Un piccolo diario che ha come filo conduttore il mio amore per la montagna e per i viaggi in genere... ma anche pensieri e riflessioni su quello che mi circonda perché il vero esploratore è colui che non ha paura di spogliarsi delle ipocrisie e aprirsi all'ignoto.

venerdì 26 giugno 2009

(Tentata) Salita al Rifugio Pellarini

Domenica scorsa, dopo una settimana di maltempo, il meteo dava sole sulle Giulie per cui sono partito di buon mattino deciso a raggiungere il Rifugio Pellarini che è una delle mie "bestie nere".
Ricordo che più di venti anni fa, insieme al mio amico Gianni, tentammo di raggiungerlo ma all'epoca eravamo dei ragazzi inesperti, poco attrezzati e soprattutto senza cartografia adeguata. Fu così che ci perdemmo trovandoci sul sentiero che portava al Bivacco Stuparich mancando clamorosamente il bersaglio.
Una decina di anni dopo provai nuovamente insieme ad altri compagni. Questa volta avevamo la carta escursionistica e, soprattutto, una conoscenza migliore della zona ma quando arrivammo in vista del rifugio, col binocolo scorgemmo dei lavori in corso... il rifugio era chiuso per ristrutturazione. Con un pò di delusione, per non esserci informati preventivamente, tornammo indietro senza neanche provare a raggiungerlo.
Domenica ero deciso a vincere finalmente la sfida ma questa volta in solitaria.
Presa l'autostrada a Trieste, sono uscito a Malborghetto-Valbruna e sono entrato in Valsaisera. Qui, superato l'abitato di Valbruna e percorsi 2.500 metri, in corrispondenza del cartello che segnala l'Agriturismo Prati Oitzinger, ho lasciato l'asfalto per una strada bianca, sulla sinistra, che dopo 100 metri termina in un parcheggio a quota 860 m. s.l.m. Da questo parcheggio le indicazioni per il Rifugio Pellarini mi portano ad imboccare verso sud il sentiero CAI nr. 616 che in breve piega verso est per superare, con un guado, il torrente Saisera. E qui la prima difficoltà: il torrente era piuttosto ingrossato per le copiose piogge dei giorni precedenti e il superamento in quel punto non era certo agevole.
Ho provato a risalire la sponda verso sud per circa 500 metri e sono riuscito a guadare il torrente ma la sponda opposta risultava impraticabile per la fitta vegetazione ragione per cui sono tornato indietro tentando migliore fortuna verso nord dove, consultando la carta topografica, avevo individuato un paio di ponti che però portavano su altri sentieri. Arrivato ad uno di questi,
ho guadagnato la sponda opposta che qui risultava meno impervia. Ho risalito il corso del torrente guadando alcuni piccoli affluenti
e sono riuscito finalmente a ritornare sul segnavie 616. Questo contrattempo mi ha fatto perdere un'ora esatta ma ora finalmente sono sul sentiero e non ci sono altri corsi d'acqua da superare. Il tempo, purtroppo, si guasta e il sole sparisce dietro una coltre di nubi. Ancora una volta il Pellarini sembra respingermi ma decido di rischiare la "slavazzata" e procedo. Il sentiero guadagna rapidamente quota lungo il costone del Rio Zapraha. E' largo e percorribile dai fuoristrada che portano i rifornimenti per il rifugio fino alla teleferica. Sono immerso in un fitto bosco di abeti rossi e faggi. Sulla carta Tabacco in mio possesso, questo sentiero viene indicato come "naturalistico WWF"; ricordo che l'ultima volta che l'ho percorso erano presenti alcuni cartelli che illustravano le peculiarità dell'ambiente. Ora è rimasto solo il nome.
Il sentiero continua a salire;
per non sbagliare è sufficiente seguire il percorso principale e qualora vi siano dubbi tenere sempre la destra proseguendo in direzione sud-est. Dopo un'oretta di cammino la pendenza si fa più dolce e si arriva ad un pianoro dove sono al cospetto delle chiare bastionate in calcare del Nabois Grande con alcuni piccoli nevai che resistono nelle zone più in ombra
e del Nabois Piccolo.
Una sosta ad un piccolo crocifisso che ricorda un cittadino di Valbruna ucciso a 43 anni dalla caduta di un albero nel 1970.
Dopo una breve riflessione sulla caducità della vita, sono alla stazione delle teleferica che porta i rifornimenti in quota al "Pellarini". Siamo attorno ai 1150 mt. s.l.m. Qui termina la parte turistica del sentiero ed inizia la parte più interessante. Superato il letto secco di un torrentello, il sentiero, non più agevole, procede in salita e a tratti esposto ma senza particolari difficoltà.
Dopo alcuni passaggi sotto pareti di roccia arrivo ad un bivio completamente innevato con la temperatura che cala bruscamente.
Piego a destra evitando a sinistra la deviazione per la Sella Presnig e in breve guadagno una costola rocciosa che passa sotto le Cime delle Rondini.
Il paesaggio è diventato decisamente alpino. Qua e la ampie chiazze di neve compatte resistono nonostante il mese di giugno. In lontananza, dietro ad alcuni abeti, si scorge finalmente il rifugio davanti alle imponenti pareti settentrionali della Madre dei Camosci e dello Jof Fuart.
Ad un certo punto il sentiero scompare sotto uno di questi nevai che scende verso valle.
Con attenzione lo attraverso per evitare di scivolare verso il basso. Superato questo ostacolo se ne para un altro identico dopo pochi metri. Superato anche questo, il sentiero sale su roccette fino ad arrivare ad un più ampio nevaio, più grande dei precedenti, che sembra arrivare fino al rifugio. Manca solo un centinaio di metri alla meta ma a questo punto la mia prudenza mi impedisce di procedere oltre... se almeno avessi portato una picozza!! Sono solo, in giro non c'è nessuno, se dovessi scivolare probabilmente non ci sarebbe nessuno a soccorrermi per cui, anche se con un pizzico di rabbia, ancora una volta devo ammettere che il "Pellarini" ha vinto sulla mia voglia di rischiare.
Ok... sfida rimandata ad altra occasione.
Sono arrivato a quota 1400 superando un dislivello di quasi 600 metri considerando anche il girovagare per il torrente.
Il tempo per qualche foto e comincio la discesa. Le condizioni atmosferiche sembrano peggiorare e adesso fa freddo. Mi godo la discesa e penso che l'escursione è valsa comunque la pena anche se la meta è stata mancata per soli cento metri.
Arrivato al "famoso" guado, trovo un gruppetto di escursionisti del CAI di Magenta provenienti dal Lussari fermi con la loro guida (una ragazza austriaca) indecisi sul da farsi. Mi chiedono se c'è un'altra strada per raggiungere la sponda opposta e così tutti insieme percorriamo la riva in direzione nord fino a raggiungere il ponte percorrendo lo stesso itinerario dell'andata.
Saluto il gruppetto e raggiungo l'agriturismo Prati Oitzinger per rifocillarmi. E' spuntato un timido sole. Mi accomodo sotto la pergola in vista del Montasio. Il gruppetto che ho accompagnato da una sponda all'altra del Saisera mi raggiunge e tutti insieme mangiamo e beviamo quello che l'agriturismo ancora riesce a offrire alle 3 di pomeriggio. Io ho preso un ottimo frico con polenta. Scambiando qualche parola con la guida austriaca alla quale ho prestato la mia carta topografica, il discorso scivola sulla prudenza in montagna e lei si è rallegrata con me per non aver voluto raggiungere la meta a tutti i costi rischiando un incidente aggiungendo, inoltre, che non era proprio il caso di dare lavoro supplementare agli amici del Soccorso Alpino e indicandomi con la mano, proprio in quel momento, un elicottero bianco del soccorso alla probabile ricerca di un alpinista in difficoltà.
Terminato lo spuntino sostanzioso, non avendo voglia di tornare in città, decido di dirigermi verso la vicina Tarvisio dove mi reco presso la locale Azienda di Soggiorno e Turismo per fare incetta di materiale utile alle mie prossime passeggiate. All'uscita il tempo è di nuovo peggiorato e ha cominciato a piovere per cui ho raggiunto l'auto e con molta calma ho preso la strada del rientro.

2 commenti:

benvenuta ha detto...

Non pensavo ci fosse anocora tanta neve fin lì! Riprova in agosto, ne vale veramente la pena. Io insisto a dire che quel sentiero non è ben segnato , ho rischiato di sbagliare accompagnando alcuni amici austriaci...

Anna ha detto...

Ho sempre pensato che chi se ne va in escursione da solo sia dotato di un equilibrio interiore notevole;non penso infatti sia cosi facile riuscire a camminare per ore da solo..Probabilemente ogni volta che si termina una passeggiata in solitaria si guadagna in serenita' e grande soddisfazione.Dico "probabilmente"
perche' io non ho mai provato..Forse non è saggio ma sicuramente appagante,sbaglio Trekker? complimenti per la capacita' di tornare indietro quando il rischio si fa troppo alto senza farsi prendere troppo dall' entusiasmo e non ascoltare i pericoli.