Un piccolo diario che ha come filo conduttore il mio amore per la montagna e per i viaggi in genere... ma anche pensieri e riflessioni su quello che mi circonda perché il vero esploratore è colui che non ha paura di spogliarsi delle ipocrisie e aprirsi all'ignoto.

domenica 25 gennaio 2009

Censura e giornalisti

Strano paese il Libano. E' più facile fare amicizia con Italiani qui che da noi in Patria. Nel mio girovagare per le dissestate strade del sud del paese dei cedri non è difficile incontrare Italiani impegnati nella ricostruzione del paese e allora scatta il sorriso, il saluto, la battuta, lo scambio di indirizzi e la promessa di rivedersi da qualche parte davanti ad un the per due chiacchiere e per ricordare il nostro Paese. 
Ma è altrettanto facile conoscere gente in maniera strana, magari con una mail arrivata, chissà come, nella casella del mio ufficio. E' così che ho conosciuto Valeria Brigida, giornalista italiana di stanza a Beirut e corrispondente de "Il Riformista". In poco tempo è diventata consuetudine scambiarci qualche battuta, tramite internet, sui rispettivi lavori e le impressioni maturate in questo affascinante paese. Proprio due giorni fa stavamo colloquiando di questo quando, dalla redazione del suo giornale, è arrivata la notizia che ogni giovane giornalista sogna: il pezzo in prima pagina! Per la prima volta! Beh, in qualche modo, è stato emozionante condividere in diretta questa gioia con Valeria e, anche attraverso il pc, era palpabile la sua soddisfazione. 
Valeria mi ha autorizzato a pubblicare il suo articolo su questo blog e lo faccio volentieri oltretutto perché tratta di un argomento che mi sta particolarmente a cuore: la censura.
L'attesa era grande. I più e i meno giovani già assaporavano il momento in cui avrebbero preso posto in sala. Le luci si sarebbero spente e avrebbero potuto assistere al racconto, sul grande schermo, di uno dei massacri più efferati della storia dell'umanità: quello di Sabra e Chatila, consumatosi proprio in questa Terra tra il 16 e il 18 settembre del 1982. E, invece, no. Perché Ari Folman, regista di Valzer con Bashir, vincitore del Golden Globe come miglior film straniero e candidato all'Oscar, è israeliano. E israeliano è questo suo documentario d'animazione. 
Una legge statale libanese, infatti, bandisce l'importazione e la distribuzione di prodotti israeliani. In questo modo, mentre tutto il mondo s'incanta e si sconvolge di fronte alla drammatica danza del soldato Frenkel, che imbracciando un mitra spara e si contorce al ritmo delle pallottole dei cecchini, ai libanesi è vietato il racconto della loro storia, narrato dall'avversario di oggi come allora. 
Sebbene l'opera cinematografica sia un'aperta denuncia contro le azioni israeliane, in queste ore sta circolando clandestinamente nel Paese. L'odierna facilità di spostamenti, dall'Occidente al Medio Oriente, sta permettendo la visione del Valzer con Bashir attraverso l'importazione di riproduzioni pirata. E quando viaggiare è troppo dispendioso, internet fa la sua parte: in molti stanno scaricando illegalmente il film dalla rete. Salotti culturali improvvisati si trasformano in tribune sociali. 
È così che pochi giorni fa Umam, associazione libanese, ha organizzato una proiezione privata nei sobborghi della periferia a sud di Beirut. Avrebbe dovuto trattarsi di un'iniziativa ristretta a pochi intimi. In tutto erano state invitate poco più di dieci persone. E, invece, se ne sono presentate più di novanta. Monika Borgmann, fondatrice di Umam, che dal 2004 lavora per la conservazione della memoria storica del Libano, ritiene che sia "un peccato che un film critico nei confronti d'Israele non sia autorizzato in Libano, specialmente perché ripercorre un periodo storico cruciale per i libanesi, i palestinesi e gli israeliani". Perché "ogni Paese si trova a dover fare i conti con il suo passato violento e prima lo fa, meglio è". Anche se i carnefici sono i falangisti cristiani, le vittime i palestinesi e gli spettatori silenziosi gli israeliani. Per questo motivo Monika Borgmann pensa che "questo sia un film che debba esser mostrato". E con un po' di soddisfazione e molta incredulità racconta di come a partire dal giorno successivo alla proiezione il suo telefono non abbia smesso un attimo di squillare "per la semplice ragione che tutti vogliono avere una copia del film". "Come artista non posso accettare qualsiasi forma di censura" ci spiega indignato Michel Kammoun, 40 anni, regista libanese del film Falafel. "Un film puoi odiarlo o amarlo. Un film – continua Kammoun – può lasciarti indifferente. Ma devi avere l'opportunità di giudicare con la tua testa". Il sentimento che si respira negli ambienti intellettuali libanesi è di assistere al "furto" di una delle tante letture di un passato che appartiene a questi luoghi. Secondo l'artista, che all'epoca di Sabra e Chatila era solo un adolescente, "la censura è ridicola". Soprattutto perché "oggi con internet e l'avanzamento tecnologico tutti, se vogliono, possono accedere a informazioni e opere artistiche, anche clandestinamente". Kammoun non è ancora riuscito a vedere il film, ma confessa di farlo non appena gli sarà possibile. 
Si dice "incuriosito", invece, Roger Assaf , regista e attore teatrale che lo scorso autunno ha ricevuto il Leone d'oro di Venezia. Roger Assaf ha 67 anni e ricorda bene il sanguinoso periodo della guerra civile, perché lo ha vissuto sulla sua pelle e perché con la sua arte, attraverso il dialogo e l'ascolto, ha da sempre tentato di colmare le distanze tra le opposte fazioni politico-religiose del Libano. Anche, e soprattutto, negli anni più bui. Lo intervistiamo non appena atterrato all'aeroporto internazionale di Beirut, di rientro da uno dei suoi viaggi. È meravigliato. Non sa nulla di questa censura. E accoglie la notizia con un'esclamazione genuina: "Tutto ciò è stupido!". È quasi divertito e ironicamente ci dice: "Purtroppo la legge non fa differenza, anche se l'opera in questione è israeliana, ma condanna l'atteggiamento israeliano". Poi ci spiega: "È, invece, sempre positivo osservare, parlare e provocare il dibattito". Roger Assaf nutre profonda stima per l'Umam. Si dice "dispiaciuto" per non aver potuto partecipare all'iniziativa che comunque approva. Quindi ci confessa che chiamerà subito a raccolta tutti i suoi colleghi libanesi per capire come reagire. 
Anche le alte sfere istituzionali non hanno mantenuto il silenzio. Il ministro per l'Informazione libanese, Tarek Mitri, ribadisce: "Secondo l'attuale legge è illegale importare film israeliani". Ma poi annuncia, come ha fatto più volte in passato, la necessità di abolire una normativa "assurda". "Perché oggi i film si possono scaricare da internet o vedere su youtube". L'ultimo caso di censura in Libano risale a un anno fa. Nel mirino, allora, c'era Persepolis, capolavoro d'animazione cinematografica della fumettista iraniana Marjane Satrapi e fortemente critico verso l'Iran. Le proteste furono numerose e la Commissione per la Censura dovette cedere. E in questi giorni, qui a Beirut, sembra di rivivere, in modo più attenuato, proprio le atmosfere raccontate in Leggere Lolita a Teheran. Quando clandestinamente si organizzavano ristretti salotti culturali per condividere e discutere l'arte "decadente" del "nemico" americano.
Ogni ulteriore commento sarebbe superfluo... le idee devono girare. 
Brava Valeria... continua così!

1 commento:

Sax ha detto...

Semplicemente sconvolgente! Un caro saluto