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Lettori fissi

Un piccolo diario che ha come filo conduttore il mio amore per la montagna e per i viaggi in genere... ma anche pensieri e riflessioni su quello che mi circonda perché il vero esploratore è colui che non ha paura di spogliarsi delle ipocrisie e aprirsi all'ignoto.

mercoledì 24 febbraio 2021

La strada Napoleonica di Trieste

In un tiepido pomeriggio di febbraio, Elena ed io decidiamo di fare una delle classiche passeggiate tanto amate dai Triestini per il meraviglioso panorama che si gode sul Golfo di Trieste.
Con l'auto saliamo sull'altopiano carsico e raggiungiamo l'abitato di Opicina per poi dirigerci verso il vicino Obelisco dove c'è un piccolo parcheggio.
Il nome ufficiale della passeggiata che porta dall'Obelisco di Villa Opicina alla falesia di Prosecco è "Strada Vicentina" (a ricordo dell'ingegner Vicentini che ne curò il progetto agli inizi dell'800), ma il nome comunemente usato per indicarla è quello di "Napoleonica" (frutto della fantasia popolare secondo la quale il sentiero venne realizzato dalle truppe francesi all'epoca dell'occupazione transalpina per facilitare i collegamenti militari). 
Il tracciato attuale, è stato completato dal Governo Militare Alleato negli anni '50 e rimodernato con   lavori di ripristino e di segnaletica del Comune di Trieste. 
La Napoleonica offre facilità di accesso e di percorso e un microclima particolarmente mite, dovuto alla protezione delle rocce dal vento freddo di Bora, anche in questa stagione.
La  passeggiata ha quindi inizio all'Obelisco di Opicina, eretto nel 1830 in onore dell'imperatore Francesco I per ricordare la realizzazione della nuova strada tra Trieste e Vienna. 
Siamo a 343 metri sul livello del mare, a pochi passi dalle rotaie dello storico tram di Opicina. Iniziamo a camminare su un fondo comodo e compatto. Subito, sulla sinistra ci accoglie un panorama mozzafiato,
mentre a destra notiamo i pini del Bosco Bertoloni facente parte di un imponente opera di rimboschimento del Carso effettuata a partire dalla metà dell'800 per contrastare la desertificazione del territorio dovuto ai tagli effettuati dalla Serenissima per la costruzione della sua flotta. In circa 30 anni furono realizzati una ventina di boschi (soprattutto pini neri), ricorrendo a manodopera reperita perlopiù sull'altopiano. Ogni bosco fu dedicato a un personaggio illustre dell'epoca. Poco oltre ancora un bosco, questa volta intitolato a Giuseppe Burgstaller-Bidischini (1840-1914), deputato al Consiglio Imperiale d'Austria e presidente della Commissione d'Imboschimento che ci farà compagnia per il resto della passeggiata.
In breve giungiamo al primo belvedere e, approfittando delle piante spoglie, sotto di noi intravediamo le strutture della SISSA (Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati), e tutta l'area del Porto Vecchio di Trieste.
La passeggiata prosegue fiancheggiando alcune recinzioni di abitazioni private.
Il panorama verso il mare è nascosto in buona parte da carpini e roverelle che, tuttavia, ci lasciano intravedere scorci del golfo con il sole invernale che si prepara al tramonto.
Superato un belvedere e il collegamento col soprastante sentiero Cobolli (che riporta all'Obelisco per altro itinerario) il panorama si apre anche sulle lagune di Grado e Marano, mentre sotto di noi riconosciamo il Faro della Vittoria e la riviera di Barcola.
Sopra di noi occhieggia la sagoma inconfondibile del Santuario Mariano di Monte Grisa.
La passeggiata continua protetta da un parapetto metallico
e il panorama non finisce di stupire; di fronte a noi le placide acque del golfo con numerose navi alla fonda in attesa di accedere al porto della città giuliana. 
Il sentiero prosegue in leggera discesa; da un belvedere ci affacciamo per ammirare, dietro di noi, Trieste vestita dei colori dell'inverno.
Il fondo del sentiero in ghiaino ora lascia spazio all'asfalto allargandosi; siamo alla quota minima del percorso a 245 metri. 
Da qui, dietro di noi,  si diparte una traccia di sentiero quasi dimenticato; si tratta della "Strada Stefania", realizzata nel 1886 e che permette di arrivare fino all'Obelisco da cui siamo partiti e dedicata all'arciduchessa Stefania d'Austria.
L'affaccio verso il mare è spettacolare!
Davanti a noi possiamo scorgere l'elegante sagoma candida del castello di Miramare.
Proseguiamo in uno scenario di rocce a picco sul mare.
Poco più avanti passiamo sotto le rocce utilizzate come palestra dagli amanti dell'arrampicata; più di cento vie di arrampicata con vari gradi di difficoltà. 
Sulla rupe della falesia possiamo osservare uno stemma scolpito nella pietra e consumato dalle intemperie e dalle vicende umane che ricorda il duro lavoro di scavo nella roccia fatto nel 1821 dall'ingegner Vicentini: Rupibus MDCC-CXXI expugnatis Jacob Vicentinus Odotecnicus. Lo stemma mostra l'aquila bicipite asburgica, decapitata dopo la Prima Guerra Mondiale.
La strada asfaltata prosegue fino a Borgo San Nazario, l'abitato nei pressi di Prosecco costruito nel secondo dopoguerra per accogliere le famiglie degli esuli istriani dopo le vicende dell'esodo.
Noi, però ci fermiamo qui e invertiamo la "marcia".
La passeggiata ha avuto una durata di circa un'ora dove abbiamo percorso, in tutta tranquillità, 4 chilometri; naturalmente occorre raddoppiare tempo e lunghezza in quanto il ritorno, che ci prepariamo a compiere, avviene sullo stesso itinerario.
Ovviamente adesso abbiamo di fronte Trieste fino a che la vegetazione ci consente la bellissima vista.
Un caro saluto.

mercoledì 27 gennaio 2021

La Risiera di San Sabba

Forse non tutti sanno che a Trieste c'è quello che è considerato l'unico campo di deportazione dell'Europa meridionale. 
Nel giorno della memoria, accompagnatemi in questa doverosa visita ad un luogo che trasuda dolore e sgomento in ogni pietra.
Sorto nel 1898 come stabilimento di pilatura del riso (da cui il nome) nel rione di San Sabba, venne trasformato, quarantacinque anni dopo, in campo di prigionia provvisorio (Stalag 339) per i militari italiani catturati dopo l'8 settembre 1943 dai nazisti. I detenuti venivano successivamente inviati ai campi di concentramento di Polonia e Germania.
Il campo venne posto sotto la direzione di Odilo Globocnik, tra i fondatori delle SS e a capo dell'organizzazione per la gestione dei lager polacchi. Il gerarca nazista fu inviato nel capoluogo giuliano per mettere in pratica le politiche antipartigiane e antirazziali del Terzo Reich.
A fine ottobre la Risiera fu riorganizzata in Polizeihaftlager ossia in un campo di detenzione, tortura ed eliminazione di partigiani, oppositori politici ed Ebrei nonché al deposito dei beni razziati.
Il 4 aprile 1944 entrò in funzione per la prima volta il forno crematorio, costruito nei giorni precedenti; furono così fatti scomparire i cadaveri di settanta persone fucilate il giorno prima sul Carso, nel poligono di tiro di Villa Opicina.
Un anno dopo, il 30 aprile 1945, forno e ciminiera furono fatti saltare in aria dai Tedeschi, che, prima di fuggire, decisero di cancellare una parte delle prove dei loro crimini. La presenza del forno fu poi documentata grazie alle testimonianze dei sopravvissuti.
Questa, in breve, la tragica storia del campo.
Nel 1966 fu indetto un concorso per la ristrutturazione della Risiera, al fine di trasformarla in Museo Nazionale che si trova in Via Giovanni Palatucci, 5 ed è aperta tutti i giorni dalle 09,00 alle 19,00.
Entriamo con deferente rispetto. Percorriamo un angusto e grigio corridoio di accesso che contribuisce a rendere cupo l'ambiente.
Wikipedia
Sul fondo, nel sottopasso, a sinistra si apre la "cella della morte". Qui venivano condotti i prigionieri destinati alla soppressione e quindi a una breve permanenza nel campo. Secondo alcune testimonianze, nelle stesse celle lo spazio, a volte, era condiviso da prigionieri condannati a morte e cadaveri destinati alla cremazione.
Proseguendo, sempre sulla sinistra, si entra in un grande edificio in mattoni rossi a tre piani che ospitava, nei livelli superiori, gli alloggi per gli ufficiali e la truppa delle SS; al piano terra invece possiamo vedere diciassette cellette dove erano stipate fino a otto persone in attesa dell'esecuzione.
In queste celle piccolissime venivano ristretti fino a sei prigionieri ed erano destinate a Partigiani, politici ed Ebrei in attesa dell'esecuzione a distanza di giorni o settimane. Le prime due cellette erano utilizzate per le torture  e per la raccolta dei beni sequestrati ai prigionieri. Le porte e i muri di questi ambienti erano ricoperti di commoventi graffiti e scritte; quando il sito fu occupato dagli Alleati e trasformato in campo di raccolta profughi, tali testimonianze scomparvero per incuria. Fortunatamente lo storico Diego de Henriquez raccolse nei suoi diari un'accurata trascrizione di quanto era allora qui inciso. Possiamo leggerne qualche pagina lungo il percorso.
Proseguendo, troviamo l'edificio a quattro piani in cui, all'interno di stanzoni erano detenute le persone di qualunque età (Ebrei, prigionieri militari e civili) destinate al altri campi di concentramento. Da qui finivano a Dachau, Mauthausen e Auschwitz da cui ben pochi fecero ritorno.
Nel cortile interno, di fronte alle celle, notiamo sul pavimento una enorme piastra metallica che segue fedelmente il perimetro dell'edificio più terribile della risiera: il forno crematorio destinato all'eliminazione  fisica dei condannati a morte. 
Se alziamo lo sguardo sul fabbricato centrale possiamo osservare l'impronta del camino che scaricava nell'atmosfera il fumi di combustione. 
E' devastante questa immagine; in questo luogo furono perpetrati atroci crimini contro l'umanità. Secondo le stime almeno tremila uomini, donne e bambini persero qui la vita e nulla rimase dei loro corpi.
Il corpo centrale di sei piani, un tempo utilizzato come caserma, è oggi sede del Museo che ospita una mostra documentale legata alla storia della Risiera: sono esposti documenti, fotografie, divise ed effetti personali dei deportati triestini, mentre, nella Sala delle Croci, si trovano oggetti personali sottratti agli Ebrei di Trieste dal nazisti, restituiti alla Comunità Ebraica locale soltanto nel 2000, dopo il ritrovamento in Carinzia.
L'edificio destinato alle funzioni religiose, senza differenza di credo, era originariamente destinato a autorimessa per gli automezzi delle SS. Qui erano presenti anche i famigerati furgoni neri con lo scarico collegato al vano di carico per la gassazione dei condannati.
Esco dalla Risiera con grande sollievo; non è affatto una visita semplice perché non è un museo o un monumento come gli altri.
La Risiera è oggi Museo Nazionale e Monumento Nazionale, a ricordare come la tragedia dell'Olocausto investì nella maniera più feroce e diretta anche l'Italia e, nella fattispecie, Trieste.
Ma Trieste e questo lembo bellissimo d'Italia non furono colpiti solo da questa ideologia malata. Il territorio del città giuliana ospita, purtroppo, un altro monumento che testimonia le barbarie commesse durante da Seconda Guerra Mondiale da contendenti diametralmente opposti a quanto ho appena testimoniata: la Foiba di Basovizza che sarà argomento di un mio prossimo post. 
Un caro saluto

mercoledì 9 dicembre 2020

I ćevapčići

Uno dei piatti più popolari nel Carso ha origini slavo-balcaniche: i celebri ćevapčići. Diffusi, oltre che nelle provincie di Trieste e Gorizia, in quella di Udine, in Slovenia, Croazia e nelle zone dell'Austria confinanti con la ex Jugoslavia.
Si tratta di piccole salsicce di carni miste (maiale, manzo e agnello a seconda della zona di provenienza) molto speziate e leggermente piccanti, dal colore rossastro per la presenza della paprika. I cevapcici sono i protagonisti nelle locande carsoline e vengono generalmente cotti su piastra o griglia o anche in padella e accompagnati da cipolla bianca fresca cruda e salsa Ajvar, una salsa (dolce, piccante o molto piccante) a base di peperoni, melanzane e peperoncini.
Pare che i ćevapčići vennero preparati per la prima volta a Belgrado nella seconda metà del XIX Sec.nella trattoria "Da Tanasko Rajić" nei pressi dell'attuale Piazza degli Studenti, all'epoca sede del Grande Mercato.
Oltre che nelle trattorie e ristoranti è possibile trovare queste gustose preparazioni nelle macellerie e nei supermercati locali.
Ogni volta che torno i questi luoghi mi concedo un bel piatto di questi saporitissimi ćevapčići!
Un caro saluto.

martedì 17 novembre 2020

L'Abbazia di Rosazzo

In una soleggiata mattina di maggio, libero da impegni e in completa solitudine, decido di andare a visitare l'abbazia di Rosazzo.
Per arrivarci, provenendo dalle direttrici Trieste o Udine, occorre passare da Manzano, capoluogo del distretto industriale della sedia. Giunti alla rotonda con l'enorme monumento alla sedia (purtroppo demolita nel 2016), 
prendo la prima uscita a destra e procedo fino al ponte sul Natisone dopo il quale svolto a sinistra sulla Provinciale 49 fino al bivio per Rosazzo; da qui seguendo le indicazioni arrivo alla mia meta.
Ubicata sulla sommità di un colle che sovrasta la zona circostante, l'Abbazia di Rosazzo è uno dei principali monasteri incastellati del Friuli che un tempo controllava l'importante via di comunicazione tra Cividale e Gorizia. 
Dall'immagine aerea che segue (tratta da ilpais.it) si può apprezzare la posizione strategica sulla quale è stato edificato il complesso.
Le sue origini si perdono nel lontano passato; secondo una ipotesi fu fondata dal Patriarca Enrico nel 1084 mentre altri documenti fanno risalire la fondazione del complesso monastico all'epoca del Patriarca Sigeardo (1068-1077).
La chiesa dedicata a S. Pietro fu edificata nel 1070, mentre nel 1090 il monastero divenne abbazia e l'anno successivo i primi monaci della Carinzia, provenienti da Millstadt, vi introdussero la regola di S.Benedetto; i religiosi provvedevano anche all'annesso ospedale di Sant'Eligio che accoglieva indigenti e lebbrosi.
Durante il medioevo l'abbazia aumentò la sua importanza sia per le funzioni di guida spirituale che per quelle legate all'attività economica e solo più tardi, con gli scontri tra Aquileia e Cividale e tra la Serenissima e gli Imperiali, venne trasformata in struttura difensiva con una sua cinta muraria, torri di guardia e proprie truppe.
Luogo incantevole, strategico, adatto alla meditazione e meta di pellegrinaggio, fornì al suo abate una notevole autorità sul Parlamento della Patria del Friuli.
Durante la guerra del 1361 contro i Duchi d'Austria Rodolfo e Federico, l'Abate Raimondo difese vittoriosamente il complesso abbaziale.
In quel periodo buio subì comunque distruzioni nel 1386 e nel 1389 e fu occupata dai Veneziani nel 1420. Dopo 300 anni, i benedettini lasciarono l'abbazia che dal 1423 fu retta da abati commendatari;  a partire dal 1522 i Domenicani vi si insediarono per quasi due secoli e mezzo.
La nomina dell'abate fu sempre un titolo ambito, al punto che negli anni 1413 e 1418 venne conteso da tre ecclesiastici contemporaneamente, mentre nel 1422 il patriarca Lodovico di Teck si impadronì del luogo alla testa di circa quattromila Ungari.
Nel 1440 il comune di Cividale, interessato alla struttura fortificata, riuscì a imporre all'abbazia un suo capitano, con compiti di difesa.
Durante la guerra della Lega dei Cambrai, nel 1509 il monastero fu posto sotto assedio dagli Imperiali guidati dal Duca di Brunswick in lotta contro la Repubblica di Venezia e in questa circostanza subì gravi distruzioni. 
Solo nel 1533, grazie all'Abate Giovanni Matteo Giberti e all'architetto Venceslao Boiani, iniziò la rinascita dell'intero complesso così come è possibile ammirarlo ancora oggi.
Nel 1751 una bolla papale, sopprimendo il Patriarcato di Aquileia, costrinse i Padri Domenicani ad abbandonare l'abbazia. Da allora, il complesso religioso è possedimento dell'Arcivescovo di Udine, che qui stabilì, nel 1823, la sua residenza estiva.
Dell'antica opera castellana, oggi rimangono solo le mura fortificate di nord-ovest con la torre trecentesca e tratti della cinta muraria. 
Di particolare interesse sono l'antico chiostro del '500, 
la chiesa di S. Pietro dell'architetto cividalese Venceslao Boiardi
con i suoi splendidi soffitti con travi a vista.
Nell'ex-refettorio ci accoglie una Crocifissione del veronese Battista dell'Angelo.
I giardini sono un tripudio di antiche specie di Rose;
a tal fine occorre ricordare che il nome Rosazzo deriva dalla presenza di roseti selvatici talmente fitti e belli che già nel lontano 1161 la località fu chiamata Monasterium Rosarum.
All'interno della struttura la Sala della vite e dell'uva, situata al piano terra del complesso e affacciata direttamente sul chiostro, risulta piuttosto suggestiva anche grazie agli affreschi seicenteschi, al pavimento in terrazzo veneziano e alle travi a vista. Sul lato meridionale si apre un poggiolo
che nelle giornate serene regala una vista mozzafiato sugli abitati di Cormons, Manzano e più oltre fino al mare.
L'Abbazia di Rosazzo è stata produttrice di ottimi vini fin dai tempi più remoti e anche grazie ad essi ha potuto accrescere la sua fama. Ad esempio, nella lista delle vivande per il  pranzo che il Comune di Cividale organizzò il 6 giugno 1409 in onore di Papa Gregorio II, risulta la Ribolla dell'Abbazia.
Nel 1980, Walter Filipputti ottenne in concessione dall'Arcidiocesi di Udine i vigneti da tempo abbandonati  che, restaurati e valorizzati con le varietà autoctone come il Pignolo, il Picolit e la Ribolla Gialla, daranno vita all'azienda agricola I Vinai dell'Abate. Tali vigneti fanno parte dell'area d.o.c. dei Colli Orientali del Friuli. 
L'azienda possiede due cantine: quella della vinificazione, che da sul cortile della chiesa e quella dell'invecchiamento, originale cantina dell'abbazia, usata per secoli dai monaci (la più antica della regione).
Dopo aver acquistato qualche buona bottiglia, e dato ancora un'occhiata alle profumate rose,
torno all'auto per dirigermi verso uno dei tanti eccellenti ristoranti della zona.
Un caro saluto.

sabato 10 ottobre 2020

Castel Drena

Poco a nord di Riva del Garda, superata anche la città di Arco e l'abitato di Dro, sorge un suggestivo castello medievale che prende il nome dal comune sul cui territorio insiste: Castel Drena. 
Alto sulla profonda gola del Rio Salagòni, era posto a vedetta della strada che collegava la piana del Sarca con la Valle di Cavedine e in collegamento (tramite segnalazioni ottiche) con il Castello di Arco a sud e con quello vicino di Madruzzo a nord.
Cominciando a salire, in compagnia di mia figlia, sulla strada che porta da Dro a Drena, si staglia contro il cielo una compatta muraglia dalla quale svetta agile e isolata la torre del mastio.
Dal parcheggio che fiancheggia la strada provinciale 84 abbiamo, invece, una visuale dei danni subiti dal maniero durante la guerra di successione spagnola di cui scriverò in seguito.
Saliamo al castello percorrendo una suggestiva strada selciata fino alla torre di guardia  terza porta del XVI Sec. oltre la quale si accede alla struttura difensiva attraversando la cinta muraria ghibellina.
Il castello, a cui vengono erroneamente attribuite origini romane (Arx Dianae, Arx Dedria), è menzionato per la prima volta nel 1175 in occasione della sua vendita ai Signori di Arco da parte dei Signori di Sejano.
Posto su un originario castelliere comunitario dell'età del bronzo, è precursore dellla successiva diffusione del fenomeno castellano con funzioni di difesa e amministrazione della giustizia.
Tra rocce affioranti dal suolo, accediamo alla corte d'arme seconda porta.
A sinistra tracce della torre angolare prima porta (XV Sec.) mentre poco oltre le scuderie e i magazzini del XVI Sec. Suggestivi i resti del quattrocentesco Palazzo Comitale.
Ancora possiamo vedere i resti della cisterna con una volta a botte in pietra e una casa murata del XII-XIII Sec.
Le tracce di una piccola chiesa dedicata a San Martino (culto seguito all'espansione dei franchi) documentano un'attiva frequentazione già in epoca carolingia (IX-X sec.). Un'area cimiteriale cingeva all'esterno questa prima costruzione in muratura sorta sulla collina; poi l'impianto venne modificato con la feudalizzazione della zona.
Al centro l'imponente mastio (25 m.) in pietra bugnata risalente al XII Sec.
Caratteristica la sua fattura: pochissime le aperture, costituite principalmente da feritoie e da strette porte alte dal suolo, probabili collegamenti con edifici adiacenti. Quattro finestre ne segnano la sommità fatta di massicci merli ghibellini anch'essi, raggiungibili attraverso scale e cunicoli. Nello spessore del muro (1,5 m.) trovano posto alcune sedute che ne fanno presupporre un suo utilizzo quale abitazione in caso di assedio. Saliamo sulla cima del mastio attraverso scale prima di legno
e poi in pietra (attenzione alla testa nell'ultimo tratto); 
alla sommità, attraverso i merli ghibellini
si gode uno splendido panorama sulla vallata del Basso Sarca, dove le colture e il clima alpino ben si fondono in quelle più tipicamente mediterranee mentre a nord lo sguardo spazia sulla Valle di Cavedine.
Visibile, inoltre, la strada che abbiamo percorso per giungere al fortilizio
che sale attraversando il suggestivo deserto delle Marocche, risultato di un fenomeno glaciale che ha portato alla formazione di una distesa di macigni calcarei di oltre 187 milioni di metri cubi di volume. 
Dalla parte opposta il pacifico paese di Drena.
Anche in questo castello le truppe del Generale Vendòme saccheggiarono ed incendiarono la ricca parte residenziale quattrocentesca (1703). Da allora fu abbandonato fino al suo acquisto, assieme alla collina, da parte del comune di Drena, nel 1983.
Recenti lavori di restauro, promossi dalla Provincia Autonoma di Trento, hanno ridato luce, storia ed emozioni all'antico maniero.
Purtroppo nel giugno del 2018, venti metri del muro di cinta sono crollati senza provocare danni alle persone.
Attualmente è sede di un museo archeologico. Una suggestiva lizza, che ne fiancheggia un lato, si offre quale ambito palcoscenico per rappresentazioni e momenti culturali.
Il castello è visitabile da marzo a ottobre, dal martedì alla domenica dalle 10 alle 18; negli altri mesi è aperto solo sabato e domenica dalle 10 alle 17 al costo di 4 Euro (ridotto 3 Euro). Il mese di gennaio rimane chiuso.
Un caro saluto!