Un piccolo diario che ha come filo conduttore il mio amore per la montagna e per i viaggi in genere... ma anche pensieri e riflessioni su quello che mi circonda perché il vero esploratore è colui che non ha paura di spogliarsi delle ipocrisie e aprirsi all'ignoto.

venerdì 8 maggio 2009

La Val Rosandra

Finalmente!
Ieri era una giornata soleggiata... splendida. 
Il richiamo della montagna si è fatto sentire prepotente per cui, in tutta fretta, ho buttato qualcosa nello zaino, ho calzato i miei scarponi e sono partito alla volta della Val Rosandra. 
Come tutti gli anni la prima escursione della stagione sarà compiuta nella mia Valle tanto per mettere alla prova le mie giunture.
La "Valle", come viene affettuosamente chiamata dai Triestini, rappresenta la più grande fenditura che incide l'altopiano carsico in terreno italiano.
Con soli dieci minuti di macchina sono passato da un ambiente cittadino ad un contesto quasi alpino. Questo sito, infatti, influenzato dalle numerose attività alpinistiche ed escursionistiche che vi sono praticate, viene paragonata ad una valle alpina. Su un testo viene descritta come l'ultima valle dell'arco alpino e l'unica a livello del mare. Nella realtà la valle per gli aspetti litologici, morfologici e paesaggistici è più simile alle numerose valli costiere che caratterizzano Istria e Dalmazia.
Per arrivarci da Trieste è sufficiente, inizialmente, seguire le indicazioni per Muggia e Capodistria e, prima della zona industriale di Trieste, seguire le indicazioni per S. Dorligo della Valle ed in seguito Bagnoli della Rosandra - Dolina. Arrivati nella piazza di Bagnoli ci sono due possibilità: se è un giorno lavorativo ci si può addentrare nella Valle con l'autovettura fino al Rifugio Premuda mentre se scegliamo una giornata festiva o prefestiva è obbligatorio parcheggiare l'auto nel paese; in quest'ultimo caso consiglio di lasciare l'auto in uno slargo che si trova prendendo la prima strada a destra all'inizio della piazza. 
Ritornato alla piazza, prendo la carrareccia che entra nella Valle.
Sulla sinistra abbiamo il Monte S. Michele sulla cui cima si trovano i resti di un castelliere a tre cinte murarie che anticamente sorvegliava l'ingresso della Valle; a destra invece il Monte Carso con i suoi scoscesi versanti occidentali ed altro castelliere sulla sua cima. Dopo un percorso pianeggiante di 500 mt. giungo alla minuscola frazione di Bagnoli Superiore, una decina di case per circa 50 abitanti. Sulla sinistra si apre un bello spiazzo attrezzato con tavolini che serve il Rifugio Mario Premuda, di proprietà della mia sezione CAI ossia la Società Alpina delle Giulie di Trieste e sede della Scuola Nazionale di Alpinismo "Emilio Comici".

Continuando sul mio cammino, poco dopo, posso notare sulla destra i resti dell'acquedotto romano, importante opera idraulica costruita nel I secolo d.C. che riforniva Trieste di acqua potabile e che mi accompagnerà per circa 700 mt. a fronte dei 14 km. che originariamente collegavano il capofonte in Valle con la città.

Sono al termine del tratto asfaltato a quota 97. 

Da qui ha inizio il sentiero dell'amicizia contrassegnato come sentiero nr. 13 del CAI che costeggia per buona parte il torrente Rosandra. L'intero percorso è stato rimesso a nuovo ed in totale sicurezza. Se devo essere sincero preferivo il vecchio aspetto che dava al sentiero caratteristiche più alpine; ora invece è stato trasformato in un comodo sentiero per famiglie... ma avrò modo, comunque, di complicarmi la vita.
Il sentiero si presenta in questa prima parte ampio e pianeggiante per un centinaio di metri 

mentre sulla destra il Monte Carso presenta un vuoto dovuto a una antica frana (terremoto del 1511?) che ha travolto l'acquedotto.
Arrivo ad un bivio con il sentiero che si restringe. Sulla sinistra un ponte di legno porta sull'altra sponda del Rosandra. 

Io mi tengo sul sentiero originario e procedo ora in un ambiente incassato tra le rocce all'interno della trincea scavata per far posto all'acquedotto di cui non c'è più traccia.
Il sentiero che sto percorrendo è un percorso antico e importante. Nella Trieste asburgica diventò via di transito commerciale con i centri della Carniola; le carovane di asini scendevano in città portando soprattutto minerali e granaglie per poi tornare indietro con vino e sale. Fu per questa ragione che prese il nome di "Via del Sale".
Proseguo sul sentiero; sulla sinistra si scorge una strana conformazione rocciosa nota con il nome di "Picccolo Cervino".

Sempre sulla sinistra si distacca un sentierino che porta sulla riva del torrente mentre quello principale comincia a prendere quota voltando le spalle al corso d'acqua. Arrivo ad un bivio; il percorso di destra (segnavia 39 del CAI) porta  alle pareti del Crinale ed è frequentato dai rocciatori. Io mi tengo a sinistra e continuo a salire agevolmente. In breve sono a quota 110 mentre il torrente è 60 metri sotto. Il sentiero ritorna pianeggiante 

e lo sguardo può spaziare nella Valle. In alto a destra osservo la sagoma della chiesetta di S. Maria in Siaris (ma come avranno fatto a costruirla in quella posizione?) mentre di fronte si intravede, parzialmente nascosta dall'ombra, la cascata che quasi chiude la Valle con il suo salto di 40 metri.
Proseguendo l'escursione, arrivo ad un sentiero secondario ben segnalato che sale rapidamente a destra e che porta anch'esso il nr. 13 del CAI mentre la prosecuzione del sentiero che segue il corso del Rosandra assume da questo punto il nr. 17. 

Sono a 500 metri dalla partenza e ad una quota di 155 mt. Il sentiero porta alla chiesa che ho notato in precedenza. Lascio il percorso principale e mi inerpico per questo sentierino 

che con una serie di agevoli tornanti mi porta in dieci minuti a superare un dislivello di 80 mt (234 s.l.m.). Uscendo dalla copertura arborea appare improvvisa la chiesa costruita in posizione ardita e panoramica. 

Secondo una leggenda, questo santuario mariano sarebbe stato costruito per volontà di Carlo Magno che avrebbe trovato sepoltura in una grotta della Val Rosandra, pietrificato su un trono in attesa del Giudizio Universale (mi piacerebbe conoscere l'origine di questa leggenda). Di sicuro la chiesa esisteva già nel XIV secolo retta dalla Confraternita dei Battuti. 

L'edificio viene aperto al culto solo in particolari occasioni d'altronde non è molto agevole salire fin quassù. Sul lato settentrionale una balaustra consente di spaziare con la vista sulla sottostante Valle e sulle imponenti bastionate del versante nord-orientale. Oltre la cascata, circondati dal verde, vedo i tetti delle poche case di Bottazzo; 

sulla destra, in alto, uno spigolo di roccia  sulla cui sommità sorge il cippo Comici. 

Sono solo in questo luogo silenzioso e incantevole... come appare lontano il trambusto della vita quotidiana, i suoi affanni, la gente inutile. Mi rilasso all'ombra del portichetto appena ricostruito perso nei miei pensieri. 

Ed è qui che si fa strada l'idea di continuare a salire fino al Cippo Comici. Ero già salito lassù una quindicina di anni orsono ma non avevo la fotocamera al seguito per cui non possiedo alcun ricordo del luogo. Un sorso d'acqua dalla mia borraccia, zaino in spalla e riparto. Lungo la fiancata della chiesa che guarda verso sud-ovest si diparte un sentierino che sale ripido su sfasciumi e ghiaioni fino ad uscire su una forcellina del Crinale a mt. 285 a fianco di un caratteristico dente di roccia. 

Il sentiero ora sale lungo l'aereo crestone, agevolato da alcuni gradini intagliati nella roccia e permette di raggiungere lo spallone roccioso dove è collocato il cippo dedicato al grande rocciatore triestino Emilo Comici eretto nel 1941. Sono a quota 343 mt. e, partendo dal bivio sul sentiero principale,  ho superato un dislivello di circa 200 mt. in non più di 20 minuti (senza considerare la sosta alla chiesa). 

Vastissimo il panorama che si può apprezzare da qui. Mi siedo ai piedi del cippo; una brezza tesa mi rinfresca piacevolmente mentre godo del rumore del silenzio. 

Che meraviglia! Ne approfitto per sgranocchiare qualche croccante e chiudere gli occhi in splendido isolamento. Vengo distratto da alcuni rumori metallici; guardo di sotto e osservo una decina di variopinti rocciatori, con il loro armamentario di ganci, moschettoni e imbragature,  che stanno salendo sullo stesso sentiero da me percorso. 

Mi godo gli ultimi istanti di tranquillità e, appena il gruppo arriva, un rapido saluto e comincio a scendere verso la chiesa. 

Qui occorre fare molta attenzione soprattutto sul tratto ghiaioso per evitare di scivolare rovinosamente a valle. 
Giunto all'edificio religioso, decido di ritornare sul percorso principale percorrendo il sentiero che si sviluppa alle spalle della chiesa e che, attraversando ancora ghiaioni poco agevoli, porta rapidamente sul sentiero nr 17 che avevo abbandonato per salire alla chiesetta. 
Il tratto più impegnativo è oramai alle spalle e mi posso rilassare sul comodo sentiero che procede in leggera salita. Di fronte a me la cascata 

sempre più vicina che dopo poco scompare alla vista. 
Superato trasversalmente un ampio ghiaione, il calcare che aveva caratterizzato l'itinerario percorso scompare per far posto all'arenaria e di conseguenza cambia anche la vegetazione; mi trovo infatti in un piacevole boschetto di roverelle. Il confine con la Slovenia dista solo un centinaio di metri. Mi tengo a sinistra seguendo il sentiero che scende al torrente e che lo supera con un ponte in cemento. 

Nei pressi si possono notare i resti di un vecchio mulino ad acqua; lungo tutta la valle nel secolo XVI si contavano una trentina di questi edifici. 
Percorsi pochi metri, il sentiero termina su una carrozzabile a traffico limitato (solo i pochi abitanti del luogo possono percorrerla). Qui svolto a destra e dopo soli 150 mt. entro in questo minuscolo abitato: una manciata di case, tre sole famiglie residenti e i gestori di una trattoria.

In questo posto c'è un valico confinario a cavallo del torrente e durante la guerra fredda si guardavano a vista, da parti opposte, Graniciari jugoslavi e Polizia di Frontiera Italiana; oggi, per fortuna, il confine non esiste (o non è più un problema), non esiste neanche più la Jugoslavia ma un progetto comune di convivenza tra popoli. Solo i ruderi delle due guardiole, quella italiana 
e quella jugoslava prima e slovena poi 

sono rimaste, mute testimoni di una cortina di ferro che in queste terre vedeva gli ultimi chilometri prima di terminare nell'Adriatico.
In questo luogo l'ambiente è quanto mai agreste e solitario; i versanti della Valle che mi sovrastano farebbero supporre di essere in un ambiente tipicamente alpino se non fosse per la presenza delle viti e di un ombroso lauro che cresce dietro la trattoria. La gran pace invita alla sosta ai tavolini all'aperto. Il locale resta chiuso nelle giornate di lunedì e martedì. 
Con un panino al formaggio e prosciutto carsolino ed una deliziosa mousse alle fragole ha termine questa mia prima passeggiata in montagna. Il ritorno avverrà percorrendo lo stesso itinerario percorso all'andata ma sono possibili altre varianti.

4 commenti:

flaco ha detto...

Bell'itinerario etno-culturale, descritto in modo delizioso.

Ti auguro felici isole di montagna!
Ciao

Trekker ha detto...

Grazie Flaco... ricambio ovviamente di tutto cuore!
Ciao

gk-freeblogger ha detto...

si sente il respiro di Comici?

Trekker ha detto...

Certo che si sentiva... lo spirito del grande alpinista triestino pervade tutta la valle. Scriverò di Emilio Comici in un prossimo post.
Un caro saluto.