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Lettori fissi

Un piccolo diario che ha come filo conduttore il mio amore per la montagna e per i viaggi in genere... ma anche pensieri e riflessioni su quello che mi circonda perché il vero esploratore è colui che non ha paura di spogliarsi delle ipocrisie e aprirsi all'ignoto.

giovedì 21 maggio 2020

La casa natale di Tiziano Vecellio

Pieve di Cadore diede i natali al grande pittore rinascimentale Tiziano Vecellio tra il 1488 e il 1490 (la data non è certa).
Nella capoluogo cadorino ancora esiste la residenza familiare dell'artista ed è probabilmente l'attrazione turistica e culturale più visitata dai turisti.
Miracolosamente scampata alle devastazioni degli invasori tedeschi durante le guerre cambraiche, la costruzione è un tipico esempio di dimora cadorina del XV sec.
La famiglia del Tiziano godeva di un certo benessere giacché tra i suoi componenti annoverava personalità di spicco della società locale (notai, commercianti di legname, amministratori locali).
Tra queste mura, Gregorio Vecellio e sua moglie Lucia, a cavallo tra Quattro e Cinquecento, diedero alla luce due maschi (Tiziano e Francesco) e tre femmine (Orsola, Caterina e Dorotea). Il fratello Francesco ebbe una vita molto interessante: militare sotto l'esercito della Serenissima prima e commerciante di legname poi, divenne anch'egli uno stimato pittore del rinascimento cadorino.
Tra le mura di questo edificio Tiziano mosse i suoi primi passi e molto presto, con il fratello, partì per Venezia per apprendere i segreti dell'arte della pittura. 
La vita e il fermento culturale e artistico della città lagunare affascinarono il giovane Tiziano che vi si stabilì in pianta stabile mentre Francesco rientrò in Cadore per abitare stabilmente la casa di famiglia. Tuttavia Tiziano ritornava saltuariamente in Cadore per curare i propri interessi.
Alla morte del fratello, il Pittore ereditò la casa che, con tutta probabilità rimase disabitata e frequentata saltuariamente dei figli Orazio e Pomponio e dal nipote Marco Vecellio quando, tra il 1566 e il 1568, affrescò il coro della Chiesa Arcidiaconale di Santa Maria di Pieve su cartoni realizzati dallo stesso Tiziano.
Alla scomparsa dell'artista, la casa venne ereditata dal figlio Pomponio che aveva abbracciato la carriera ecclesiastica; dopo poco l'edificio fu venduto a un certo Giovanni de Cesco cui seguirono altri cambi di proprietà. Nel XVIII Sec. fu costruito un avancorpo che snaturò l'aspetto originario dell'edificio.
Con Regio Decreto del 17 dicembre 1922, la casa di Tiziano fu dichiarata Monumento Nazionale e successivamente, nel 1926, acquistata dalla Magnifica Comunità del Cadore.
Nel 1928 si procedette al restauro con l'abbattimento dell'avancorpo; l'intervento riportò alla luce l'aspetto originario della costruzione con le antiche porte e finestre dalle dimensioni ridotte tipiche del tempo in cui fu costruita la casa. Il 7 agosto 1932 la residenza di Tiziano fu inaugurata e da allora accoglie studiosi, appassionati d'arte e turisti.
L'edificio, raro caso di dimora di un pittore rinascimentale giunta fino a noi praticamente integra, è stato realizzato in muratura su due piani coperto da un tetto a due falde rivestito con standole in larice. La planimetria è irregolare. Al piano terra, dopo il banco della biglietteria, il visitatore viene accolto da un grande ambiente con pavimento in legno a tronchetti esagonali ove fanno bella mostra documenti relativi alla residenza e al pittore; l'attenzione viene catturata soprattutto dalla riproduzione in scala 1:11 del monumento commemorativo a Tiziano che si trova nella chiesa dei Frari a Venezia.
Al piano superiore si accede per una ripida scala in legno esterna
che, tramite il ballatoio caratteristico delle case cadorine antiche,
da accesso ai vani dove il Pittore trascorse la sua infanzia e i soggiorni a Pieve quando lasciava Venezia per curare i suoi interessi. Probabilmente, nei lunghi inverni, trovava calore e conforto in cucina accanto al Foghèr, caratteristico focolare centrale sormontato da una grande cappa che riscaldava la cucina, cuore di tutte le attività domestiche durante la stagione fredda.
Confortevole risulta la stua, locale rivestito in legno con soffitto a cassettoni ove probabilmente Gregorio, padre di Tiziano, curava i suoi interessi. Completano il piano le due camere da letto.
Terminata la visita, possiamo arricchire il "tour tizianesco" recandoci presso la vicina Chiesa Arcidiaconale di Santa Maria Nascente ove è custodita l'unica opera di Tiziano presente in Cadore di cui ho avuto modo di scrivere in un precedente post. Infine, nell'attigua e omonima piazza possiamo ammirare la bella scultura dedicata a Tiziano che veglia su Pieve di Cadore.
Un caro saluto.

Fonti consultate: Magnifica Comunità del Cadore.

martedì 19 maggio 2020

La Valle dei Templi (Agrigento)

Sono un vero appassionato di archeologia e, quando posso,  non tralascio di visitare antiche testimonianze. Un posto magnifico e spettacolare, ricco di fascino e suggestioni è sicuramente la Valle dei Templi di Agrigento; sito UNESCO dal 2000 posto sulla costa meridionale della Sicilia.
Provenendo dalla strada costiera l'approccio visivo è notevole: alzando lo sguardo su un costone roccioso, si stagliano contro il cielo azzurro le sagome degli antichi templi greci. Poco oltre la Agrigento  medievale e moderna che si è sviluppata in maniera disordinata su un'altra altura vicina.
Questi territori sono stati abitati sin dalla preistoria. Le prime tracce della presenza greca risalgono al VII Sec. a.C. Attorno al 580 un gruppo di Greci provenienti da Rodi e Gela approdarono su queste coste e fondarono Akragas, una delle ultime colonie in terra siciliana. Di fronte alle coste africane, la posizione era strategica nel contrasto a Cartagine. Falaride fu il primo tiranno della colonia e tra il 570 e il 555 a.C. fece erigere la cinta muraria e pianificò il futuro sviluppo della città. Nel 480 a.C., con la vittoria dei Greci su Cartagine a Himera, Akragas si espanse addirittura fino al Tirreno sotto il tiranno Terone; questa fu l'età più florida per la colonia. Sulla collina meridionale furono edificati numerosi templi e la popolazione raggiunse le 200.000 unità. Il poeta greco Pindaro nel visitarla la descrisse come "Città più bella fra quante son albergo per gli uomini". Nel 406 a.C. le difese cedettero sotto l'attacco di Cartagine che governò la colonia fino al 310 a.C. quando il corinzio Timoleonte la riconquistò riportandola sotto l'influenza greca. Nel 210 a.C. arrivarono i Romani che cambiarono il nome della città in Agrigentum. Successivamente, nel VII Sec. si insediarono gli Arabi, Agrigento diventò capitale dei Berberi in Trinacria col nome di Girgenti. L'arrivo dei Normanni nel XI Sec. diede impulso ai traffici marittimi e commerciali con la sponda opposta del Mediterraneo. In questo contesto la Valle dei Templi è stata interessata da numerose vicissitudini che, comunque, hanno lasciato intatto il suo fascino. 
In passato ero stato già tre volte in questo luogo e ogni volta la magia è la stessa. Occorre comunque fare subito chiarezza: non si tratta di una valle ma una cresta e i templi si possono vedere chiaramente dal basso ma anche dalle alture circostanti (magnifica è la vista da alcune vie di Agrigento con la fila dei templi il cui colore giallo ocra contrasta con il blu cobalto del Mediterraneo.
Ci sono due accessi al sito entrambi con parcheggio e ben segnalati; scelgo per il parcheggio più piccolo, il primo segnalato che si incontra provenendo da Enna o da oriente. Con la macchina mi inerpico per un paio di tornanti e, in compagnia di Elena, giungo all'area di sosta tra gli ulivi e dotata di servizi. Poco oltre qualche simpatico venditore di souvenir, alcune guide che si offrono di accompagnarci ma di cui faremo a meno vista la pregressa conoscenza di quello che andremo a vedere. In biglietteria ci chiedono se abbiamo intenzione di includere nella nostro tour anche le visite al Giardino della Kolymbethra e al Museo Archeologico; optiamo per la Valle e per il Giardino e lasceremo la visita  al museo per un'altra occasione.
Ritengo utile iniziare la visita da questo punto in quanto il percorso si svilupperà verso occidente in coerenza con l'orientamento dei templi verso il sole nascente. I monumenti sopravvissuti alla storia e ai saccheggi risalgono principalmente al V Sec a.C. e sono stati edificati in tufo arenario conchiglifero poroso di colore giallo ocra. 
Saliamo un piccolo viottolo a gradini e siamo in vista del primo tempio. 
Il Tempio di Giunone Licinia è preceduto da un grande altare esterno per i sacrifici e fu costruito alla metà del V Sec. a.C. La sua pianta è classicamente periptera esastila con dimensioni allo stilobate di 38x17 m. 
Attualmente, delle 34 colonne originali (6 sul fronte e 13 sul fianco) ne restano 25. Il tempio fu incendiato dai Cartaginesi nel 406 a.C., restaurato dai Romani e danneggiato da un terremoto nel medioevo che distrusse i muri del naos.
Questo biglietto da visita è incantevole soprattutto nella considerazione che il meglio  deve ancora arrivare. All'incanto della scena archeologica contribuisce l'intensità dei colori e profumi tipici della macchia mediterranea con l'aggiunta di ulivi, carrubi e mandorli. 
Seguendo la linea delle fortificazioni greche, ci lasciamo alle spalle il primo tempio attraversando una zona caratterizzata dalla presenza di celle sepolcrali cristiane ad arcosolio risalenti alla dominazione bizantina.
Tutto intorno i mandorli cominciano a fiorire nonostante la visita avviene nel mese di febbraio mentre il sole gioca a nascondino con le nuvole.
Il panorama si apre su tutti i lati, 
sulla sinistra il Mediterraneo, sulla destra il verde della vegetazione rigogliosa e di fronte a noi, in lontananza, la sagoma del monumento  più conosciuto della valle: il Tempio della Concordia. 
Il nome fu attribuito a seguito del ritrovamento, nelle sue vicinanze di un'iscrizione latina ma è probabile che fosse consacrato a Castore e Polluce. 
Opera perfetta dell'architettura dorica in ottimo stato di conservazione, e stato edificato pochi anni dopo quello di Giunone di cui ne ricalca armonia e dimensioni. La sua conservazione è dovuta alla trasformazione in chiesa avvenuta nel VI Sec. d.C. con la chiusura degli spazi tra le colonne che ne rafforzarono la struttura. Sulle mura della cella interna furono aperti archi a tutto sesto tuttora visibili.
Nel 1748 fu tolto al culto cristiano e restituito al suo aspetto originario. Di fronte al tempio giace letteralmente una grande scultura bronzea del polacco Igor Mitoraj che rappresenta l'Icaro caduto (2011) che ben si armonizza nel contesto del parco.
Che meraviglia. Queste immagini resteranno sempre presenti nella nostra memoria perché qui alberga il bello dell'ingegno umano in un contesto naturale di gran pregio.
Nelle immediate vicinanze ci imbattiamo nella necropoli paleocristiana attiva tra il III e il VI Sec. d.C. Si possono osservare circa 130 sepolture a cassa trapezoidale scavate nella roccia.
Continuiamo il percorso e dopo poco incontriamo sulla sinistra la Villa Aurea evidentemente di costruzione molto più recente; sede di un Antiquarium e della direzione archeologica, fu residenza del Capitano della Marina Inglese Sir Alexander Hardcastle, primo finanziatore degli scavi  negli anni '20 del secolo scorso.
Dopo una visita al rigoglioso giardino della villa
giungiamo al Tempio di Ercole.
Anch'esso periptero esastilo ma dalle dimensioni maggiori (67x25 m. allo stilobate) era sorretto da 38 colonne (15 sul fianco). Alcuni tratti architettonici come la limitata altezza delle colonne e la forma allungata, farebbero datare la sua costruzione attorno alla fine del VI Sec. a.C.
Probabilmente si tratta del tempio più antico del sito. Oggi possiamo ammirare solo otto colonne, di cui quattro sormontate da capitello dorico, rialzate nel 1924. Un moncone di colonna distaccata dalle altre potrebbe essere l'unica rimasta in piedi dalle origini.
Vicino al Tempio di Ercole ci imbattiamo in una vasta area di rovine ove intuiamo dalle dimensioni dei frammenti di colonne e capitelli che doveva trattarsi di una costruzione gigantesca;
si tratta del sito ove sorgeva il Tempio di Giove Olimpico. Nei progetti del tiranno Terone, doveva essere uno dei più grandi templi della civiltà greca; la sua costruzione iniziò dopo la vittoria su Cartagine ad Imera (480/470 a.C.) con manodopera dei prigionieri. Il tempio non fu ultimato; guerre, terremoti e l'esigenza di reperire materiali per la costruzione di Agrigento lo hanno ridotto a come lo vediamo oggi. L'edificio era del tipo pseudoperiptero con dimensioni da record (113x56 m.); sui lati corti c'erano sette semicolonne mentre su quelli lunghi erano 14 tutte unite da un muro continuo e intervallate da telamoni, colossali figure umane alte quasi otto metri realizzate in conci di pietra dalle funzioni decorative e di sostegno alla trabeazione del tempio. Uno di questi telamoni è stato ricomposto nel Museo Archeologico di Agrigento mentre un suo calco è sistemato coricato al centro della cella del tempio.
Nel medesimo museo è conservata una riproduzione in scala che ben raffigura l'aspetto dell'imponente tempio.
La base del monumento, i monconi delle colonne nelle cui scanalature potrebbe trovare posto comodamente un uomo,  sono uno spettacolo grandioso.
Ci allontaniamo dal tempio di Giove per dirigerci su un altro simbolo della Valle dei Templi: il Tempio dei Dioscuri.
Rimangono in piedi solo quattro colonne e, soprattutto se ammirate al calar della sera, sono ammantate di romanticismo e suggestioni intense. Il monumento aveva dimensioni e caratteristiche architettoniche simili ai primi due edifici visitati e fu costruito alla fine del V Sec. a.C.
Dalle residue tracce, ben visibili sulle colonne di questo monumento, si suppone che le pietre di tutti i templi fossero rivestite di intonaco bianco ricavato dalla polvere di marmo; immagino lo splendore abbacinante del complesso religioso quando era colpito dai raggi del gagliardo sole siciliano.
Questo tempio fu danneggiato gravemente dai Cartaginesi; restaurato in seguito, fu raso al suolo da uno dei terremoti frequenti in questo lembo di Sicilia. Nel 1832, con l'impiego di materiali lapidei provenienti da altri templi della zona, fu parzialmente ricomposto così come lo possiamo ammirare oggi.
Nei suoi pressi si sviluppa un complesso di resti riferibili al Santuario di Demetra e Kore (VI-V Sec. a.C.)
Seguendo le indicazioni, ci apprestiamo a visitare il Giardino della Kolymbethra le cui origini risalgono al V sec. a.C. 
Mostriamo alla biglietteria il biglietto e accediamo a questa meraviglia scendendo di quota in una depressione del terreno tra pareti di tufo e antiche essenze.
Lo storico Diodoro Siculo narra che nel 480, grazie all'ingente bottino di guerra conseguente alla già citata vittoria sui Cartaginesi a Imera,  il tiranno Terone commissionò all'architetto Feace la progettazione di un sistema idrico per approvvigionare Akragas; questo sistema prevedeva la raccolta di acque meteoriche ai piedi della città in un grande bacino dello Colimbetra. L'arida terra siciliana cambiò aspetto in breve diventando un autentico giardino. Nel I Sec. d.C. il bacino fu interrato e il sito trasformato in terreno agricolo. Nel XII Sec. vi si coltivava canna da zucchero e si cominciò a chiamare questa zona "giardino" (dal siciliano "jardinu") secondo l'uso locale derivante dalla cultura araba di sottolineare la presenza rigogliosa di agrumi. Negli ultimi lustri dello scorso secolo il  luogo cadde nell'oblio a causa della scomparsa dei vecchi contadini. Nel 1999 la Regione Sicilia ha affidato al FAI la gestione venticinquennale dell'area; sono stati così ripristinati i vecchi terrazzamenti e la vegetazione restituendo al pubblico una testimonianza storica e naturalistica di autentico pregio tanto che nel 2007 e nel 2009 il parco è entrato nella top ten del concorso "Il Parco più bello d'Italia".
La passeggiata è davvero piacevole.
Profumi e colori mi fanno pensare che il Paradiso esiste anche quaggiù. Sono state messe a dimora antiche varietà di agrumi oramai abbandonate.
Dagli alberelli pendono coloratissimi limoni, mandarini, arance, cedri, pompelmi, chinotti, bergamotti, limoncelli.
Ma non sono presenti solo agrumi; troviamo anche mandorli, pistacchi, ulivi, melograni, cotogni, kaki, fichi, peri, meli, fichidindia, tamerici, terebinti palme nane, mirti e addirittura banani.
Un vero trionfo della natura.
Risaliamo un declivio dalla parte opposta e superiamo la linea ferroviaria portandoci in breve al cospetto dell'ultimo tempio, isolato e meno noto dei suoi più celebri "fratelli"
Il Tempio di Vulcano (Efesto) o quello che ne rimane, sorge in splendido isolamento nella campagna agrigentina; la sua denominazione è solo convenzionale.
Probabilmente edificato attorno al 430 a.C. anch'esso con sei colonne sul lato breve e tredici su quello lungo, oggi presenta alcuni tratti del basamento e due colonne superstiti.
Termina qui la nostra visita. Per ritornare alla nostra auto ripercorriamo volentieri in senso opposto l'intero tragitto per godere ancora di tante meraviglie.
All'uscita chiediamo ad un venditore di souvenir di indicarci un posto dove poter pranzare; con una premura tutta siciliana, il commerciante ci indica un ristorantino non prima di essersi sincerato della sua apertura mediante una telefonata. In auto saliamo ad Agrigento ma sbagliamo e entriamo in un altro locale (la fame fa brutti scherzi) tuttavia non ce ne pentiamo. La sala vetrata del Re di Girgenti ha una vista mozzafiato sui templi che si stagliano netti sullo sfondo del mare scintillante. Ci accomodiamo e ordiniamo alcune pietanze a base di pesce;
notevole il cannolo di pesce spada in crosta di pistacchio. Dopo esserci riposati riprendiamo la strada per il rientro portandoci nei ricordi i colori, i profumi e le sensazioni che questa visita ci ha saputo regalare.
Un caro saluto.

sabato 16 maggio 2020

Santuario Madonna della Corona

In provincia di Verona, sul versante orientale del Baldo che lo separa dal Lago di Garda, esiste in quota un luogo di fede e pellegrinaggio dalla bellezza unica; sto parlando del Santuario Madonna della Corona.
La Chiesa si trova a Ferrara di Monte Baldo, località Spiazzi, ove si può giungere con auto e bus ma io, come al solito, opto per un itinerario più faticoso ed edificante: il Sentiero della Speranza, antico percorso di pellegrinaggio, vero e proprio itinerario della fede. Il percorso inizia a Brentino Belluno, paesino sulla parte occidentale del Baldo, a cui si arriva percorrendo la provinciale che attraversa la Val d'Adige per tutta la sua lunghezza. Dal paese si arriva ad una scalinata in pietra alquanto lunga e ripida per uno sviluppo complessivo di 2500 metri ed un dislivello di circa 600 metri.
Essendo un giorno infrasettimanale, il luogo è quasi deserto; gli antichi gradini, consumati dal faticoso incedere dei tanti pellegrini guadagnano rapidamente quota,  aprendosi su panorami sempre più ampi e spettacolari. La scalinata lascia spazio ad un sentiero vero e proprio. Il caldo si fa sentire ma è possibile fare delle soste. Una bella terrazza (La Croce) che si affaccia sulla sottostante Valle dell'Adige mi consente di prendere fiato.
Da qui il sentiero si fa più esposto e se si soffrono le vertigini ci si può mantenere ad un cordino metallico assicurato alla parete rocciosa. Superato questo breve tratto il sentiero si fa più ripido e ardito; salgo per una scala a zig zag le pendici del Monte Baldo. In perfetta solitudine arrivo alla suggestiva Grotta della Pietà;
qui mi fermo per una breve sosta, tra il cinguettio degli uccelli e il fruscio delle fronde comincio ad udire un lontano canto sacro, segno evidente che il Santuario non deve essere lontano. Riprendo il cammino
mentre il canto diventa più distinto e si diffonde in ogni dove; scoprirò dopo che viene diffuso dal Santuario per mezzo di altoparlanti.  Ad un certo punto, in uno squarcio tra la fitta vegetazione, ho una prima visuale dell'edificio sacro.
Una vera meraviglia. Come un nido d'aquila, il Santuario si staglia aggrappato alle rocce con una grigia parete alle spalle come a contenerlo e proteggerlo. Continuo il percorso che addirittura supera in quota il Santuario stesso, dandomi la possibilità di ammirarlo da altre prospettive,
per poi ridiscendere e portarmi dolcemente al cospetto di una autentica meraviglia.
Per arrivare fin qui ho salito la bellezza di 1540 gradini.
La fatica, la solitudine, i suoni della natura, le riflessioni che mi hanno accompagnato, tutto contribuisce a predispormi alla visita.
Fonti medievali documentano che intorno all’anno Mille in questa zona vivevano degli eremiti legati all’Abbazia di San Zeno di Verona e che, almeno dalla seconda metà del 1200, esistevano un monastero ed una cappella dedicata a S. Maria di Montebaldo accessibili attraverso uno stretto e pericoloso sentiero nella roccia. Tra il 1434 ed il 1437 la Chiesa passò in proprietà ai Cavalieri di San Giovanni, o del Santo Sepolcro, presenti a Verona dal 1362 che la conservarono fino allo scioglimento dell'Ordine con provvedimento napoleonico nel 1806. A questo periodo sembra risalire il gruppo in pietra della Pietà poi venerata come Madonna della Corona. Alta 70 centimetri, la statua è in pietra locale dipinta e poggia su un piedistallo recante la scritta “HOC OPUS FEClT FIERI LODOVICUS D CASTROBARCO D 1432”, tradizionalmente considerata come prova che la statua venne fatta realizzare e donata alla Corona nel 1432 da Lodovico Castelbarco, proveniente da una nobile famiglia di Rovereto. Nei quattro secoli di gestione, i Cavalieri del Santo Sepolcro trasformarono radicalmente la Madonna della Corona, facendola diventare un vero Santuario accessibile grazie alla sistemazione del ponte in legno di accesso a valle (1458) e alla costruzione sopra la preesistente di una nuova chiesa (1490- 1521). 
Nel 1625, iniziò la costruzione di una nuova e più ampia chiesa 4 metri sopra la precedente che rimase inglobata sotto il nuovo presbiterio. I lavori si conclusero nel 1685. Nel frattempo vennero risistemate le vie d’accesso e venne costruito, in una cavità del monte, un ospizio per le necessità di 
alloggio dei pellegrini sempre più numerosi.
Alla fine del secolo XIX la Chiesa fu ampliata e dotata di una nuova facciata in stile gotico; la conclusione dei lavori fu solennizzata il 17 settembre 1899 con la cerimonia d’incoronazione della statua dell’Addolorata.
Negli anni successivi facciata e chiesa furono impreziosite da statue in marmo bianco di Carrara dello scultore veronese Ugo Zannoni, nel 1921-1922 fu rifatto il campanile con guglia svettante.
Nel 1974 si progettò di Ampliare ulteriormente l'edificio, demolendo la Chiesa esistente e conservando le sole parti più valide e significative. Il 4 giugno 1978 il Vescovo Giuseppe Carraro poté procedere alla dedicazione del nuovo Santuario e del nuovo altare.
Da allora la Chiesa appare così come la vediamo ora.
Nel 1982 al Santuario venne attribuito il titolo “basilica minore”. Il 17 aprile 1988 Papa Giovanni Paolo II visita il Santuario e prega la Madonna della Corona.
Lungo la parete destra del Santuario è esposto un vero patrimonio storico-artistico rappresentato dagli ex voto: 167 tavolette di diverse dimensioni di cui la più antica risale al 1547 e rappresenta il salvataggio miracoloso di una donna che sta per annegare nell’Adige a Verona.
Sul piano storico l’ex voto più interessante è la grande tela donata dalla comunità di Bardolino nel 1665, in ringraziamento dell’ottenuta grazia della pioggia, mentre quello più prezioso è un olio su tela raffigurante Cristo alla Colonna, eseguito nel 1724 dal pittore veronese Antonio Balestra (1666-1740).
In uscita dal Santuario
è possibile passeggiare attorno ad esso e godere di panorami mozzafiato.
Una breve pausa sulla terrazza panoramica del bar annesso e sono pronto per intraprendere la discesa.
Un caro saluto.
Il Santuario è aperto tutto l’anno con i seguenti orari:
da Novembre a Marzo: dalle ore 8.00 alle ore 18.00;
da Aprile a Ottobre: dalle ore 7.00 alle ore 19.30.