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Lettori fissi

Un piccolo diario che ha come filo conduttore il mio amore per la montagna e per i viaggi in genere... ma anche pensieri e riflessioni su quello che mi circonda perché il vero esploratore è colui che non ha paura di spogliarsi delle ipocrisie e aprirsi all'ignoto.

martedì 27 luglio 2010

Le piramidi di Gizah

Il viaggio che una mia cara amica sta effettuando in questi giorni in Egitto mi ha fatto tornare indietro di qualche anno quando, durante un tour memorabile per il Mediterraneo orientale, sono sbarcato ad Alessandria d'Egitto
e, dopo un tratto di deserto, arrivato alla periferia della capitale, Il Cairo, tra la densa foschia mattutina dovuta allo smog del traffico caotico, mi si è parata davanti improvvisamente, come un miraggio, l'enorme sagoma della più alta delle piramidi.
Una vera e propria montagna artificiale. Non ero pronto a tale spettacolo, anche se le avevo sempre ammirate in documentari o sui libri di storia, il fascino che queste antiche costruzioni emanano è di difficile descrizione... ed ero ancora lontano dalla piana di Gizah, il pianoro desertico alla periferia sud occidentale del Cairo sul quale sorgono le costruzioni più affascinanti che mai uomo abbia eretto.
Per la loro posizione, per la mole, per la precisione tecnica con la quale furono costruite, le tre piramidi di Gizah sono le sepolture regali più celebri di tutto l'antico Egitto e su di esse aleggia un perenne ed affascinante alone di mistero. Va da sé che esse sono pienamente all'altezza della loro fama e sono ben pochi quelli che riescono a rimanere indifferenti al loro cospetto.
Le piramidi sono le uniche sopravvissute tra le sette meraviglie del mondo antico. Persino il caos che le circonda, fatto di cammelli, cavalli, venditori di souvenir e bibite, mendicanti e varia umanità, non riesce a scalfire i loro splendore.
Quasi 5.000 anni fa, Gizah divenne il luogo di sepoltura dei regnanti di Menfi, l'allora capitale dell'Egitto.
In meno di un secolo furono costruiti tre complessi di piramidi per servire da ultima dimora ai sovrani defunti. Dopo la morte del Faraone, il corpo veniva trasportato in barca fino al tempio a valle, dove veniva imbalsamato, prima di venire traslato lungo la rampa cerimoniale e sepolto sotto, o in alcuni casi dentro, la piramide. In seguito, per molti anni, i sacerdoti continuavano a recare offerte ai Faraoni defunti che, come noto, erano considerate divinità scese in terra. Ma a Gizah non ci sono solo le tre piramidi e la celeberrima Sfinge; una serie di altre costruzioni antichissime fanno da contorno a questi giganti dell'antichità.
Nelle vicine piramidi satellite e nelle tombe in pietra dette mastaba erano seppelliti i familiari del Faraone e i cortigiani che volevano condividere, nella morte, il potere del Re come avevano fatto in vita.
Cheope, Chefren, Micerino... nomi consegnati alla storia per lo splendore e la potenza che i loro regni avevano raggiunto e per le immense piramidi e, pensate, non sono stati i più grandi Faraoni d'Egitto.
Le cifre dalla piramide di Cheope (detta anche la Grande Piramide) sono impressionanti: si ritiene che contenga più di due milioni di blocchi di pietra dal peso medio di due tonnellate e mezza ma ci sono anche blocchi da 15 tonnellate collocati alla base.
E' stata la costruzione più alta del mondo fino al XIX Sec. Per una struttura di queste dimensioni la precisione è sorprendente: ogni lato misura 230 m. e la massima differenza in lunghezza tra i quattro lati è di soli 4 cm.
I metodi di costruzione e lo scopo esatto di alcune camere e pozzi ci sono oscuri ma è evidente che si tratta di una fantastica realizzazione architettonica.
La base della piramide di Chefren è appena 15 metri più bassa della Grande Piramide, mentre la differenza dell'altezza complessiva è di soli 3 m.
Tuttavia questa piramide appare più grande di quanto non fosse all'epoca dei Faraoni poiché fu costruita su una base più elevata e la sua punta è ancora intatta! La sommità è l'unica che conserva l'originale copertura in pietra calcarea bianca che ricopriva tutte le piramidi e che fu asportata nel medioevo dai regnanti del Cairo per utilizzarla nella realizzazione di vari monumenti.
L'ultima piramide costruita a Gizah è quella di Micerino che ha dimensioni ridotte (un quarto rispetto alle altre due).
Alcuni attribuiscono questa differenza alla riduzione del potere del Re mentre altri osservano che i templi funerari che la circondano sono più grandi e elaborati;
ciò può essere considerato come l'inizio del processo che portò all'abbandono delle piramidi in favore delle tombe segrete scavate nella roccia e di maestosi templi funerari. Nel XII Sec. uno dei sultani del Cairo tentò di smantellare questa piramide. Otto mesi dopo dovette rinunciare al progetto in quanto era riuscito a malapena a scalfire la facciata nord. Il segno è ancora visibile.
Intorno a questi monumenti, edificati alla grandezza dell'Antico Egitto, molti quesiti aspettano ancora risposta e hanno alimentato il mistero che aumenta ad ogni nuova scoperta; ad esempio come furono costruite? Consideriamo che gli antichi Egizi non conoscevano la ruota e i blocchi, enormi erano scavati a centinaia di km. da Gizah. Perchè i pozzi ed alcuni allineamenti sono orientati secondo alcune grandi costellazioni? Perchè le piramidi sono disposte come le tre stelle della Cintura di Orione? Perchè ci sono pochi vani all'interno di strutture così enormi? Ci sono camere segrete?
Che dire? Il fascino di questi giganti rimane intatto da 5000 anni.
Per arrivare a Gizah potete prendere il bus n. 355 che parte dal Museo Egizio del Cairo oppure uno dei numerosi e sgangherati taxi ma, attenzione, è d'obbligo trattare sul prezzo e la cosa può essere divertente... mi raccomando non fate come ho fatto io che ho preso il cammello :-).
Per meglio conservare l'integrità delle piramidi, i visitatori possono accedervi a rotazione a gruppetti. Il momento migliore per visitarle è al mattino presto, prima che folla e caldo diventino insopportabili, o la sera per gustarsi lo spettacolo (un pò kitsch) di suoni e luci. All'interno delle piramidi l'aria può rendersi molto pesante e quasi soffocante quindi l'accesso nel ventre dei giganti di pietra è sconsigliato ai claustrofobici e a chi non gode di buona salute.
Un caro saluto.
Trekker in trekking sulla Grande Piramide

giovedì 22 luglio 2010

I Nostri Angeli -Edizione 2010

In un'afosa giornata della settimana scorsa ero in cerca di refrigerio girovagando nel reparto surgelati di un supermercato quando mi squilla il cellulare. Era il mio amico Marino Andolina che mi ricordava l'annuale appuntamento con il Premio Giornalistico Luchetta ideato ed organizzato dalla Fondazione Luchetta, Ota, D'Angelo, Hrovatin.

Accidenti!! In questo anno, assorto nei mille pensieri della mia professione e della mia nuova vita che sto costruendo ed inventando giorno dopo giorno, mi era passato di mente questo importante appuntamento e la Fondazione mi aveva inviato l'invito ufficiale nella mia precedente abitazione. Ovviamente confermo la partecipazione e dopo pochi minuti mi chiama Mauro, altro componente della Fondazione con un entusiasmo ed una gran voglia di fare che difficilmente ho riscontrato in altra gente. Un paio di battute scambiate e gli accordi presi per la serata del 21 luglio con i rari clienti del supermercato che forse hanno pensato fossi un giornalista!!
Della Fondazione e del Premio Luchetta ho già avuto modo di parlare in precedenza per avere avuto la fortuna di collaborare col Dott. Andolina & co. durante i miei soggiorni in Libano.
E così ieri, in una tiepida serata estiva, in una magnifica Trieste in versione estiva, in una Piazza Unità d'Italia tirata a lustro, mi sono seduto al posto riservatomi dall'impeccabile organizzazione e mi sono goduto questa serata.
Il Premio Giornalistico è un momento di grande riflessione e commozione perchè la Fondazione ha inteso riconoscere il duro lavoro di chi, per raccontare la verità, affronta pericoli e situazioni di rischio e confeziona infine un servizio, un articolo, una foto di grande impatto che riguarda i bambini vittime di guerre e catastrofi. Non sto parlando certo della cosiddetta "cultura del dolore" ma di autentica denuncia di ciò che accade ancora troppo spesso a milioni di poveri bambini. Da questi prestigiosi riconoscimenti nascono, poi, mille occasioni per riflettere sulla condizione dell'infanzia e della splendida realtà che rappresenta la Fondazione Luchetta, Ota, D'Angelo, Hrovatin e il suo patrimonio di professionisti e volontari.
La serata è stata condotta da Lamberto Sposini
ed è filata liscia come l'olio. I premi consegnati sono stati sei e per il resoconto vi rimando alla pagina web del Premio. Hanno allietato la serata Massimo Ranieri
e Irene Fornaciari
ma i veri protagonisti sono stati loro: i piccoli di tutto il pianeta. Quelli assistiti dalla Fondazione e presenti in Piazza in gran numero e quelli in giro per il globo.
Grande nostalgia ho avuto assistendo ad un collegamento via satellite con il Libano e con i Caschi Blu italiani di UNIFIL... che nostalgia di quei posti e che piacere aver rivisto, anche se solo attraverso un monitor, un dottore libanese che lavora per la Fondazione e che ho aiutato ad allestire un ambulatorio per i Palestinesi.
Al termine della registrazione, che andrà in onda su Raiuno, in seconda serata, sabato 24 luglio, ho avuto occasione di salutare vecchi amici e sono riuscito a strappare (insieme ad Andolina) una promessa di finanziamento da parte di un personaggio della Regione per un progetto in Libano... vedremo a settembre se la cosa si concretizzerà.
Spenti i riflettori mi sono immerso nella "movida" triestina con l'animo gonfio di speranza e di fiducia... fiducia in questi uomini e donne che, senza niente chiedere, tanto fanno per gli "altri".
Un caro saluto.

domenica 4 luglio 2010

I nuraghi

Sardegna.
Isola meravigliosa... piccolo continente nel cuore del Mediterraneo... scrigno ricco di tradizioni e storia.
Eppure la Sardegna, soprattutto in questa stagione, diventa palcoscenico del rito della vacanza a tutti i costi.
Se non frequenti quel locale alla moda, se non prendi l'aperitivo su quella spiaggia o se non hai un VIP come vicino di ombrellone cosa racconti ai colleghi quando ritorni?
Personalmente sono immune a tutte queste idiozie e mi fanno sorridere gli affanni di chi aspetta questo periodo per apparire senza curarsi del proprio io più intimo e nascosto. Chi segue questo blog sa che io preferisco essere me stesso, che preferisco non fare l'originale a tutti i costi ma che rifuggo da quei riti di massa che denotano una spaventosa superficialità ed una omologazione che ti fa sentire in un deserto pur essendo tra la gente.
Ed eccomi, nella stagione più calda dell'anno, a curiosare non sulla costa ma in angoli remoti di questa splendida isola tra grosse pietre rossicce, misteriose e affascinanti che qualche antica mano ignota ha disposto con superba grazia a formare quelle che sono considerate tra le costruzioni megalitiche più grandi e meglio conservate d'Europa: i nuraghi.
I nuraghi sono delle torri di forma tronco-conica ampiamente diffusi su tutta l'isola probabilmente risalenti al II millennio a.C.
C'è grande incertezza sulla vera età di queste costruzioni e se ne può azzardare una stima solo datando i reperti trovati nel loro interno (oggetti di terracotta, bronzetti votivi ecc.) ma potrebbero essere molto più antichi.
I nuraghi furono il centro della vita sociale degli antichi Sardi e diedero il nome alla loro civiltà: la civiltà nuragica.
Attualmente se ne conoscono quasi 7.000 ma si stima che ce ne fossero più di 20.000.
Nel 1997 l'UNESCO ha classificato queste torri come patrimonio mondiale dell'umanità; nella motivazione si definisce la costruzione nuragica come una eccezionale risposta alle condizioni politiche e sociali facendo un uso creativo e innovativo dei materiali e delle tecniche disponibili presso la comunità preistorica dell'isola.
Sulla loro funzione archeologi e storici non sono concordi nel ritenere che fossero unicamente degli edifici a carattere civile-militare, destinati al controllo e alla difesa del territorio. Molti dubbi non sono stati chiariti e c'è ancora incertezza sulle tecniche di costruzione utilizzate. Non è agevole indicare la loro precisa funzione dal momento che esistono nuraghi costruiti in pianura, in quota ma anche nei fianchi non panoramici dei monti. Si pensa che quelli ubicati sulla cima dei colli, a torre semplice, fossero edifici di avvistamento in contatto visivo tra loro, mentre i grandi complessi, a più torri attorno ad un mastio centrale ed un cortile, avessero funzioni di aggregazione delle varie comunità e quindi fortezza, parlamento, tempio, residenza del capo villaggio o varie combinazioni tra queste ipotesi.
Alte fino a 20 metri, le torri sorgono spesso in posizione dominante. Le mura sono sempre poderose e possono arrivare ad uno spessore di 4-5 metri con un diametro esterno che può sfiorare anche i 50 metri alla base. La singolare forma di costruzione è dovuta alla particolare tecnica di costruzione che prevedeva solide fondazioni con grossi blocchi di pietra squadrati e sovrapposti a secco, in maniera circolare, tenuti insieme dal loro stesso peso. Man mano che si procedeva in altezza, si pensa che le antiche maestranze usassero terrapieni inclinati, particolari leve e tronchi sui quali far scivolare i massi sempre più piccoli e meglio lavorati.
La parte superiore era occupata da una terrazza con parapetto alla quale si accedeva tramite una scala elicoidale interna, illuminata da feritoie. La porta d'ingresso è orientata quasi sempre a sud ed immette in un ampio corridoio (ai cui lati si aprono spesso delle nicchie)
che porta ad una camera rotonda la cui volta è formata da anelli di pietre che si restringono progressivamente andando a chiudersi secondo la tecnica della volta a tholos.
Di queste suggestive costruzioni, molte si sono conservate in condiziono più o meno buone, di altre è rimasta solo la base del muro perimetrale, altre devono essere ancora scavate o scoperte.
Ne esistono di diverse tipologie e strutture a seconda dell'epoca nella quale sono stati presumibilmente costruiti. Le tipologie più importanti:
Nuraghes a corridoio: differiscono dai nuraghi classici avendo un aspetto più tozzo e planimetria irregolare, al loro interno non ospitano la grande camera circolare ma uno o più corridoi e qualche rara celletta; sono i più antichi.
Nuraghes di tipo misto: una variante della precedente tipologia con nuraghes a corridoio modificate per adattarle ad altre esigenze.
Nuraghes monotorre a tholos: la tipologia più semplice con entrata ad architrave che introduce ad un corridoio con varie nicchie e, successivamente, al salone centrale circolare con copertura ogivale.
Nuraghes a tancato: evoluzione dei monotorre. Alla torre principale ne viene affiancata un'altra ed entrambe condividono un cortile spesso dotato di pozzo. In momenti successivi vengono poi aggiunte altre torri fino a costituire dei complessi polilobati.
Nuraghes polilobati e regge nuragiche: più elaborati, vere e proprie fortezze con varie torri unite tra loro da bastioni con lo scopo di proteggere quella centrale.
Beh... che altro aggiungere? Una passeggiata tra questi muti colossi di pietra, nel silenzio della campagna sarda è davvero qualcosa di magico ed esoterico. Un'esperienza da condividere con se stessi per ascoltare, in deferente rispetto, il respiro della terra.
Nelle immagini il nuraghe di Sant'Anna Arresi.

mercoledì 19 maggio 2010

Il Forte Bramafam di Bardonecchia

Qualche anno fa, durante una memorabile vacanza trascorsa a Bardonecchia, ebbi modo di visitare il Forte di Bramafam.
Avevo casa nelle immediate vicinanze della fontana Giolitti dalla quale parte un bel sentiero in salita che, superato un ponte, prosegue a destra fino ad un bivio con le indicazioni per il forte;
qui si entra in un ombroso bosco fino alla Cappella di S.Anna dove si incontra la strada che sale al Forte.
Quindi con una bella passeggiata di 30 minuti si sale a questo interessante Forte.
Attualmente si può arrivare anche con la macchina dalla S.S. Oulx Bardonecchia prendendo il sottopasso della ferrovia prima di Rocca Tagliata; si supera il ponte e si prosegue fino alla Cappella di S. Anna dove si lascia l'auto per proseguire a piedi.
Quando giunsi quassù, la fortezza era chiusa al pubblico e un cartello informava che, all'interno, erano in corso dei lavori anche se non scorsi presenza umana.
Ebbi, quindi, la fortuna di visitarlo in tutta calma; in giro non c'era nessuno e questo rendeva il luogo ancora più suggestivo.
L'opera è la più importante fortificazione delle Alpi Cozie di fine '800, fu costruito tra il 1885 e il 1894 sull'omonimo rilievo che domina la conca di Bardonecchia, per controllare la Galleria del Fréjus e la linea ferroviaria Torino-Modane da eventuali puntate delle truppe francesi che non fossero state arrestate dai sistemi di autodistruzione interni del tunnel e anche per interdire con le artiglierie sotto cupola l'accesso in territorio italiano di eventuali truppe nemiche.
Nella costruzione furono adottate per la prima volta tecniche innovative, abbinando ad una tradizionale struttura in pietra una copertura in calcestruzzo,
nonché adottando, per la prima volta in Italia installazioni corazzate e armamento di nuova concezione: due installazioni di artiglieria in cupola della casa Gruson di Marburg da 120/21 (torre "A" e torre "B" costruite nella parte sommitale del rilievo roccioso, rimasero attive fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale) e quattro torrette a scomparsa con cannoni a tiro rapido da 57 mm. della stessa ditta tedesca sistemate ai vertici del perimetro del Forte con la funzione di garantire una efficace difesa ravvicinata.
Completavano gli armamenti una batteria di obici Skoda da 100/17 mod. 14, mentre nel magazzino delle artiglierie, affacciato sulla piazza d'armi, trovavano posto sei pezzi e quattro mortai tutti da 87 mm. che potevano essere schierati all'occorrenza. Infine, nel Bassoforte occidentale, sul lato che guarda la Valle Stretta e la Guglia Rossa, due cannoni da 149, disposti in barbetta, garantivano la sicutezza da un'ebentuale aggiramento delle difese della conca di Bardonecchia.
Una fortificazione di prim'ordine che, però, venne parzialmente disarmata nel corso della Prima Guerra Mondiale quando fu adibito a campo di prigionia per gli Austriaci che lavoravano in zona per la manutenzione delle innumerevoli strade militari e per la Galleria del Frejus.
Negli anni '30 l'opera venne integrata da due moderni centri di resistenza in caverna nell'ambito dei lavori per l'implementazione dell'imponente Vallo Alpino.
Il 21 giugno del 1940, nel corso dell'offensiva italiana contro la Francia, il forte, presidiato dalla 516^ Batteria della Guardia di Frontiera, fu bersagliato dalle artiglierie nemiche e dai bombardamenti aerei ma i danni subiti si limitarono ad alcune strutture esterne.
Nel settembre di tre anni dopo, venne occupato da un piccolo presidio tedesco che, per evitare possibili colpi di mano dei partigiani, minò accuratamente tutta l'area circostante. Fu abbandonato dai Tedeschi in ritirata solo nell'aprile del 1945.
Dopo l'ultimo conflitto, in ottemperanza alle disposizioni del Trattato di Pace, l'Esercito dismise la struttura, come molte altre del Vallo Alpino, abbandonola al suo destino. Seguì il saccheggio e la devastazione.
E' in queste condizioni che ho visitato questo Forte, silente sentinella di una delle più importanti vie di accesso all'Italia, luogo dalle suggestioni contemplative e meditabonde.
Dal 1995, grazie all'iniziativa dell'Associazione per gli Studi di Storia ed Architettura Militare, il Bramafam è rinato e nuova vita: un'area museale di oltre 2000 mq., una serie di attente ricostruzioni ambientali fatte rivivere da 110 manichini che indossano le uniformi del Regio Esercito, plastici di fortificazioni, artiglierie e materiale storico, hanno fatto diventare il Bramafam un museo unico nel suo genere.
Potete trovare ulteriori informazioni, calendari delle aperture e delle iniziative sul sito ufficiale del Forte.
La foto n. 1 è tratta dal sito icsm.it, le foto n. 5 e 10 dal sito bardonecchiafortificata.it; le rimanenti sono dell'autore.
Un caro saluto.

mercoledì 28 aprile 2010

La chiesa fortificata di Hrastovlje

Con le giornate finalmente messe al bello, cosa c'è di meglio che una passeggiata nella campagna che esplode di colori e profumi dopo il lungo inverno?
Nei pressi di Trieste, poco al di là del confine con la Slovenia, c'è un angolo di campagna dove il tempo sembra essersi fermato ad un paio di secoli orsono: in un remoto lembo verde dell'alto bacino torrentizio del Risano, giace l'agreste villaggio di Hrastovlje (in Italiano Cristoglie, l'antica Cristogliano) il cui nome deriva da hrast (quercia) e oglje (carbone).
Arrivarci non è semplice: dall'Italia si passa il confine di Rabuiese con l'autostrada A1 e si esce a Crni Kal dove si prosegue fino all'incrocio con la strada 208, da qui in direzione Buzet (Pinguente) fino ad trovare le indicazioni per la nostra meta.
Appena giunti in questo luogo, piuttosto intimo e isolato, si resta stupiti per la pace ed il silenzio che vi regna. Il paese è posto sotto le pendici settentrionali del monte Chiusa (m. 299), sede di un castelliere preistorico. Cristoglie è costituita da poche case rurali, costruite in masegno grigio tipico del territorio con particolari interessanti come porticati e portali, immerse in una campagna ben coltivata e zona di produzione di un ottimo moscato.
Il villaggio, nel 1208, fu donato dall'Imperatore di Germania, Corrado II il Salico, ai Patriarchi di Aquileia e fu infeudato nel XII secolo ai Vescovi di Trieste i quali lo passarono successivamente ai Neuhaus (una famiglia feudataria tedesca di basso rango) che lo mantennero nel XV e XVI secolo, anche dopo che Cristoglie passò alla Repubblica di Venezia con il trattato di Trento del 1535.
Una lapide con scritta latina, posta sopra il portale d'ingresso al tabor, ricorda che nel 1581 la villa di Cristoglie fu venduta dai Neuhaus all'illustre medico capodistriano di origine padovana Alessandro Zarotti. Durante la guerra fra Austriaci e Veneti del 1615, il veneziano Marco Loredan, provveditore della regione, fece presidiare il paese dalle Cernide (milizie paesane) per contenere gli assalti degli arciducali e degli Uscocchi loro alleati.
Come scrivevo prima, il paese si raccoglie alle pendici di un rialzo calcareo che spunta dall'arenaria del fondovalle ed è proprio quassù che troviamo la cosa di maggior pregio: l'antico castello, tipica fortezza del primo medioevo con la chiesa racchiusa da una cinta muraria quadrilatera di 32 m. di lunghezza e 16 m. di larghezza.
In realtà non si tratta di un vero e proprio castello ma il fascino che queste antiche pietre sanno sprigionare è di una suggestione unica.
Risale alla fine del XVI secolo, a pianta irregolare con due torri agli angoli opposti che fungevano da vedette contro le scorrerie turche. Il castello fu fatto costruire dalla famiglia Neuhaus sul sito di un antico cumulo preistorico e quasi certamente fu usato lo stesso materiale lapideo già sistemato a cono.
Lasciata la macchina, percorriamo il corto tratto di strada in salita che porta al sito.
La mole della cinta difensiva che racchiude la chiesa si leva severa e le murature sono in buono stato. in breve siamo davanti all'entrata ad arco a tutto sesto con cancellata in ferro battuto e le mensole in pietra su cui scorreva il camminamento di ronda; un tempo questa porta era dotata di un ponte levatoio.
Il tabor di Cristoglie, in pietra calcarea, era stato costruito per offrire rifugio alle popolazioni in caso di pericolo. E' fornito di feritoie che si aprono sulle pareti delle torri. Da un antico documento ecclesiastico sappiamo che le mura erano poligonali e circondate da un fossato con due accessi: la Porta Antica e la Porta Nuova.
Noi troviamo la cancellata aperta
ma se dovesse essere chiusa potete telefonare al cell. 0038631432231 (parlano anche Italiano) e dopo pochi minuti qualcuno dal paese salirà alla fortezza per aprirvi e farvi da guida. In ogni csao sul cancello ci sono tutte le indicazioni del caso.
Noi accediamo all'interno dell'antico recinto
al centro del quale possiamo ammirare le semplici forme della chiesa che è stata costruita su un edificio preesistente, probabilmente del XIII secolo; sull'architrave notiamo la data del 1776, anno in cui venne portato a termine un restauro.
La chiesa ha il campanile cuspidato.
Questo luogo di culto, voluto dalla Curia vescovile di Capodistria, è dedicato alla SS. Trinità. E' in stile romanico-gotico e fu consacrato nel 1475. Per accedere al luogo sacro occorre pagare un ticket di un paio di Euro. All'interno restiamo stupiti per i toni accesi con i quali sono state affrescate le sue pareti. Due file di quattro colonne senza capitello la dividono in tre navate con soffitto a botte;
l'altare maggiore barocco, in marmo, è dedicato a S. Marco.
Ma la nostra attenzione viene rapita, come scrivevo prima, dalle pareti totalmente affrescate e che riportano scene diverse: la più celebre è quella della "Danza della Morte" o "Danza Macabra", sul lato sud, che esprime in modo esemplare il senso di uguaglianza di tutti gli uomini di fronte alla morte e alla sua ineluttabilità nel rendere giustizia a tutti in egual misura.
Rispetto alle altre "Danze della Morte" presenti in Italia, Francia e Germania, questa ha alcune particolarità: ha un andamento da destra a sinistra e gli scheletri anziché ballare sembra che sfilino in direzione di un altro scheletro seduto in cattedra che tiene apero il coperchio di una tomba nella quale sono destinati ad entrare tutti gli undici personaggi ritratti, ciascuno alternato ad uno scheletro: il papa, il re, la regina, il cardinale, il vescovo, il monaco, il borghese, l'usuraio, il giovane, lo storpio e, infine, un bambino.
La parete ad ovest si apre con, a sinistra, il "Tradimento di Giuda" mentre a destra si sviluppano le scene di "Gesù davanti a Ponzio Pilato" e la "Flagellazione". Ancora sulla fascia superiore "Gesù incoronato di spine", la "Consegna della Croce", la "Crocifissione" e la "Deposizione". Sulla parete sud, oltre alla "Danza della Morte" ci sono le scene conclusive della "Passione" e sulla parete a nord la "Natività". La parete meridionale della volta è dedicata ai primi sei giorni della creazione; sulla parte meridionale osserviamo, a sinistra, la rappresentazione del settimo giorno, poi poi ciclo di "Adamo ed Eva" dalla raccolta del frutto proibito all'uccisione di Abele da parte di Caino. Interessanti le parti che illustrano i mesi dell'anno ed i relativi lavori agricoli della provincia istriana nel medioevo.
La tecnica con la quale sono state eseguite queste decorazioni denota un'arte molto semplice, con approssimazione delle proporzioni e dei piani prospettici; comunque, nell'insieme, gli affreschi sprigionano grazia espressiva resa con notevole bravura e realismo, favorita anche dall'uso di tinte brillanti.
Ad eseguire gli affreschi fu Giovanni da Castua, su committenza dei Neuhaus, ed il lavoro fu portato a termine nel 1490. Questi affreschi sono stati scoperti nel 1949 quando lo scultore Joze Pohlen venne incaricato di eseguire alcuni interventi sulla chiesa e quasi per caso trovò sotto uno spesso strato di calce alcune tracce di affreschi.
Da allora l'Istituto per la tutela dei monumenti di Lubiana avviò la lenta e faticosa opera di pulizia che fece riemergere uno dei più impressionanti ed inquietanti cicli di affreschi dell'intera Europa.
Una visita a questo gioello e irrinunciabile; quest'opera infatti segna un momento di sintesi delle varie componenti culturali e figurative presenti in Istria nel tardo Medioevo.
Tutto l'insieme, mura, castello, chiesa e paese formano uno straordinario ambiente medievale ed è indubbio che Cristoglie va annoverata fra i monumenti più interessanti dell'Istria.
Un caro saluto.

domenica 18 aprile 2010

Una piccola parte di te (Fausto Leali)


Quando crescono i figli,

non li tieni più in braccio
ma diventi un ostaggio per il loro futuro
e si alza quel muro che non c’era mai stato
che segna il confine tra presente e passato…
Quando crescono i figli non ti danno più retta.
Hanno sempre ragione, vanno troppo di fretta.
Sanno dirti soltanto “Buonanotte o buongiorno”
e ti accorgi che è meglio se ti levi di torno…
E allora ripensi ai tuoi genitori,
la tua insofferenza ai loro timori.
Ma basta aquiloni o castelli di sabbia.
Il mondo era là fuori, tu dentro una gabbia…
E tutto ritorna ma cambiano i ruoli.
La scuola, lo scooter, gli amici, gli amori.
I figli ne fanno di tutti i colori,
vai fuori di testa ma poi li perdoni…
Quando crescono i figli c’è uno scontro diretto
tra le loro esigenze e il tuo mare d’affetto,
chi si crede più grande, chi si sente più vecchio.
Ma poi ti guardi allo specchio
e quel ragazzo davanti ai tuoi occhi… sei tu…
E gridi a te stesso… che tutto ritorna
ma cambiano i ruoli.
La scuola, lo scooter, gli amici, gli amori.
I figli crescono ti tagliano fuori…
Ma in ogni cosa che fanno
sai che c’è sempre una piccola parte di te…
E anche se poi se ne vanno…
sai che c’è sempre una piccola parte di te…