la decisione di andare a visitare Jounieh a nord di Beirut; mi pare di cogliere alcune occhiate di disappunto da parte di Barbara e di altre due ragazze che avrebbero preferito restare in città magari per dello shopping ma, ignorandole, si parte verso la nuova meta (è bello essere un capo!).
Per uscire da Beirut dobbiamo affrontare un traffico allucinante e impieghiamo circa un'ora per percorrere i 15 chilometri che ci separano da Jounieh. 
Questa citta conserva l'impronta del passato col suo vecchio souk in pietra. La strada principale è fiancheggiata da entrambe le parti da caffè e ristoranti, botteghe, negozi e laboratori d'artigianato, banche, supermercati ed hotel di ogni categoria. Ma non è il centro cittadino l'oggetto del mio interesse; voglio visitare il sito su cui si erge il santuario di Nostra Signora del Libano, un'attrazione che seduce sia libanesi che turisti. Prendiamo a destra (indicazioni per Harissa) per una ripida strada panoramica che risale il costone roccioso che incombe imponente sulla città e dopo numerosi tornanti arriviamo ad un ampio parcheggio dove lasciamo le macchine. 
Veniamo subito disturbati dall'orribile struttura moderna del santuario che ha veramente poco a che vedere con la piacevolezza del sito. 
Noi, invece, ci dirigiamo verso la vicina statua della Madonna del Libano che si innalza sulla collina di Harissa. Un bel piazzale,  impreziosito dai celebri cedri del Libano, circonda una piccola cappella dalla forma conica sul cui vertice è eretta l'imponente statua. Percorrendo una scala a spirale è possibile giungere fino alla base del monumento. 
Da qui la vista che si gode sulla sottostante baia è qualcosa di indescrivibile, peccato che il tempo sia in peggioramento e lo sguardo non riesce a spingersi fino a Beirut. 
A poche centinaia di metri si staglia la bella sagoma della chiesa greco-ortodossa di San Salvatore costruita sui resti di un tempio romano dedicato a Serapide. 
La piacevolezza di quest'oasi di pace e tranquillità ci spinge a trattenerci a lungo ammirando le forme dei cedri e la struttura della città dall'alto. 
E' possibile arrivare fin quassù con una bella cabinovia che parte dal centro di Jounieh.
Avevo intenzione di proseguire per visitare il sito archeologico di Byblos ma la pioggia che comincia a cadere e gli atteggiamenti poco entusiastici delle donne che sono con noi mi spingono a rivedere i programmi e quindi ripieghiamo per rientrare a Beirut.
Altra ora di coda e siamo nel centro della città; parcheggiamo in tripla fila e ci infiliamo nel lussuoso centro commerciale ABC dove regna silenzio e tranquillità. 
Finalmente, tra i miei, vedo alcuni visi trasformarsi in entusiastiche espressioni (le femminucce) mentre altri virano verso una noia rassegnata (i maschietti). E' veramente difficile mettere d'accordo tutti. Ad ogni modo, dopo un, tutto sommato, piacevole giro dove l'unico acquisto è stato una scatola di costosi cioccolatini acquistati da Barbara, ci mettiamo alla ricerca di un ristorantino dove pranzare. Decidiamo per Nando's, un posto dove fanno cucina portoghese sotto una bella cupola in vetro all'ultimo piano del centro. Marco ed io diamo spettacolo divorando razioni industriali di pollo cucinato in maniera eccellente.
Nel pomeriggio siamo tutti invitati in Ambasciata per un evento mediatico; qui abbiamo appuntamento con l'amica giornalista Valeria che però rimane bloccata da un violento nubifragio che manda in tilt il già disordinato traffico cittadino.
Quando usciamo dalla bella sede della nostra rappresentanza diplomatica che domina Beirut dall'alto, il temporale è cessato e comincia ad imbrunire. 
Valeria ci da appuntamento al Caffè degli Specchi in Rue Gemeizeh, uno storico locale molto ben frequentato nel quartiere cristiano. Qui, immersi in una accogliente atmosfera cosmopolita facciamo tavolata e pensieri e discorsi spaziano sulla situazione politica libanese, sulle prossime elezioni, su quello che succede in Italia e su cose più frivole. Da provare in questo locale la limonata e menta... veramente deliziosa. 
Salutata Valeria, ci dirigiamo a piedi verso la vicina e moderna Moschea Mohamad Al Amine splendidamente illuminata nella animata sera di Beirut. 
E' davvero uno spettacolo e rimaniamo incantati dalla sua imponenza e dall'eleganza dei suoi minareti. 
Ci avviciniamo timidamente ad una delle sue entrate dove un custode ci dice ce possiamo entrare ma le donne devono restare fuori (!) decidiamo allora solo di affacciarci per osservare l'unico, immenso ambiente tutto coperto da tappeti e dominato da un enorme e spettacolare lampadario in cristallo. Incantevole!
Si è fatto tardi e la strada del rientro ci attende per cui raggiungiamo le macchine e poniamo fine alla prima piacevole giornata di turismo da quando siamo qui in Libano.

domenica 25 gennaio 2009

Censura e giornalisti

Strano paese il Libano. E' più facile fare amicizia con Italiani qui che da noi in Patria. Nel mio girovagare per le dissestate strade del sud del paese dei cedri non è difficile incontrare Italiani impegnati nella ricostruzione del paese e allora scatta il sorriso, il saluto, la battuta, lo scambio di indirizzi e la promessa di rivedersi da qualche parte davanti ad un the per due chiacchiere e per ricordare il nostro Paese. 
Ma è altrettanto facile conoscere gente in maniera strana, magari con una mail arrivata, chissà come, nella casella del mio ufficio. E' così che ho conosciuto Valeria Brigida, giornalista italiana di stanza a Beirut e corrispondente de "Il Riformista". In poco tempo è diventata consuetudine scambiarci qualche battuta, tramite internet, sui rispettivi lavori e le impressioni maturate in questo affascinante paese. Proprio due giorni fa stavamo colloquiando di questo quando, dalla redazione del suo giornale, è arrivata la notizia che ogni giovane giornalista sogna: il pezzo in prima pagina! Per la prima volta! Beh, in qualche modo, è stato emozionante condividere in diretta questa gioia con Valeria e, anche attraverso il pc, era palpabile la sua soddisfazione. 
Valeria mi ha autorizzato a pubblicare il suo articolo su questo blog e lo faccio volentieri oltretutto perché tratta di un argomento che mi sta particolarmente a cuore: la censura.
L'attesa era grande. I più e i meno giovani già assaporavano il momento in cui avrebbero preso posto in sala. Le luci si sarebbero spente e avrebbero potuto assistere al racconto, sul grande schermo, di uno dei massacri più efferati della storia dell'umanità: quello di Sabra e Chatila, consumatosi proprio in questa Terra tra il 16 e il 18 settembre del 1982. E, invece, no. Perché Ari Folman, regista di Valzer con Bashir, vincitore del Golden Globe come miglior film straniero e candidato all'Oscar, è israeliano. E israeliano è questo suo documentario d'animazione. 
Una legge statale libanese, infatti, bandisce l'importazione e la distribuzione di prodotti israeliani. In questo modo, mentre tutto il mondo s'incanta e si sconvolge di fronte alla drammatica danza del soldato Frenkel, che imbracciando un mitra spara e si contorce al ritmo delle pallottole dei cecchini, ai libanesi è vietato il racconto della loro storia, narrato dall'avversario di oggi come allora. 
Sebbene l'opera cinematografica sia un'aperta denuncia contro le azioni israeliane, in queste ore sta circolando clandestinamente nel Paese. L'odierna facilità di spostamenti, dall'Occidente al Medio Oriente, sta permettendo la visione del Valzer con Bashir attraverso l'importazione di riproduzioni pirata. E quando viaggiare è troppo dispendioso, internet fa la sua parte: in molti stanno scaricando illegalmente il film dalla rete. Salotti culturali improvvisati si trasformano in tribune sociali. 
È così che pochi giorni fa Umam, associazione libanese, ha organizzato una proiezione privata nei sobborghi della periferia a sud di Beirut. Avrebbe dovuto trattarsi di un'iniziativa ristretta a pochi intimi. In tutto erano state invitate poco più di dieci persone. E, invece, se ne sono presentate più di novanta. Monika Borgmann, fondatrice di Umam, che dal 2004 lavora per la conservazione della memoria storica del Libano, ritiene che sia "un peccato che un film critico nei confronti d'Israele non sia autorizzato in Libano, specialmente perché ripercorre un periodo storico cruciale per i libanesi, i palestinesi e gli israeliani". Perché "ogni Paese si trova a dover fare i conti con il suo passato violento e prima lo fa, meglio è". Anche se i carnefici sono i falangisti cristiani, le vittime i palestinesi e gli spettatori silenziosi gli israeliani. Per questo motivo Monika Borgmann pensa che "questo sia un film che debba esser mostrato". E con un po' di soddisfazione e molta incredulità racconta di come a partire dal giorno successivo alla proiezione il suo telefono non abbia smesso un attimo di squillare "per la semplice ragione che tutti vogliono avere una copia del film". "Come artista non posso accettare qualsiasi forma di censura" ci spiega indignato Michel Kammoun, 40 anni, regista libanese del film Falafel. "Un film puoi odiarlo o amarlo. Un film – continua Kammoun – può lasciarti indifferente. Ma devi avere l'opportunità di giudicare con la tua testa". Il sentimento che si respira negli ambienti intellettuali libanesi è di assistere al "furto" di una delle tante letture di un passato che appartiene a questi luoghi. Secondo l'artista, che all'epoca di Sabra e Chatila era solo un adolescente, "la censura è ridicola". Soprattutto perché "oggi con internet e l'avanzamento tecnologico tutti, se vogliono, possono accedere a informazioni e opere artistiche, anche clandestinamente". Kammoun non è ancora riuscito a vedere il film, ma confessa di farlo non appena gli sarà possibile. 
Si dice "incuriosito", invece, Roger Assaf , regista e attore teatrale che lo scorso autunno ha ricevuto il Leone d'oro di Venezia. Roger Assaf ha 67 anni e ricorda bene il sanguinoso periodo della guerra civile, perché lo ha vissuto sulla sua pelle e perché con la sua arte, attraverso il dialogo e l'ascolto, ha da sempre tentato di colmare le distanze tra le opposte fazioni politico-religiose del Libano. Anche, e soprattutto, negli anni più bui. Lo intervistiamo non appena atterrato all'aeroporto internazionale di Beirut, di rientro da uno dei suoi viaggi. È meravigliato. Non sa nulla di questa censura. E accoglie la notizia con un'esclamazione genuina: "Tutto ciò è stupido!". È quasi divertito e ironicamente ci dice: "Purtroppo la legge non fa differenza, anche se l'opera in questione è israeliana, ma condanna l'atteggiamento israeliano". Poi ci spiega: "È, invece, sempre positivo osservare, parlare e provocare il dibattito". Roger Assaf nutre profonda stima per l'Umam. Si dice "dispiaciuto" per non aver potuto partecipare all'iniziativa che comunque approva. Quindi ci confessa che chiamerà subito a raccolta tutti i suoi colleghi libanesi per capire come reagire. 
Anche le alte sfere istituzionali non hanno mantenuto il silenzio. Il ministro per l'Informazione libanese, Tarek Mitri, ribadisce: "Secondo l'attuale legge è illegale importare film israeliani". Ma poi annuncia, come ha fatto più volte in passato, la necessità di abolire una normativa "assurda". "Perché oggi i film si possono scaricare da internet o vedere su youtube". L'ultimo caso di censura in Libano risale a un anno fa. Nel mirino, allora, c'era Persepolis, capolavoro d'animazione cinematografica della fumettista iraniana Marjane Satrapi e fortemente critico verso l'Iran. Le proteste furono numerose e la Commissione per la Censura dovette cedere. E in questi giorni, qui a Beirut, sembra di rivivere, in modo più attenuato, proprio le atmosfere raccontate in Leggere Lolita a Teheran. Quando clandestinamente si organizzavano ristretti salotti culturali per condividere e discutere l'arte "decadente" del "nemico" americano.
Ogni ulteriore commento sarebbe superfluo... le idee devono girare. 
Brava Valeria... continua così!

venerdì 16 gennaio 2009

Spunto di riflessione per i nostri ragazzi

Mamma...
sono uscita con amici. Sono andata ad una festa e mi sono ricordata quello che mi avevi detto: di non bere alcolici. Mi hai chiesto di non bere visto che dovevo guidare, così ho bevuto una Sprite.
Mi sono sentita orgogliosa di me stessa, anche per aver ascoltato il modo in cui, dolcemente, mi hai suggerito di non bere se dovevo guidare al contrario di quello che mi dicono alcuni amici. 
Ho fatto una scelta sana ed il tuo consiglio è stato giusto
Quando la festa è finita, la gente ha iniziato a guidare senza essere in condizioni di farlo. Io ho preso la mia macchina con la certezza che ero sobria.
Non potevo immaginare, mamma, ciò che mi aspettava... qualcosa di inaspettato!
Ora sono qui sdraiata sull'asfalto e sento un poliziotto che dice: "il ragazzo che ha provocato l'incidente era ubriaco".
Mamma, la sua voce sembra così lontana... il mio sangue è sparso dappertutto e sto cercando, con tutte le mie forze, di non piangere.
Posso sentire i medici che dicono "questa ragazza non ce la farà".
Sono certa che il ragazzo alla guida dell'altra macchina non se lo immaginava neanche, mentre andava a tutta velocità. 
Alla fine lui ha deciso di bere e io adesso devo morire...
Perché le persone fanno tutto questo questo mamma? Sapendo che distruggeranno delle vite?
Il dolore è come se mi pugnalassero con un centinaio di coltelli contemporaneamente.
Dì a mia sorella di non preoccuparsi, mamma, dì a papà di essere forte.
Qualcuno doveva dire a quel ragazzo che non si deve bere e guidare... Forse se i suoi glielo avessero detto, io adesso sarei viva...
La mia respirazione si fa sempre più debole e incomincio ad avere veramente paura...
Questi sono i miei ultimi momenti e mi sento così disperata... Mi piacerebbe poterti abbracciare mamma, mentre sono sdraiata qui, morente. Mi piacerebbe dirti che ti voglio bene per questo...
Ti voglio bene e... addio.
Chi beve oltre misura è un miserabile imbecille!!!
Se volete, pubblicate questo post sui vostri blog.

giovedì 8 gennaio 2009

Lettera a un bambino palestinese

I tg di questi giorni sono pieni di notizie che riguardano il nuovo conflitto che si è aperto sul finire del 2008 tra Israeliani e Palestinesi. 
Questa mattina anche il Libano è entrato in questo scenario con un paio di razzi che sono partiti in direzione della Galilea. 
Conversando con un'amica questa sera, mi è venuta voglia di scrivere qualcosa in proposito.
Non ho nessuna voglia di discutere su chi abbia ragione o torto... alla fine usciamo tutti più poveri da queste vicende, soprattutto quando le nuove generazioni vengono allevate nell'odio verso il vicino. 
Qualcuno mi ha detto che quando un popolo non ha niente da perdere, non ha paura di morire anzi vede il martirio come una causa giusta ma... pur con tutto il rispetto per le opinioni altrui, nessuno ha il diritto di decidere il destino dei propri bambini e quello degli altri.
Un caro amico libanese mi ha portato una piccola poesia scritta dalla figlia Nour che ha 14 anni... la stessa età di mia figlia Valentina e che mi ha toccato il cuore. 
Ve la propongo ma considerate che nella traduzione dall'Arabo all'Italiano qualcosa va inevitabilmente perso:
Dormi bambino di Gaza 
nella tua nuova culla vicino a Dio,
domani ti sveglierai in un posto migliore 
e sotto un altro cielo
dove volano solo uccelli e farfalle
non sentirai più i rumori degli F16 che bombardano la tua casa
ne le urla, ne i pianti, ne le dichiarazioni di condanna del mondo
non avrai fame
non avrai sete
il tuo assedio finirà.
Domani potrai giocare con i bambini di Qana
e insieme pregherete per la pace
in Palestina e nel mondo.
Si fa riferimento a Qana in quanto in questo villaggio anni fa ci fu una terribile strage di bambini caduti sotto un bombardamento aereo.
Non mi sento di aggiungere ulteriori commenti... buonanotte dolce Nour... non tutti gli uomini sono mostri.

martedì 30 dicembre 2008

La famiglia aumenta

In un post di qualche tempo fa, ho presentato la mia squadra con la quale sono partito per questa avventura ma, strada facendo, altri due preziosi elementi si sono aggiunti al team completandolo in tutti gli aspetti.
Si tratta di Fabio e Oscar. Sono due persone agli opposti ma che si completano all'interno della squadra. Il primo estroverso, simpatico, pasticcione, casinista viene da Bari mentre il secondo, serio, puntuale, preciso e affidabile, arriva dalla magnifica Sardegna... ma entrambi hanno l'unica cosa che mi interessa davvero: un grande cuore.
Nella foto è ritratto Fabio durante la consegna di giocattoli che abbiamo acquistato per i bambini libanesi.
Benvenuti a bordo ragazzi!

domenica 28 dicembre 2008

Ashura

Chi, come me, si trova a percorrere quotidianamente le strade del Libano e segnatamente quelle che attraversano i luoghi sciiti, in questo periodo avrà notato un tripudio di inquietanti bandiere nere, striscioni sempre neri con scritte arabe, un maggiore afflusso nelle numerose moschee e molto movimento attorno alle husseinie (centri di aggregazione rigorosamente divisi tra uomini e donne). Niente di preoccupante, si tratta dei preparativi per la celebrazione della Ashura, una ricorrenza molto sentita dai Musulmani Sciiti che inizia domani in base al calendario lunare islamico e si protrae per dieci giorni.
Ashura significa letteralmente "il decimo" e fa riferimento al decimo giorno del mese di Muharram dell'anno 61 dell'Egira  (680 d.C.), giorno in cui avvenne la prima guerra intestina del mondo musulmano. 
Nel 632 d.C. a seguito della morte di Maometto, all'interno della comunità musulmana sorsero numerosi contrasti riguardo a chi dovesse prendere il suo posto come guida dei fedeli. La scelta cadde sul suocero del Profeta, Abu Bakr, sebbene alcuni musulmani ritenessero che il ruolo spettasse al cugino, nonchè genero di Maometto, Alì.
Al termine del 656, Alì divenne califfo (capo della comunità), ma fu sfidato da Mu'awiya, valoroso guerriero e governatore della Siria che voleva essere il leader della comunità musulmana.
Dopo cinque anni di comando, Alì fu assassinato e Mu'awiya divenne califfo. La cosa non incontrò il favore degli "Shi'at Alì" (seguaci di Alì da cui il nome Sciiti) che continuarono a sostenere che il ruolo spettasse ai discendenti del Profeta.
Mu'awiya raggiunse un accordo con il figlio maggiore di Alì, Hassan, in base al quale, questi si sarebbe ritirato dalla scena politica. Ciò nonostante gli "Shi'at Alì" continuarono a stringersi attorno al figlio minore di Alì, Hussein, che era, ovviamente, anche nipote di Maometto. Alla morte di Mu'awiya, nel 680 d.C., Yazid, figlio di Mu'awiya, per ottenere la guida della comunità chiese a Hussein obbedienza (bayha) che quest'ultimo, ovviamente, rifiutò.
L'amato nipote del Profeta Maometto, quindi, con la sua famiglia e un manipolo di 72 seguaci, partì dalla Mecca alla volta di Kufa con la speranza di raccogliere ulteriori consensi, ma, durante il tragitto, venne attaccato da Yazid nella desolata piana di Karbala (Iraq); accampatosi sulle rive dell'Eufrate, Hussein trovò l'esercito nemico a sbarrargli la via dell'acqua e venne vinto per la sete. Si narra che l'Imam preso dalla disperazione, uscì dall'accampamento con il figlio di sei mesi morente (Abdullah) in braccio per chiedere dell'acqua e umanità almeno per i bambini presenti ma quello che ricevette fu una freccia che uccise il figlio. Gli assediati capitolarono dopo dieci giorni e furono decapitati.
La moschea dedicata all'Imam Hussein a Karbala, città santa dove il nipote di Maometto fu decapitato (Karim Sahib/Ansa)
E' a questo evento che si fa risalire la scissione fra sunniti e sciiti. Questi ultimi rivendicavano il fatto che dovesse essere Hussein, figlio di Alì, genero di Maometto e primo Iman degli sciiti a succedere al Profeta nella lotta per la leadership del neonato Islam e non Yazid.
La drammaticità e il significato di questi eventi hanno fatto si che la comunità sciita, per amore verso la Ahl-al-Bayt, la famiglia del Profeta Maometto, abbia sempre ricordato i primi dieci giorni di Moharram, ed il decimo in particolare, con riunioni e manifestazioni di cordoglio che hanno contribuito nei secoli a tener vivo il dolore per questo evento e a tramandare l'insegnamento dell'amore assoluto e della fede sincera per Dio e le virtù della pazienza e della resistenza di fronte agli oppressori anche ponendo la propria vita come estremo sacrificio. 
Da allora per il giorno dell'Ashura è dovere di ogni Shiita commemorare il triste fato. Nella condivisione del dolore la sofferenza assume le diverse sembianze dell'auto-flagellazione cadenzato dal ritmico battito delle mani sul petto o con le spade che vengono battute sulla fronte provocando profonde ferite. Queste pratiche sono diventate, comunque, sempre meno comuni per il forte processo di modernizzazione che non risparmia neanche il mondo islamico. Due anni fa ero ancora in Libano nello stesso periodo e non mi è capitato di imbattermi in queste forme estreme di dolore ma si capisce che la ricorrenza è molto sentita e i locali, così sempre aperti e disponibili, per un breve periodo, si chiudono nel loro dolore e nel desiderio di isolarsi. Alcuni Iman, particolarmente ispirati, nei dieci giorni di celebrazione, raccontano episodi commoventi di queste vicende e i fedeli escono dalle husseinie sempre molto provati e commossi. Abbiamo molto rispetto per questo e pertanto le nostre prossime attività dovranno tenere conto di questo periodo particolare.
Alcune informazioni di questo post sono state tratte da un documento dell'Ambasciata Americana in Italia altre sono state raccolte sul posto; personalmente sono restato affascinato da questa storia ma non mi permetto, come mio costume, di esprimere nessun giudizio sulle vicende storiche.
Fedeli sciiti a Karbala con il ritratto dell'Imam Alì (Yannis Behrakis/Reuters)
Un caro saluto.

venerdì 19 dicembre 2008

Tiro

Di Tiro vi avevo già raccontato in un post precedente, ma il mio interesse per questa città nasce da molto lontano.
Quando in terza elementare ho iniziato a studiare storia, ricordo di essere rimasto affascinato dalle vicende dei Fenici. Come tutti sanno, questo popolo di navigatori e commercianti ha toccato tutte le coste del Mediterraneo spingendosi ben oltre le colonne d'Ercole. A bordo di agili e veloci imbarcazioni, i Fenici partivano dai porti di Tiro e Sidone affrontando il mare con pochi strumenti e tanto coraggio.
Tiro, la citta' sacra al dio Melkart doveva la sua ricchezza alle molte colonie, al commercio dei tessili purpurei e alle costruzioni navali. Fu costruita inizialmante sulla terraferma ed in seguito su una prospicente isola sotto il regno del re Hiram; infatti costui decise di ingrandire ed abbellire la citta' ma cio' attiro' la brama dei conquistatori tra cui il re babilonese Nabucondonosor ed Alessandro il Grande.
L'espansione di Tiro comincio' nell'814 a.C. con la fondazione di Cartagine in Africa settentrionale da parte di alcuni commercianti che, in seguito, fondarono molte altre colonie sparse sulle coste del Mediterraneo e dell'Atlantico
Nel 333 a.C. Alessandro il Grande decise di conquistare questa citta' strategica. Inizialmente gli abitanti della citta' accolsero Alessandro nella regione come governatore impedendogli tuttavia di entrare nella loro citta' sacra. Il condottiero allora assedià Tiro per sette mesi; ordinò la costruzione di un molo per raggiungere le mura della parte insulare alla quale diede l'assalto incendiandola, uccidendo 6.000 dei suoi abitanti e disperdendo gli altri.
Tiro, comunque, continuò, sotto i successori di Alessandro, a battere la propria moneta d'argento e recuperò la sua posizione culturale e commerciale.
Nella mia mente di bambino mi vedevo a bordo delle navi fenicie alla scoperta dell'ignoto; mai avrei pensato di visitare, con la stessa meraviglia, quei porti a distanza di quasi quarant'anni da quel primo approccio con la storia.
Tiro è a un'ora di auto da Beirut ed è una città caotica e disordinata tuttavia il lungomare (soprattutto quello che guarda a sud), i parchi archeologici ed il suo souk meritano di essere visitati.
Il lungomare dicevo... qui è possibile parcheggiare la macchina nei pressi di una grande moschea e con una passeggiata di 5 minuti,
raggiungere il sito archeologico di al-Minà; il biglietto di ingresso costa 2.50 euro e il primo colpo d’occhio è estremamente suggestivo con resti di epoca romana e bizantina che digradano verso il mare fino all’antichissimo porto egizio.
Situato nella parte anticamente insulare della città, il sito presenta subito una scenografica strada colonnata
che termina al già citato porto egiziano a sud;
sulla destra è possibile notare una singolare arena rettangolare mentre sulla sinistra insistono i ruderi di un ampio complesso termale romano.
Queste terme coprono una lunghezza di 70 metri per 39 di larghezza ed erano il luogo d'incontro preferito dagli atleti. Erano costituite da larghe sale decorate ed attrezzate di piscine, acqua calda e fredda e saune. Oggi rimangono solo i resti delle grandi vasche che servivano a raccogliere l'acqua richiesta per azionare questo impressionante sistema.
Sull'ultima colonna di destra della strada principale (la prima di sinistra per chi viene dal mare), c'è incisa una croce grezza; un locale venditore di patacche archeologiche mi dice che è stata tracciata dai primi Crociati sbarcati a Tiro.
La visita del sito, a seconda dell’interesse può richiedere fino a due ore.
Nell’area archeologica, nei pressi di un imponente albero secolare,
c’è una postazione delle Forze Armate Libanesi (forse alloggi) non immediatamente riconoscibile se non per una garitta (non presidiata) con le insegne del Libano; è consigliabile non avvicinarsi. 
Al termine della visita è piacevole una rilassante passeggiata sul lungomare
ed una visita ad uno dei locali ivi presenti che offrono piatti libanesi con un ottimo rapporto qualità/prezzo. Mi sento di consigliarvi il Salinas il cui simpatico proprietario si fa in quattro per servire il meglio della cucina libanese.
Terminato il pranzo è d'obbligo una visita all'altro sito archeologico che si trova sulla terraferma e comunemente chiamato "ippodromo". Si tratta dell'area di al-Bass dove è possibile ammirare un'ampia necropoli risalente alle epoche romane e bizantine tra i secoli II e VI d. C.
un arco trionfale (II sec.) costruito dagli antichi abitanti di Tiro in onore del loro imperatore Settimio Severo
e l'immenso ippodromo romano costruito nel II sec. a. C. il più grande e meglio conservato al mondo con i suoi 480 metri di lunghezza ed i suoi 160 metri di larghezza. Poteva accogliere fino a 30.000 spettatori che si radunavano per assistere alla corsa dei carri.
Tra l'altro in questo ippodromo, dopo quattro anni, è ripreso un gran bel festival estivo (segno evidente che in queste terre sta tornando lentamente la normalità grazie anche agli Italiani della missione ONU di UNIFIL). Una dei numerosi ospiti di questa manifestazione è stata la beniamina nazionale Soumaya Baalbaky, cantante libanese di grande successo nel mondo arabo che si affaccia sul Mediterraneo.
Termina qui la nostra visita ad una città ricca di storia e di contrasti con un mare bellissimo e gente cordiale ed ospitale.

giovedì 11 dicembre 2008

In giro per Beirut

Oggi avevo da sbrigare alcune pratiche a Beirut presso la nostra Ambasciata, per cui parto di buon mattino per farmi gli oltre 100 km di strada per raggiungerla. Arrivato in congruo anticipo rispetto all'appuntamento, mi concedo un giro nel caotico traffico della capitale. Il tempo è tornato splendido, non ho fretta e quindi mi immergo con il giusto spirito nel casino variopinto e strombazzante del centro. E' sorprendente vedere la totale mancanza di regole nella guida ma nel contempo anche la tranquillità con cui la gente sopporta cose che in Italia avrebbero altre conseguenze. L'aspetto singolare è che non ho visto un solo incidente tant'è che sono arrivato alla conclusione che il traffico scorre solo perchè nessuno rispetta le regole... se qualcuno si trovasse a Beirut pensando di guidare all'europea credo avrebbe una montagna di problemi. Ah... dimenticavo... l'esperienza di guida fatta a Bari (eh eh) mi ha aiutato molto a uscire indenne dall'allegro carosello di macchine.
E adesso vengo all'aspetto comico: in pieno centro, ero fermo ad un incrocio regolato (si fa per dire) da un vigile, la mia macchina ha una bandiera italiana in bella vista stampata sulla fiancata e il suddetto vigile ha bloccato il traffico in tutti i sensi e si è avvicinato a me con un sorriso sardonico. "Cosa avrò fatto mai?" ho pensato e lui mi chiede se avevo in macchina un CD di Bocelli da regalargli!!! Capite? Ha bloccato il traffico per un CD... poche ore dopo mia moglie, invece, avrebbe beccato una multa per divieto di sosta a Trieste... scherzi del destino.
Il Libano.... un paese meraviglioso!!